| Da "Specchi riflessi" di Katia Amadio |
Il silenzio avanzava cupo, lungo il sentiero, mentre risaliva quel versante di montagna che tante volte, le avevano detto di evitare; effettivamente non si sentiva altro che il rantolio del vento fra i rami, e tutto era avvolto da una fitta nebbia di un colore indefinibile,mentre l'aria si faceva sempre più pesante, come se una coltre di fuliggine avesse voluto coprire quegli alberi di una cappa di vetro opaca.. Perché si fosse spinta fin lassù... Era un mistero forse, anche per lei: in macchina non era più possibile proseguire, la visuale era troppo limitata; Claudia era dai nonni per qualche giorno, aveva un po' di tempo per se stessa; ma era così che doveva spenderlo?
Erano molte le leggende metropolitane su quel colle: si erano susseguiti numerosi articoli di quotidiani su sparizioni di bambini, morti misteriose o incidentali: una volta, le avevano detto, dei cacciatori avevano sparato per sbaglio ad un giovane, rannicchiato dietro ad una siepe, colpendolo in pieno viso.
Scese dalla vettura e, a passi lenti, lasciato il cellulare nel cruscotto, vista la sua totale inutilità, spinta da una strana curiosità, proseguì per quel viottolo che si faceva sempre più stretto e arduo da percorrere. Ogni passo le risuonava nella mente, calpestando aghi di pino e foglie secche. Pensò che telefonare a sua mamma potesse essere una buona idea, ma non c'era assolutamente segnale di ricezione col suo telefonino. Forse tornare indietro sarebbe stata la cosa migliore, ma in quel momento si sentì come se non avesse nulla da perdere e imboccò, decisa quel sentiero, senza rendersi conto che, dietro alle sue spalle, ogni cosa pareva svanire nel nulla per perdersi nel vuoto...
Non era arrivata lì per caso: quel luogo, mai avvicinato prima, aveva una storia per lei: la storia di un omicidio che l'aveva segnata profondamente; quello di suo marito Lorenzo, due anni prima; l'aveva lasciata sconvolta, sola con una figlia che anelava ad un padre che non avrebbe più rivisto; il corpo non era mai stato ritrovato e restava un alone di mistero su quella improvvisa scomparsa, anche se annunciata... Suicidio, omicidio, incidente.. Tutto era possibile, e nessuna risposta definitiva aveva trovato spazio nella sua
mente. A ben pensare,tutta la sua vita era stata costellata da fatti ambigui e, per una volta, voleva provare a illuminarsi la strada, dopo esser rimasta a lungo in un'oscurità, solo a tratti rischiarata da fiaccole, spesso mal riposte. Forse era giunto il momento di affrontare personalmente la realtà; lei, con le sue informazioni, poteva magari ricavare da quel posto qualche segnale, da altri non ravvisato.
Pochi mesi prima, in seguito ad un tamponamento in auto,la sua mente si era andata popolandosi di voci, e vedeva persone camminarle accanto quando meno se l'aspettava :il problema era che le vedeva solo lei... Accompagnata da voci senza volto e da presenze non tangibili, si vedeva circondata da un mondo che non capiva e talvolta, nemmeno vedeva. E non era nulla di confortante, per una persona tanto razionale e disillusa, com'era lei.Non ne aveva parlato con nessuno, neanche con un medico, era stanca di dover aggiungere giustificazioni ad una vita che già ridondava di domande senza risposte. I suoi problemi doveva risolverseli da sola; mettere al corrente le persone sbagliate non avrebbe fatto che peggiorare le
cose. E in quel momento, in quel luogo,si sentiva come la persona giusta al momento giusto.. O come la più sbagliata nel momento più...
Guardò davanti a sé: sentiva i suoi passi lenti avanzare sul selciato, ricoperto di foglie secche, e il suo sguardo si perdeva lontano, offuscandosi fra i rami sempre più fitti.
