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Bianco.
Presso un ruscello dall’acqua trasparente, sedevo avvolta nel mio bianco kimono, al sorgere della splendente luna. C’era pace. Un soffio d’aria quasi gelida mi fece rabbrividire, eppure la primavera era matura ed i bianchi fiori del ciliegio già cadevano sulla mia candida veste.
Da dove veniva quel soffio gelido come un presagio di morte?
Nuove premonizioni…La mia mente tornò alle mie esistenze passate di cui avevo chiara memoria: il susseguirsi delle mie vite era segnato dallo sventurato dono della preveggenza.
Freddo autunnale nella chiara sera di primavera: con me rabbrividiva il ciliegio.
Stavano per arrivare, come allora…
Oro.
A Troia fui Cassandra, la figlia di Priamo. Profetizzai solennemente la fine della città dalle mura dorate, opera di Febo. Incolpai della sciagura la bionda Elena, quando tutti, obnubilati dalla sua sfolgorante bellezza, non scorgevano l’orrore che si celava sotto il suo velo. I figli di Priamo vedevano soltanto i doni di Afrodite d’oro.
Fui derisa, scacciata. Fuggii dalla corte avvolta nel mio peplo ricamato con fili d’oro. Errai, gemendo, fra le tombe degli eroi troiani caduti nel lungo conflitto, piangendo per le loro anime, chiedendo agli alberi di proteggere la loro sepoltura.
Pietosi, gli alberi lasciavano cadere le loro foglie d’oro sulle tombe, mentre io vedevo me stessa trascinata via dal vittorioso Agamennone. Trascinata via, lontano, in Argo… Il mio peplo d’oro strappato…
Verde.
Fui Mydrin, una Druidessa britanna. Cavalcavo sicura il mio puledro nero nella verde foresta, verso il sacro tempio di Stonehenge.
Tranquilla, riposavo in una radura, ammirando da lontano le maestose pietre dell’antico tempio, splendenti alla luce della luna.
Il tappeto d’erba era il mio giaciglio, il mio pesante mantello verde, la mia coperta. Venne una donna straniera e mi chiese di riscaldarsi presso il mio fuoco. Il suo nome era Maria Maddalena, veniva dalla lontana Giudea. Sedette accanto a me, mi parlò a lungo della sua fede, del suo Gesù Cristo morto in croce e risorto. Guardai il volto della donna, i miei occhi verdi fissi nei suoi, nerissimi. Un brivido mi corse per le membra e sentii tremare anche l’erba, anche la terra.
Il mio occhio interiore vide il cerchio eterno della vita, simbolo della mia fede, unito ad una croce in esso inscritta. Poi il cerchio scomparve e rimase soltanto la croce.
La nuova fede di Maria Maddalena veniva sulla mia terra per fingere di mescersi con la mia e poi spazzarla via per sempre…
Rosso e nero.
Fui Yen Ju-yu, una donna taoista, nell’antica Cina. Avevo penetrato il mistero del Tao. Vivevo in perfetta simbiosi con la natura, lontana dalle ansie terrene, disprezzando la fama che passa come i fiori del mattino, stimando tutto il mondo null’altro che polvere e fumo. Non sapevo nulla della politica, della forza e della debolezza della dinastia regnante.
Disegnavo il simbolo del Tao sulla terra rossa e meditavo, paga di me stessa, ma, all’improvviso, vedevo un’ombra nera allungarsi sulla mia terra rossa, un’ombra che veniva da nord.
Erano gli Yuan, i Mongoli di Gengis Khan, che venivano a spazzar via il languido mondo dei Sung…
Seppi che stavano arrivando, mentre meditavo, immersa nella mia immobile quiete. Piombarono nel mio villaggio, seminando terrore e distruzione. Zoccoli di neri destrieri dagli occhi infuocati cancellarono il simbolo del Tao dalla terra rossa, sollevando una nube di polvere. Provai ad alzarmi in volo per fuggir via, usando un’antica tecnica taoista, ma il guerriero mongolo, vedendomi volare, si spaventò, mi scambiò per un fantasma, scagliò contro di me la sua sciabola affilata. Un fantasma fu ciò che divenni quando l’arma recise la mia testa. Con un lungo grido volai via, lontano dalla terra rossa intrisa del mio sangue…
Bianco e rosso.
