Il colore della sabbia di Stefania Amodeo

La vita è un solitario battito d'ali.
Sulle pareti grigie e stanche della mia prigionia spiccava solamente questa frase dipinta col sangue. Ero una farfalla rinchiusa in un bozzolo, una di quelle crisalidi che ostinatamente sbattono sulla lampadina accesa. Attendevo un pasto, una passeggiata nel cortile e una parola amica dal carceriere dalla faccia di terracotta.
Nel deserto la reclusione pareva ancora più dura. Forse perché quando mi arrampicavo sulla parete, per annusare l'aria dall'unico pertugio sul muro e buttavo l'occhio sul paesaggio, non vedevo che un unico monotono colore. La sabbia a perdita d'occhio distribuita nel vapore dell'aria e qualche pietra solitaria accarezzata dal passo pigro dei cammelli. Eppure un tempo, non ancora egittologo, avrei dato chissà cosa per poter spaziare con lo sguardo sulla dolcezza aspra delle dune infuocate.
Ma fu proprio una delle infinite volte in cui premevo la guancia sulla parete,per permettere all'iride di mettere a fuoco i particolari, che finalmente la vidi.
Era bellissima, maestosa, vestita di nero. Era inebriante potere di libertà. Cavalcava nuvole e stelle con piglio severo e dolce al tempo stesso. Mi innamorai di lei immediatamente e a lei volli consegnare tutto me stesso, i miei giorni di terra e fango, le mie sconfinate solitudini.
Tutti la chiamavano Morte, ma per me era Vita. Le afferrai le mani fredde, tenere e bianche. Le posai sul mio cuore graffiato, ma fui tradito. Non volle portarmi con sé. Mi baciò sfiorandomi la gota, mi sorrise languidamente e si allontanò, inghiottita dal miraggio.
Quello stesso giorno si aprirono i cancelli del carcere e tornai a calpestare l'orizzonte.


©  Stefania Amodeo - 2002
 
 

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