Ad un tratto, in lontananza, scorse una sagoma sul margine del sentiero che scendeva ripido a valle: solo allora cercò di distinguere nitidamente ciò che aveva di fronte, e accelerò il passo, alzando grida di richiamo: due occhi disperati le risposero fissandola: era una giovane donna sui 25 anni,dai lunghi capelli biondi, coi vestiti laceri; era in un precario equilibrio, fra il sentiero, e l'abisso sotto di lei, chiuso fra la nebbia. Quei due occhi verdi, pieni di lacrime chiedevano aiuto, ma appena Iris si fu avvicinata per tenderle la mano, il suo corpo scivolò giù, franando inesorabilmente, fuggendo fra le nebbie,senza emettere un grido. Ascoltò il silenzio, sperò di sentire una voce, ma non udì che i suoi passi nervosi, sulle foglie. Chiamare aiuto? . Cercare di scendere lungo quel pendio era un'impresa ardua e troppo rischiosa. Ma poteva lasciare le cose così?
Chi era quella donna?
Ma era poi reale? Sì, se lo chiedeva, perché da qualche tempo faticava a distinguere il reale dal suo immaginario, anche se talvolta coincidevano paurosamente. Cosa stava accadendo?
Quale significato? O era un'allucinazione.. Quei fantasmi tornavano ad ossessionarla? Eppure quegli occhi le avevano detto più di mille parole, e il suo cuore ancora palpitava di emozioni tra le più diversificate e ambigue. In quegli occhi aveva rivisto se stessa..
Quella se stessa di poco tempo prima, che si era vista naufragare, impotente di fronte a pericoli invisibili, ma che certo avevano saputo farsi sentire.. Ricordò per infiniti attimi, la sua disperazione, l'agonia, il suo desiderio di morire, piuttosto che.. Quanti segreti custodiva il suo cuore affaticato e stanco, quanta angoscia racchiusa nel suo animo pieno di ricordi che forse, solo il tempo, avrebbe potuto rendere tollerabili alla sua memoria. Si sentì forte, coraggiosa,si stimò per quanto aveva affrontato ,per essere riuscita a sopravvivere.. Eppure le domande si accavallavano turbinosamente e la mancanza di quell'enorme punto di riferimento che le rendeva nel bene e (purtroppo) nel male, possibile l'impossibile, la faceva sentire un filo d'erba esposto alle intemperie, e ai passi pesanti di chiunque.
Quasi nessuno conosceva realmente il suo passato:non ne aveva ancora parlato a nessuno di rilevante, sia per non doverle rivivere, sia per prudenza, soprattutto,senza contare il fattore credibilità, che ad un semplice ascoltatore sarebbe stato arduo avvalorare. Eppure il bisogno di sfogarsi era ai massimi livelli e quel peso la faceva sentire sola, terribilmente sola. La sparizione del marito le aveva tolto ogni possibilità di farsi giustizia e di pretendere il rispetto e la stima che meritava. Ricominciare, certo, ma da dove, da chi? Certo, da se stessa. Ma la solitudine, in quel momento di continue domande, la rinchiudeva in un mondo che spesso sapeva farla solo soffrire, nei ricordi.
Sua figlia Claudia era il suo tutto, ma Iris non voleva essere solo una mamma;esisteva anche come donna e voleva recuperare anche il suo dolore, una volta per tutte, per svuotarsene. E aprire nuove porte, per tornare a volare, verso stelle più accoglienti e prudenti.
Il rantolio del vento, intanto si era trasformato quasi in un grido che pareva rimbalzare di ramo in ramo, frapponendosi al sibilo che sembrava percorrerla, fuori e dentro di lei. Appese a dei rami, fra la foschia, notò qualcosa... Erano delle bamboline, una sorta di figurine ritagliate in modo diverso, appese agli alberi, in continua oscillazione, come piccole altalene... Aveva letto qualcosa su un costume antico, volto a purificare l'ambiente e sopire anime inquiete di chi aveva trovato la morte impiccandosi, ma le sembrava un po' eccessivo... Coerente o meno a quella interpretazione, il bosco, in un determinato tratto, era pieno di queste piccole altalene, e subito, iniziò a preoccuparsi.. Trovarne una, due... Tre... Poteva essere un caso, ma così tante...
