Carlos Alenda di Stefania Amodeo

    Carlos Alenda stava vicino al suo vecchio pick-up bianco, sporco di terra e fango. Fissava il corpo della sua bambina senza vita sprofondato a metà nel fondo melmoso della strada. Spostava lo sguardo sugli occhi della moglie, pagliuzze di vetro senza luce. Poi di nuovo la bambina, le sue manine, la sua boccuccia rosa. Ancora la moglie, i seni morbidi sotto la camicetta sporca di sangue, le sue lunghe gambe color avorio pregiato, distese in eterno.
    Fernandina, Carmen, 'ndina, Carmen, 'ina, Carmen... No, mio Dio, amore mio no! Improvvisamente comprese d'averle perse entrambi, due uccellini, buoni e candidi, bruciati dal sole bollente dell'estate panamense. Perché, perché proprio loro? Era la domanda che faceva scintille tra una sinapsi e l'altra torturando i neuroni provati dall'emozione. Era colpa di quegli sciacalli, quei sanguinari anarchici rivoltosi. Avevano tagliato la gola al senso della sua vita. Per un motivo che gli sarebbe divenuto chiaro solo in seguito: il contributo, quel contributo, che il governatore gli aveva concesso dopo anni di fame e tanto sacrificio.
    Carlos Alenda caricò i corpi della sua famiglia sul pick-up e partì con una sola idea in mente. L'acceleratore macinava chilometri, premuto dall'ira e dal dolore, e lo condusse in città. Fu come nascere di nuovo. Li vide, i due disgraziati seduti sul muretto mentre trangugiavano una bibita alcolica e sghignazzavano come iene. Puntò il muso del mezzo, che avrebbe condotto quella feccia all'inferno, e, urlando con tutta l'aria che aveva nei polmoni, gettò i fari sulle gambe degli ignari. Le spiaccicò al muro come sporche mosche, ancora e ancora e ancora, finché il sangue dei loro corpi non divenne pioggia liberatrice sul cofano della vettura.
    Fu la furia dell'amore mescolata a quella del dolore a trascinarlo fino al baratro e gettarlo verso il vuoto. Carlos Alenda non aveva più nulla da perdere. E allora, voi giurati, vi chiedo, lo biasimereste? Lo condannereste? Avete mai perduto la ragione perché non avevate più ragione per vivere. Avete mai visto il vostro mondo frantumarsi in schegge di angoscia e paura. Carlos Alenda è ogni papà e ogni marito che c'è in noi. E' per questo che vi chiedo, in questo tribunale, oggi di sputare fuori l'idea dell'omicidio e introdurre quello della giustizia. Perché è vero che nessuna azione può essere valutata senza prendere in considerazione il contesto, E il contesto di questa storia è l'immenso, infinito, intoccabile legame con Carmen e la piccola Fernandina.
    Carlos, prima di entrare in aula, mi ha confessato: "Non mi sono suicidato, perché ho paura che la morte mi porti via il ricordo di loro. E questo non lo potrei sopportare". Non poteva sopportare di perderle un'altra volta.

©  Stefania Amodeo - 2002
 
 

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