"Giordana in riva al mare" di Riccardo Baldinotti

 

Giordana s'avvicinò con timore. Si riduceva a questo dunque, un vasto rimestare, l'elemento incognito della vita di suo padre? Donde veniva allora il suo solido corpo, di cuoio antico e rude? Sempre lei aveva immaginato un mare come altrettanto solida entità, forgia tenace. Giunta infine di fronte al mare di suo padre, da questi abbandonato in gioventù e sempre rimpianto, scopriva un pallore mobile, tipo di ogni vaghezza.
Era più consistente l'aria, ella si disse, tanto piena di odori che non le permetteva d'ignorarla. Era tangibile il suono, mai prima sentito, che dalle onde sgorgava, sì che Giordana, dall'udito esperto, poté associarlo a questa o quella onda, a come una sbatteva sulla rena, l'altra contro i pali d'un molo in disarmo, un'altra ancora si sfasciava contro uno scoglio scuro.
Ma l'onda medesima sfuggiva, appena colta, non lasciando di sé neppure un ricordo; subito in sua vece altra onda, riflesso di luce, in tutto simile a rifarne il verso, in un ciclo ininterrotto di mobilità.
Giordana ricercava, su quella riva, traccia del padre come in paese ne aveva reperite, luoghi e racconti che potessero, anche solo per malinteso, associarsi a qualche aspetto di lui. Ma presso quel mare, i suoni o gli odori che lei per la prima volta coglieva non le rammentavano alcunché di noto, non sembrando parenti della voce cara e dell'aroma vago di quando il padre era in casa.
Per la prima volta dall'inizio del viaggio, Giordana guardò davvero una cosa nuova. Da quando era salita sul treno diretto al paese, ella aveva tutto considerato come segno del già noto, fin dalla stazione di partenza, simile a come suo padre l'aveva trovata all'arrivo anni prima; il tragitto faceva a ritroso quello d'un tempo, e il luogo stesso della gioventù di lui, fermo come paiono immobili certi paesi antichi, dava a Giordana l'idea di veder comparire il padre, giovanetto, da dietro un vicolo insieme a quei compagni d'infanzia di cui sapeva i nomi.
Di tutto, ella credeva d'avere colto il senso, come un ammucchiar di reperti già catalogati, una spunta all'elenco. Solo del mare non trovava una collocazione, un poco anche per la sua vastità, ché tutto il resto, in definitiva, aveva dimensioni adeguate all'umano, dall'umano imposte; Giordana si rese conto che un mare non poteva essere messo in una bacheca, accanto al modellino d'un treno, presso una pianta verde, sopra allo spazio destinato ad un prodotto artigianale del luogo. Neppure avrebbe potuto contentarla dirsi d'averlo visto, che sì, era passata a salutar le onde come il suo babbo le aveva domandato. Era, quell'acqua, troppo vasta anche per uno scrollar di spalle.
Giordana si ricordò di una ragazza, vista durante una vacanza: stava nel duomo di Pisa con un quaderno in mano, passava di fronte a pale d'altare, quadri di santi e antichi incensieri, li guardava brevemente e segnava sui fogli, dopodiché passava all'oggetto seguente finché non uscì, compiuto il giro. Si vergognò un poco accorgendosi che fino a quel momento aveva dato una scorsa veloce all'inventario, certo intenerendosi, ma nulla più, e ripeté a se stessa il buon giudizio che aveva rincorso, al tempo, quella sconosciuta.
Oltre a ciò, v'era l'importanza del mare nei racconti che Giordana aveva conosciuto fin da bambina. Era, quello, il luogo dell'avventura e della nostalgia, la frontiera oltre cui tutto diventava possibile, nella quale si erano consumate tragedie, alla quale si andava per trovare sussistenza o fato. Era la dimensione che alcuni sfioravano appena, in cui altri si tuffavano ogni giorno, che alcuno traversò, per una vita nuova.
Timorosa dunque, Giordana si permise però uno sguardo attento, affinché la realtà di quanto vedeva non si limitasse alla precarietà di quella massa malferma, la cui profondità non si lasciava indagare, in quella giornata non troppo luminosa che sembrava far da cipiglio all'acqua corrucciata.
Data la sua abitudine a non fermarsi alla superficie delle cose, cercò ella comunque di figurarsi quanto stava là sotto, d'immaginare che da qualche parte fossero elementi e forme come se ne vedevano in certi documentari, ma s'accorse di conoscere, almeno di vista, mari lontani e stranieri assai meglio che quelli di terre a lei affini in qualche modo, se non consanguinee. Le venne da ridere pensando a coloratissimi pesci esotici, barriere coralline sfavillanti al riflesso di soli tropicali, sotto quell'uniforme coltre d'un colore cangiante. Allora si prese sul serio, cercò fra le sue nozioni un ché d'arredo alla profondità che le stava innanzi, e lentamente colmò, non dicesi l'intera vastità, ma la parte sotto costa, di ipotizzati scogli, e supposte lingue sabbiose, e plausibili piante mosse dalle correnti, con qualche ragionevole pesce a far da contorno.