Avvolta nel mio bianco kimono, mi allontanai lentamente dal ruscello, dopo aver salutato i magici esseri dell’acqua, di cui conoscevo tutti gli incanti. Fui Haruna, la magica fanciulla del Paese del Sol Levante. Gli spiriti della natura mi erano amici e mi svelavano ogni giorno la loro magia. Gli spiriti della neve mi donarono lo spillone di cristallo che tratteneva i miei neri capelli.
I bianchi fiori del ciliegio continuavano a cadere sul mio capo e sul mio kimono, mentre mi dirigevo verso casa. La gente del villaggio mi salutava sorridendo ed inchinandosi: tutti amavano Haruna, la fanciulla magica, che parlava con gli spiriti buoni, che sapeva guarire le malattie con le benefiche erbe, che compiva ogni giorno piccoli prodigi.
Il nostro villaggio era piccolo, ma ora c’erano i soldati. Li avevano mandati per aspettare i “demoni bianchi” chiamati Marines. Dovevano fermarli, prima che si impadronissero dell’isola. Di questa grande guerra, che ora sconvolgeva il mondo, il mio villaggio ed io non sapevamo nulla, sentivamo solo che presto il fuoco della battaglia sarebbe giunto anche da noi.
Entrando nella mia piccola casa di legno, mi tolsi i sandali e lo spillone di cristallo dai capelli, ma la sua punta aguzza mi ferì un dito. Stille di sangue macchiarono il mio bianco kimono. Un nuovo presagio, dopo il soffio d’aria gelida presso il ruscello, ma allora non volli pensare, non volli sapere…
Era tempo di assaporare la mia quiete domestica.
Preparai con cura un caldo tè, aggiungendovi petali di fiore di biancospino, indossai il più candido dei miei abiti.
Scese la notte silenziosa e mi avvolse in un sonno profondo. Non mi accorsi di nulla.
Poco dopo l’alba, nell'uscire da casa, venni avvolta da una coltre spettrale di nebbia, e ciò che vidi fu davvero tremendo.
Morte, signora bellissima e dolce, incrociò il mio sguardo sgomento.
Il velo prezioso, ricamato con cura dagli spiriti del ghiaccio, aveva mutato colore: da bianco brillante che era, apparve ora d’un rosso oscuro e profondo.
Molti corpi giacevano al suolo, feriti, mutilati, dilaniati.
Grida, spari, fuoco, fumo denso. Una donna mi riconobbe e corse disperatamente verso di me, col suo bambino ferito in braccio. Me lo tese piangendo, illudendosi che la fanciulla magica potesse guarirlo. Lo presi fra le braccia. La sua testa ciondolava, un rivolo di sangue gli sgorgò dalla bocca, arrossando il mio bianco kimono: era già morto.
“Non posso fare niente”, dissero i miei occhi a quelli folli della madre.
Lei cadde a terra, tramortita. Nell’aria fischiavano impazziti i proiettili. Uno di essi mi colpì. Fulminata, aprii le braccia, lasciando cadere a terra il bimbo morto e crollai su di lui.
Accorsero gli spiriti buoni a prendere la mia anima, la portarono via, in volo nel cielo di perla, lontano da quel rosso orrore.
L’ultimo desiderio che espressi, lasciando quell’umana esistenza: non reincarnarmi mai più in un essere umano.
Azzurro.
Sono un uccellino dalle piume azzurre, posato sul ramo di un albero, in Africa. Accanto a me, la mia compagna, da me inseparabile. Cinguettando allegramente, spicchiamo il volo verso il cielo d’un azzurro brillante come le nostre piume, scevri di qualsiasi preveggenza, liberi dal peso del passato e dall’ansia del futuro, immersi solo nel fluire del presente, semplicemente felici fra cielo e terra.
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