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Sporse il braccio per raccogliere la borraccia laggiù, accanto, sulla neve.
Il suo corpo non reagiva, per quanto intensamente si sforzasse di prenderla e bere. Una mano d’acciaio aveva improvvisamente piantato sulla sua testa il chiodo arrugginito di una pesante ossessione: l’acqua. La borraccia rimase là, a portata di mano, ma il corpo non reagisce: il braccio si allunga a prenderla, ma solo nei suoi pensieri…o forse solo nei suoi sogni.
Già, questo è solo un sogno: l’arsura che lo invade, la borraccia che giace a meno di un metro ma irraggiungibile come nel più classico degli incubi, quando un muro invisibile ti divide da ciò che dai per scontato in ogni singolo minuto della tua vita. Ma il sogno si rompe all’improvviso, come una bolla di sapone persa nella tormenta: un urlo di livida disperazione afferra con mano brutale la tua mente assopita e la butta sulla coltre bianca e ghiacciata della realtà.
E tutto ricompare: il rombo assordante ed i mille abbagli di un temporale artificiale, il sibilo assordante di qualche Katiuscia in lontananza, la borraccia irraggiungibile davanti a te e quell’urlo che sembra non smettere mai; un sospiro in realtà, ma reso forte dalla disperazione: la disperazione di un uomo che sta per morire; la disperazione di un uomo straziato che tenta di afferrare una borraccia con un moncherino insanguinato; e quell’uomo sei tu. “Meglio la Russia…non ne posso più dell’acqua salata e del sole che ti brucia in continuazione”, dicesti. “Basta col caldo che è tutto un sudore che ti brucia gli occhi come l’inferno, mentre ti spezzi la schiena tirando la rete”, pensasti. “Basta col mare che si stende come uno specchio infinito, e che ti restituisce il volto livido di chi è sprofondato prima di te”. Ma ora, a mille chilometri da casa, e ad un milione di anni luce dalla tua vita passata, scopri l’inganno.
Anche tu sei sprofondato in un mare bianco, accecante, sei riarsi dalla sete come in quei giorni a pescare, in mezzo a tutta quell’acqua infinita che ti invita a dissetarti ma che non puoi bere, no; potresti allungare l’altro braccio ed ingoiare la neve, ma essa sa di sangue, detriti, fango: ha il sapore dell’ottava armata, e di tutti quelli che giacciono accanto a te, sparpagliati e bruciati dal gelo. Ma non l’avevi studiato a scuola che l’ultimo girone dell’inferno è sprofondato nel ghiaccio? Ed ora pensi con rammarico al sole che si tuffa nell’oceano al tramonto, a delle orme di ragazza sulla sabbia riempite dalla risacca, a dei volti sorridenti che si riflettono sulle onde la mattina. Pensi all’estate ed al mare, alla rassegnazione dei siciliani ed alla tenacia dei greci, mentre il cingolo del T-34 sprofonda te ed i tuoi sogni in un sepolcro senza pianto e senza fiori, in questo maledetto novembre di ghiaccio.
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