Giordana s'avvide allora che, della novità dianzi subita, aveva fatto una banalità, ben sotto controllo, tradendo una certa abitudine ad evitare le difficoltà prima ancora che si presentassero. Ebbe un certo fastidio accorgendosi di avere in tal modo annullato la portata della sua scoperta, riducendo anch'essa ad un già noto di poca importanza.
Aveva trasformato una tigre in un gattino; certo, molto più rassicurante, ma quale la perdita!
Proprio mentre questi pensieri faceva, Giordana venne schizzata, la marea montante: un buffetto scherzoso del mare, a conferma e beffardo commento. L'acqua che di sotto s'era avvicinata le diede l'impressione che il gattino l'avesse lasciata nella sua illusione, prima di un balzo a ravvisarne la tigre non domata.
Era questa l'alternativa: contentarsi di una bestiola sottomessa o temere da lungi una belva?
Immaginò una possibile soluzione, forse prematura, considerando certe sue relazioni mancate, altrui abbandoni che non aveva capito. Non era giunta a determinarsi di partire dopo una ennesima sconfitta, non ammessa? Come a voler opporre fatti nuovi per non curarsi dei vecchi. Anzi, fino alla sosta in quel luogo, in un paese non suo, non aveva neppur voluto riconoscere l'esistenza di un problema eppure, dopo avere da tempo rinunciato a forzare ogni elemento della propria vita nella nicchia preposta, non le era rimasto che un broncio sotterraneo per l'imprevedibilità dei fatti, a farla scontenta oltre il dovuto.
Seppe così che lei pure, come suo padre un tempo, avrebbe potuto imparare molto frequentando quel mare. S'appoggiò alla ringhiera del terrazzino su cui stava, giusto uno slargo per la stradina lungo l'acqua, fatto apposta per i passanti come lei; volle che fosse il mare a parlarle di sé, con la propria evidenza.
Permise innanzitutto alla visione di toccarla; non c'era paragone con i mari filmati: Giordana, dai sensi acuti, non li poteva confondere. E mentre la fantasia si placava, lo sguardo si attardava, considerò il gioco del gatto e della tigre con altri occhi. Di fronte a tutto quel mare, che indifferente le si agitava davanti come se lei non fosse, le parve che si potesse con altrettanta indifferenza considerare ogni cosa: l'onda che poteva spazzarla via, una certa preoccupazione privata che l'accompagnava in quel viaggio, presunte necessità capaci, talora, di forzarle i gesti.
Giordana confrontò se stessa col mare, la sua profondità con la propria; paragonò il malumore appena scoperto alle nuvole; seguì, nel moto ondoso, quello altrettanto caotico dei suoi pensieri; giunse perfino a ritrovare, in sé, una eco di quei rumori e profumi che per primi le si erano presentati. Infine, la donna fu richiamata al tempo trascorso dal sorgere di una brezza nuova e riprese il cammino verso la spiaggia che aveva già deciso di vedere. Questa si estendeva oltre una roccia sporgente, rivelandosi più ampia del previsto; accostate agli scogli, erano due barche in manutenzione, piuttosto grandi; un marinaio armeggiava tra loro e l'attrezzatura sparsa.
Gli scafi erano in legno, roba di pescatori. Ad una si erano concessi il lusso di aggiungere una polena, piccola cosa invero, e non una di quelle mezze sirene poppute ma una figura maschile con barba, simile a certa gente del luogo e come essa vestita, ma con un tono piratesco e avventuroso; il marinaio, di una certa età, gli passava a fianco quasi fosse stato un collega. Lo sguardo fisso del simulacro andava lontano; le braccia volte all'indietro, come a reggere la barca.
Giordana sapeva che quelle immagini volevano servire da propiziazione, un tramite alle onde perché non fossero crudeli; ciononostante, di alcune crudeltà si doveva far conto. Guardò l'uomo, pazientemente intento, e le sembrò di scorgere il riflesso di una speranza rassegnata, che doveva muoverlo da molti anni.
Le venne in mente il periodo della sua infanzia in cui suo padre pure s'era cresciuto una barba nera da pirata, e lei e suo fratello gliela tiravano per gioco.
Ancora avvolta nello stato di quiete della sua meditazione, unì il suo padre barbuto e la figura sopra di lei, le braccia muscolose capaci di trainare una barca. Pensò a suo padre, che da bambina le sembrava un gigante, la volta in cui s'erano concessi una gita presso un torrentello. Lei avrebbe voluto attraversarlo, le mucche al pascolo più oltre, ma piccola com'era non poteva riuscire. Il suo babbo le si era fatto accanto, s'era chinato su di lei, cingendola con due braccia grandi e forti come i fianchi della barca; l'aveva raccolta dicendole: "Ti porto io, non aver paura." E così, a bordo del padre, aveva superato le ostili acque. Giordana guardò la barca, che a seconda dei casi poteva apparire solida o indifesa, ne contemplò l'immagine a prua, incaricata di levare le sue forti braccia a portare sicuri i marinai, e lei finalmente seppe in che modo suo padre e il mare si assomigliavano.


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