Un mattino d'inverno del 1963.
Vetrificato dal ghiaccio, il gigantesco ragno che è il manicomio giace, muto, sotto un cielo di piombo.
Dai vetri di una finestra dell'ultimo piano un uomo non più giovane - piuttosto alto, corporatura asciutta, braccia incrociate dietro la schiena - scruta quanto sta avvenendo giù nel viale.
A guardarlo di profilo, il volto dell'uomo sembra tagliato con lama di rasoio, ancor più nella tensione del mento e in quell'atto di stringere gli occhi, come chi debba cogliere finanche i dettagli di ciò che si svolge sotto il suo controllo. Non trascureremo la perfezione della scriminatura dei capelli, sul lato sinistro, brizzolati e lisci.
Sebbene l'uomo sia in abiti borghesi (completo di foggia sportiva in lana marrone), si direbbe - forse per la postura salda, quasi solenne - ch'egli indossi piuttosto l'uniforme, e d'alto ufficiale, e che intorno alla sua figura si addensi un bagliore di stellette, e spalline, e gradi.
L'uomo, infatti, è un colonnello dell'esercito. In pensione.
La tetraggine del panorama non turba il colonnello, aduso a ben altre asprezze. Egli è intento ad osservare l'ennesimo trasporto di bara fuori dell'ospedale.
Non fosse per la triste circostanza, il colonnello potrebbe ritenersi più che soddisfatto: da quando è al manicomio - or sono cinque mesi - la situazione sembra essere molto migliorata.
Il Direttore - ne aveva fatto conoscenza ad un ricevimento del Sindaco - gli telefonò personalmente, un giorno, per chiedergli aiuto.
Ma che genere di aiuto, lì per lì aveva pensato - grave - può mai offrire un colonnello in pensione a un Direttore di manicomio? E gli era parso di risentire nella carne i morsi di quell'ipocondria che, appena qualche anno prima, senza alcun motivo, a lui - militare di brillante carriera - aveva impedito di salire nel grado e diventar generale. Nonostante i feroci sforzi per riprendere il controllo di sé, l'ipocondria aveva vinto, una dopo l'altra, ogni battaglia. Quando poi la malattia, così come lo aveva attanagliato, altrettanto subdolamente l'abbandonò - sebbene ancora se ne potesse trovare testimonianza nell'animo suo - il colonnello chiese di venire pensionato in anticipo, nel timore di assumere costumi o compiere azioni sconvenienti per un militare di massimo grado. Pur potendo, dunque, a buon diritto affermare d'aver vinto contro la malattia l'ultima - decisiva - battaglia, giacché sapeva d'essersi ormai del tutto emendato, il colonnello aveva perso la guerra, ammettendosi indegno di ricevere gli onori che spettano solo al vincitore.
Si diceva della telefonata. Il Direttore confidò al colonnello certi suoi sospetti relativi all' ospedale: gli sembrava che negli ultimi tempi i costi dell'approvvigionamento - dei viveri, in particolare - fossero aumentati a dismisura. Né l'economo, a lungo interrogato in proposito, aveva saputo fornire spiegazione esaustiva; al contrario, gli era parso piuttosto reticente. Egli, dunque, pregava il colonnello di venire a controllare di persona - per il tempo che avesse ritenuto necessario, disponendo dell'appartamento in ospedale come del proprio - ed affrancarlo da ogni dubbio.
La sottile ansia nelle parole del Direttore non sfuggì al colonnello, e poiché egli sapeva misurare gli uomini, l'attribuì senza dubbio all'eventualità di un'indagine formale, che avrebbe svelato ben altri misfatti all'interno del manicomio: come il caso - ancora da chiarire - di quella giovinetta, che l'anno prima s'era data la morte lanciandosi dal tetto d'un padiglione.
Malgrado ciò, il colonnello accolse volentieri la richiesta del Direttore.
Aveva sacrificato la spensieratezza della gioventù, il calore della famiglia per servire l'esercito con tutto se stesso e per quanto la disciplina gli scandisse ancora il tempo le sue giornate s'erano fatte interminabili. E poi, via, egli era uomo d'azione, abituato ad assumere decisioni difficili, talvolta cruciali: un precoce pensionamento si addiceva davvero poco a una persona come lui!
Era dunque trascorso appena qualche giorno dalla telefonata del Direttore che, di buon mattino, il colonnello s'annunciava all'ospedale, e ordinava al custode (per quanto l'aspetto morboso di quell'uomo lo rendesse certo d'essersi rivolto, piuttosto, ad un ricoverato) di aprire il cancello. Superato a gravi passi il viale che da qui conduce all'ingresso principale del manicomio, l'alto ufficiale, approssimatosi al portone, batté seccamente due volte la manina di bronzo, e con voce alta e ferma chiese che gli fosse aperto.
La notizia colse di sorpresa il Direttore, che pure s'era trattenuto in ospedale, quella notte, per esser pronto alla straordinaria evenienza.
In verità, il non riuscire a sottrarsi ai piaceri del liquore al caffè preparato dalle monache del suo manicomio gli aveva reso il sonno più lungo e greve. Ad ogni buon conto, indossato il camice bianco direttamente sulle mutande di lana, il Direttore s'era precipitato giù dallo scalone per accogliere di persona, e nel modo più degno, l'eminente visitatore.
Il quale adesso, immobile dietro i vetri ad osservare il trasporto del feretro giù nel viale, lasciava scorrere nella mente gli oltre centocinquanta giorni vissuti in quel luogo.