Poi, il suo nome riecheggiare nitido, nell'aria. Un grido. Forse la donna che aveva visto precipitare?.. No, era una voce infantile. Si guardò intorno. Nulla. Sentiva solo dei passi, farsi sempre più incalzanti, correre da una parte, per poi cambiare direzione, e venirle quasi incontro.
Poi ad un tratto, un bambino, vestito con un abitino leggero, azzurro, e un cappellino di stoffa; restava immobile, rannicchiato ai piedi di una quercia, piangendo sommessamente... Quando finalmente il suo sguardo s'incrociò con quello di lei, i suoi occhi sembrarono di ghiaccio e la sua voce, un vento gelido,insinuante..
"Aiutami.." le disse, e quel richiamo le parve un sibilo che rimbombava nelle sue tempie... Subito dopo, del piccolo restò solo la scia di quella parola, che, come quel pianto, pareva rincorrersi da un albero all'altro. Iris accelerò il passo, graffiandosi le gambe per i rovi che, sempre più spesso, si frapponevano lungo il suo percorso. Se lo ritrovò, di colpo,al suo fianco...
"Non trovo più la mia mamma e la mia bicicletta si è rotta; l'avevo lasciata qua vicino... Dov'è la mia mamma, è da anni che la chiamo... ma non mi risponde più, non mi vuole più bene, non è più venuta a cercarmi, si è portata via la bici e mi ha lasciato qui.. Giocavamo a nascondino... Ho freddo... Tanto freddo..."
Pallido, ceruleo, gli occhi lividi di pianto, le labbra bluastre... Le tornò alla mente uno dei tanti articoli di giornale... No... Non era possibile...
O sì? Non le restava che aspettare.
"Dove avevi lasciato la mamma? Come ti chiami?Quando l'hai persa?" iniziò lei, che davvero non sapeva da che parte cominciare a far domande, iniziando a supporre cose di cui temeva la risposta.
"Mi chiamo Nicola Anselmi ed eravamo venuti qui a raccogliere castagne, io e la mia mamma; poi abbiamo iniziato a giocare
e... Ma perché solo tu... Nessuno si era accorto di me, prima... Perché nessuno mi vede, perché la mia mamma non mi ha visto quand'è tornata a cercarmi... Mi sono nascosto in un tronco cavo, la prima notte che passai qui, da solo,laggiù..."
Si voltò, alla ricerca di qualcosa che le desse sostegno, per poi dirigersi verso quel tronco, così carico di aspettative. Provò a chiamare quel bimbo, ma la voce rimbalzava inutilmente fra gli alberi, come sospinta da mani che volessero trascinarla lontano.Ma cosa stava succedendo? La risposta si pose davanti ai suoi occhi, altera, roboante, secca...
Le spoglie di un bambino, morto probabilmente di freddo e fame, le pareva raccontare la sua storia, presentandosi con brandelli di un vestitino estivo, azzurro e quel che restava, fra le foglie secche, di un cappellino di stoffa... Un grido di spavento
riecheggiò nel vento. Guardava quei resti con una tale angoscia da farle tremare il respiro.
"Devi dire alla mia mamma che le voglio bene e che la sto ancora aspettando, al freddo..." risuonò nell'aria indistintamente.
La paura si impadronì di lei, e iniziò a correre, mentre mille voci la frastornavano, fino a farla crollare in terra, esanime; si vide attorniata da mille presenze e perse i sensi.
Tutto attorno, allora, si fece buio e silenzio.
© Katia Amadio - 2002