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Ho molto sonno. Sono le quattro del pomeriggio e la gente normale va a passeggio o al lavoro, ma io no, io posso tranquillamente mettermi a dormire.
Quando si raggiungono certi gradini nella lunga scala della sindrome depressiva, ci si può permettere di cercare un briciolo di sollievo nel sonno a qualsiasi ora del giorno e della notte, anche senza ricorrere all’aiuto di farmaci, perché, a questi livelli, il soggetto si autoinduce il sonno soltanto con la grande forza delle propria mente malata.
Mente malata… Ma allora depresso significa pazzo?
No, la depressione non è pazzia, è qualcosa di molto più sottile, subdolo ed indicibilmente avido di te.
Ti beve la vita e, quando te ne rendi conto, è troppo tardi, perché la tua vita è finita, non ce n’è rimasta neanche una goccia.
Lei se l’è scolata tutta e adesso sta lì, gonfia grassa ed orrenda, che ride ubriaca.
Lei, la depressione, è sempre qui con me, ma ormai so che non mi ucciderà. Morirà con me, un giorno, credo ancora lontano, di morte naturale.
E’ come un amante che non mi abbandona mai e si ostina a cullarmi nelle sue braccia. Non so nemmeno più se vorrei sciogliermi o no dal suo gelido abbraccio.
Lei, la signora Depressione è la mia padrona, io ormai non sono altro che la sua umile e devota schiava.
A volte, nei miei rari momenti di lucidità, penso che la mia malattia sia in realtà la più profonda forma di conoscenza, perché permette all’anima di passare con gran disinvoltura dall’essere al non essere, quando l’essere la stanca e l’esaspera insopportabilmente.
Il non essere: il mistero dei misteri, l’ignoto degli ignoti. Chi più della psiche in preda ad una malattia che le fa odiare il suo stesso essere saprà raggiungere e cogliere il profondo mistero del non essere?
Mi distendo sul letto e chiudo gli occhi. Ci vuole un po’ prima di sprofondare nel sonno senza farmaci, c’è prima una fase intermedia, una sorta di dormiveglia, dove il pensiero naufraga, ogni logica struttura si perde e l’anima stanca scivola fuori dal corpo, deponendo il molesto peso della materia ed involandosi verso mondi sconosciuti….
Ora navigo nel cuore del caos primordiale ed assisto ad una cosmogonia egizia: fluttuo nell’elemento liquido incontrollato, il Nun, massa increata, non organizzata che contiene in sé i semi della vita, sede di forze negative che non scompariranno dopo la creazione del mondo, ma minacceranno periodicamente di invaderlo, spezzandone il sempre precario equilibrio.
Anime in pena vi galleggiano, anime come la mia, nel loro recedere dal mondo sensibile che le spaventa.
Incontri di disperazioni mute, incomunicabili, chiuse nel proprio oscuro silenzio.
Da questo caos nascerà il sole, venendo all’esistenza da sé: l’egizio Ra, il Dio increato, l’essere compiuto per eccellenza da cui scaturirà il Cielo, la Terra, la vita.
L’anima malata fluttuante nel Nun rifugge spaventata dalla visione dell’origine della vita e la spia soltanto da lontano, come quando, chiusa nel proprio corpo, contempla da lontano la vita degli altri, i normali, che libera scorre nella pienezza dell’essere, senza mai evadere nel non essere, ma anzi sfuggendolo con grande timore.
L’anima malata fluttuante nel Nun, dunque, spia da lontano la creazione della vita e si chiede solo chi ci sarà infine al vertice della gerarchia dei viventi: l’essere umano? Io nel mio corpo? Non lo ritiene possibile e aspetta di vedere come andrà a finire, ma sempre restandosene molto lontano, nel suo remoto angolino di Nun.
Ora accade un nuovo evento: l’occhio di Ra è stato danneggiato, il sole ha perduto il suo occhio e decide quindi di sostituirlo, ma nel frattempo l’occhio fuggiasco è tornato e si accorge di essere stato sostituito. Per la rabbia si mette a piangere e dalle sue lacrime nascono gli esseri viventi.
L’anima malata, che fluttua nel liquido primordiale, non vede o forse non vuol vedere questa conclusione del mito e se ne inventa un’altra più consona alla propria sensibilità. Vede che l’occhio fuggiasco di Ra non torna dal suo divino proprietario e per questo egli deve ricorrere ad un sostituto. Dove va l’occhio di Ra?
L’anima malata spia da lontano, dal suo rifugio nel non essere, l’essere, le creature venute all’esistenza dall’unione fra Cielo e Terra, e vede l’occhio di Ra nel leone, nel ghepardo, nel gatto: l’occhio di Ra nei felini.
L’occhio di Ra: l’occhio onnisciente, scrutatore del gatto.
L’anima ricorda una leggenda sul gatto siamese: il suo leggero strabismo sarebbe dovuto al fatto che, incaricato di sorvegliare i vasi sacri colmi di diamanti e pietre preziose, li aveva fissati con una tale intensità da divenire strabico!
E’ così: i gatti, siamesi e non, scrutano tutto, vedono tutto, sanno la risposta ad ogni perché, anche al perché della malattia psichica.
Ma chi sa non parla e chi parla non sa, perciò loro che sanno non parlano, non ci rivelano nulla, ci lasciano solo ammirare la loro ieratica, divina bellezza nelle loro eleganti movenze, nella loro regale maestosità, nell’impenetrabile profondità del loro occhio trasparente: l’occhio del sole, l’occhio del Dio creatore.
E allora ai vertici della gerarchia degli esseri viventi c’è l’uomo o il felino?
Il felino con l’occhio di Ra, “mistero senza fine bello”: questa è la risposta che ho trovato oggi, mentre la mia psiche malata fluttuava nel caos primordiale, una risposta che una psiche sana di certo non potrebbe mai accettare.
E la mia insana psiche, dopo il suo dolce peregrinare fuori dalla materia, nei meandri del non essere, è costretta a ricongiungersi alla materia, cosicché la creatura umana che io sono si riscuote dal suo amato torpore, oblio di pensieri e sofferenza, si riscuote insieme al corpo, a causa di qualcosa: un insistente miagolio che mi arriva alle orecchie, due umidi nasini felini che mi annusano, due raspose feline linguette che mi leccano il viso.
I miei gatti mi comunicano così che sono stanchi del mio “non essere” ed hanno fame. Per loro la mia anima malata si ricongiunge al mio corpo, il mio essere si desta ed io accetto di uscire dalla mia totale inerzia per compiere una piccola azione: dar loro del cibo.
Miagolii e fusa di ringraziamento, mentre i felini musetti si tuffano avidamente nelle scodelle ed io, guardandoli, vengo sfiorata da un vago desiderio di nutrire il mio debole corpo di cibo, oltre che la mia psiche di sonno.
Forse mi preparerò qualcosa da mangiare, forse stasera concederò un po’ di nutrimento alla mia carne e così resterò viva ancora per chissà quanto, forse per cento secoli. Di certo ciò farà impallidire dalla rabbia la mia padrona, la signora Depressione, ma nulla di strano in questo: il magico potere felino, il sacro potere che viene da Ra, a volte paralizza anche una regina potente come lei.
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