Prima d'entrarvi, in un cupo mattino d'inverno, il colonnello aveva pensato di raggiungere la cima di una collinetta sovrastante, per cercare di cogliere la struttura nell'insieme. Ciò che si era mostrato ai suoi occhi somigliava né più né meno che a un gigantesco ragno vetrificato dal ghiaccio, cui avessero strappato una zampa: il corpo, grosso e tozzo, era il padiglione principale; la testa, piccola, il chiostro; i sette padiglioni laterali, lunghi e stretti, le zampe.
Il ragno pareva oppresso dal medesimo cielo di piombo gravante ora su quella cassa in noce, trasportata a spalla da sei infermieri.
Ma che gioia, per il colonnello, scoprire dall'insolita postazione della collinetta che, adiacente al manicomio, sorgeva una caserma. E pregustò quando, al calar della sera, avrebbe udito la tromba suonare il "silenzio", come una volta.
L'ufficiale non aveva posto indugi per mettersi all'opera.
Tre giorni soli gli erano stati sufficienti per effettuare una ricognizione compiuta della struttura, dai reparti ai magazzini, dai
sotterranei alle cucine, dagli uffici ai locali del personale, dal chiostro ai laboratori. Dopo di che, in brevi quanto frequenti incursioni da un punto all'altro dell'ospedale - secondo tempi e movimenti all'apparenza privi d'ogni logica - il nostro era riuscito a conquistare il pieno controllo della situazione: ora più nulla poteva sfuggirgli.
Ma il viaggio, iniziato con l'entusiasmo d'assolvere ad un nuovo, arduo compito, aveva mutato poco a poco di segno. Quelle donne legate nude ai letti sporchi, quegli uomini costretti per ore su scanni fetidi, quelle sedie con cinghie di cuoio per elettroshock, quei lattanti - oh sì, non ne erano pochi a condividere con le madri l'internazione! - lasciati piangere giorno e notte nell' "angolo delle culle", come veniva chiamato il pozzo da dove alcun pianto giungesse alle orecchie di Direttore e sanitari, ebbene tutto questo finì col turbare profondamente l'anziano gentiluomo, che pure aveva conosciuto gli orrori della guerra.
Ma via, si disse il colonnello, non era il momento di pensieri tanto cupi. Al contrario, avrebbe dovuto rallegrarsi con se stesso per i risultati raggiunti: in soli cinque mesi, era riuscito a far quadrare i conti dell'ospedale, portando quasi in pareggio entrate e uscite, e la spesa - da lui guidata sulle rotaie della misura e della razionalità - avrebbe d'ora in poi sostenuto il giusto approvvigionamento, anche dei viveri. E di ciò si sarebbero avvantaggiati in primo luogo i pazienti, sottoposti a cattiva quanto scarsa alimentazione (causa, sospettava in segreto il colonnello, del preoccupante aumentare di decessi cui aveva assistito nel breve tempo del suo insediamento in ospedale).
Così, se da un lato la visione dell'ennesima bara ne rimestava le note già scure dell'indole, dall'altro il colonnello poteva orgogliosamente affermare d'aver contribuito alla salvezza - in un futuro forse non troppo lontano - d'un notevole numero d'internati.
Dalla sua postazione, lì nell'appartamento del Direttore, all'ultimo piano, per quanto stringesse gli occhi, il colonnello non avrebbe potuto rendersi conto che la bara non era proprio sigillata.
E non per folle dimenticanza del becchino, né scarso riguardo della morte nei confronti della vita, che lasciasse entrar l'aria in un corpo dopo averlo privato del respiro.
Fatto sta che gl'infermieri, sebbene addetti al triste trasporto in numero sufficiente a dividerne il carico in egual misura, tentavano d'alleggerire la propria schiena a danno dell'altrui, e tutto quell'ondeggiar di spallucce nella discesa delle scale aveva procurato alla bara - col grave contenuto che gli stessi infermieri vi avevano composto - una pericolosa inclinazione, finché agli ultimi gradini il coperchio slittò, creando ambascia nell'intero gruppo.
Ma l'affezione non era dovuta - come sarebbe stato legittimo supporre - al pentimento seppure tardivo per non aver svolto con massimo scrupolo un compito tanto delicato, bensì al timore che il colonnello, con quella sua mania di mettere il naso dappertutto, s'avvedesse della negligenza e ne chiedesse conto.
E tuttavia, come s'è detto, per quanto la sua vista fosse ancora acuta, all'alto ufficiale sarebbe stato impossibile notare il coperchio spostato della cassa, e ancor di più l'intreccio d'una cordicella che ne fuoriusciva di qualche centimetro.
Nonostante la sua profonda esperienza della vita e degli uomini, mai l'onesto militare avrebbe potuto intuire a chi davvero egli stesse rendendo - dritto sugli attenti, mano destra tesa alla fronte - l'onore del saluto.
Giacché la cordicella, mal trattenuta dal coperchio della cassa proseguiva il suo cammino, all'interno, nient'altro che per tenere insieme un filare di
cacicavalli gonfi e dorati, trionfante su metri di salsicce e salumi, su polli e cacciagione, e fiasche d'olio e conserve d'ortaggi e pomidoro, su cotenne e bistecche, ossibuchi e prosciutti, su canditi e frutta secca e persino datteri, su miele e zucchero e una quantità di sacchetti di caffè: generosa quota dell'approvvigionamento stagionale, anche in vista delle imminenti festività natalizie.
Una vera fortuna, per i sei infermieri con le spalle curve sotto il carico, che i profumi e gli aromi e i colori e la musica di tale abbondanza, deviata per una volta verso le misere tavole di casa loro, non riuscissero ad arrivare fino all'ultimo piano, insinuarsi sotto i vetri della finestra chiusa e smorzare - almeno per un attimo - l'intenso effluvio del disinfettante che il Direttore, all'approssimarsi dell'arrivo del colonnello, aveva ordinato di riversare quotidianamente a fiumi nell'ospedale.
© Valeria Alinovi - 2003
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