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Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane. Ma lui, benché non riesca a scoprire in se stesso alcun mutamento, non ne è più così sicuro: gli sembra di non avere più diritto di farsi passare per giovane. E la mattina di un giorno che poi scorderà si sveglia e, tutt’a un tratto, rimane lì steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno. Non appena chiude gli occhi per proteggersi, si sente andar giù e precipita in un deliquio in cui trascina con sé ogni istante vissuto. Continua a sprofondare e il suo grido non ha suono (privato anche del grido, di tutto privato!) e precipita in una voragine senza fondo finché non perde i sensi, finché non si è dissolto, spento e annientato tutto ciò ch’egli credeva d’essere. Quando riprende conoscenza e tremando ritorna in sé, quando riacquista forma e ridiventa una persona che ha fretta d’alzarsi e uscire alla luce del giorno, allora scopre dentro di sé una nuova meravigliosa facoltà. La facoltà di ricordare. Non gli capita più, come sino a quel momento, di ricordare questo o quello quando meno se l’aspetta o perché lo desideri, ma è piuttosto una necessità dolorosa quella che lo costringe a ricordare tutti i suoi anni, quelli lievi e quelli travagliati, e tutti i luoghi dove in quegli anni aveva abitato. Getta la rete della memoria, la getta attorno a sé e tira su se stesso predatore e insieme preda, oltre la soglia del tempo, oltre la soglia del luogo, per capire chi egli sia stato e chi sia diventato.
Perché prima di allora aveva semplicemente vissuto alla giornata, ogni giorno tentato qualcosa di nuovo, senza ombra di malizia. S’immaginava di avere innumerevoli possibilità e credeva, per esempio, di poter diventare qualsiasi cosa:
Un grand’uomo, un faro per l’umanità, uno spirito filosofico.
Oppure un uomo attivo e capace: si vedeva costruire ponti, strade, al lavoro in mezzo a un cantiere, si vedeva andare in giro sudato per la campagna, misurare i terreni, mangiare il minestrone dalla gavetta, bere un grappino insieme agli operai, in silenzio. Non era un uomo di molte parole.
Oppure un rivoluzionario, uno che appicca il fuoco alle marce fondamenta dell’umanità: si vedeva, pieno d’ardore e di eloquenza, pronto alle imprese più audaci. Suscitava entusiasmi, finiva in prigione, soffriva, falliva, e riportava la sua prima vittoria.
O un fannullone saggio – uno che cerca ogni piacere, e null’altro che il piacere, nella musica, nei libri, nei vecchi manoscritti, in paesi lontani, appoggiato ad antiche colonne. Non aveva che quest’unica vita da vivere, quest’unico io da giocarsi, era avido di felicità, di bellezza, fatto per la felicità e assetato d’ogni splendore!
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