"Ansiema" di Fulvio Adile

 

E allora lo sai cosa ti dico? Vaffanculo!, riappese la cornetta così come un fabbro picchia sull’incudine. Quello schifoso! Ma chi si credeva di essere! Stette là così, immobile, un ribollire di rabbia e di livore. Quasi sarebbe stato meglio non riattaccare e continuare ad insultarlo, che non si era sfogata abbastanza; in questo modo le era rimasta in mano soltanto la cenere fredda della frustrazione.
Cinque anni: cinque anni! Non riusciva proprio a crederlo, cinque anni sposata ad uno stronzo così! Ma come aveva fatto? Era questo il lato peggiore di quelle telefonate e di quei litigi a distanza: la mettevano con la schiena al muro, costretta a rituffarsi nell’amaro calderone dei ricordi. Era come sfogliare un vecchissimo album di fotografie, ed osservare quanto tu appaia diversa in quei lineamenti ingialliti, in quel sorriso sfiorito.
Se avesse potuto guardarsi allo specchio con gli occhi di quando era giovane, un muto stupore l’avrebbe inchiodata: invece, si era rassegnata al destino di guardarsi cadere lentamente, anno dopo anno, capello grigio dopo capello grigio, ruga dopo ruga, fallimento dopo fallimento. E l’abitudine l’aveva resa insensibile alla noia ed alla polvere. Si voltò a guardare il bambino sul seggiolone reclamare la pappa con un fare piagnucoloso e disdicevole: lui si che sapeva ciò che voleva! Gli si avvicinò e cominciò ad infilare degli aeroplani/cucchiai nella sua bocca paffuta e sbrodolona, anche se quel giorno la mamma airlines era più opaca del solito; ripensava a quando, invece di liofilizzati e pappine, era solita maneggiare rimmel e mascara, rossetto e cipria, tutti i giorni, tutte le sere.
E stava così, a guardare il suo ritratto di Dorian Gray, con la mente puntata verso lo squallore del tribunale che l’attendeva la mattina dopo. Non avrebbe mai creduto di poter voltare pagina così, come si sfoglia una rivista vecchia di dieci mesi, o meglio ancora così come si cambia canale: non credeva nei film da così tanto tempo che sembrava fossero passati secoli. Quella sera però si era ritrovata ad uscire, per comprare non si sa cosa, e lì lo vide. Non si sa cosa abbia notato in lui di strano; erano anni che non guardava gli uomini se non per scorgervi l’immagine riflessa di un passato remoto. Ma le era apparso chiaro sin da subito che anche lui si specchiava in lei, e che qualcosa li aveva legati, immediatamente. Un pensiero bizzarro le carezzò la schiena: e che era successo, era ridiventata una bambina che crede nell’amore a prima vista? Eppure era successo così, come cambiare canale, che si era ritrova all’improvviso nella sua macchina, e dalla sua macchina nella sua casa, e dalla sua casa nel suo letto. E mentre si rilassava in quel baldacchino disordinato stava ben attenta a non lasciarsi ingannare: era stato solo un piacevole deja-vu, e niente altro: le telenovelas lasciamole agli attori.
Ma l’indomani lui l’aveva chiamata: e lei aveva risposto: ed aveva così scoperto che era ancora possibile rispolverare il suo cuore. Forse, anche la sua vita. Non poteva rinchiudersi così giovane in una dura scorza di rimorsi e risentimento: c’è un tempo per l’amarezza, ma anche un tempo per la gioia e per l’amore. Giorno dopo giorno aveva dovuto imparare nuovamente a fare tante cose: vivere, sorridere, mettere il fard, spalmare bene il rossetto sulle labbra, fare attenzione alle calze strappate ed a depilarsi per bene. Aveva riesumato dalla guida TV tutti quei programmi pieni di ragazzi giovani ed innamorati che, negli ultimi anni, aveva censurato per evitare di sprofondare nella malinconia dello splendore altrui, ed aveva cominciato a gareggiare con tutte quelle ragazze sfrontate ed imbellettate che vedeva nello schermo: anche il suo lui era palestrato, anche il suo lui aveva quel tatuaggio civettuolo sulla spalla, anche il suo lui era pieno di soldi e di vita; chi è che stava veramente dal lato sbagliato dello schermo? E così riflettendo faceva una smorfia sensuale allo specchio per osservare i suoi denti splendenti e le sue labbra rosse e carnose. Doveva cambiare abitazione: non poteva certo continuare a vivere in quella topaia. Anzi: non avrebbe più nemmeno avuto bisogno di una casa, perché da quel momento in poi la sua casa sarebbe stata il mondo intero. Da un albergo all’altro, da un palazzo all’altro, da una nave all’altra…le dita dei suoi piedi danzavano sulla soffice moquette, e quando la sua testa era troppo pesante poteva uscire fuori, accanto alla piscina, a smaltire quella bianca sbornia di vita. Solo dei piccoli crucci temporanei potevano occasionalmente adombrare quell’intenso bagliore che era diventata la sua esistenza: non voleva più avere alcun legame con quell’altra lei, non voleva condividerne nemmeno i ricordi…ma solo quando avesse cancellato ogni minima traccia del suo passato ci sarebbe davvero riuscita. Ed un piccola fissazione cominciò a tormentarla, sempre più: doveva tornare alla sua vecchia casa, prendere quel poco che le poteva ancora servire, e distruggere tutto il resto, le foto, i libri, tutto, e magari anche rivenderla al primo offerente. E così decise di tornare in quel posto, riesumando il ricordo del suo vecchio indirizzo: si era agghindata ancor più del solito, per esorcizzare la memoria.
Ed aprì la porta.
E lì lo vide.
Sul seggiolone, accasciato su di un lato, un cadaverino bluastro fissava un punto imprecisato del soffitto con uno sguardo spento. Gli zigomi ossuti sembravano voler fare esplodere la pelle incartapecorita del viso, mentre degli insetti ronzanti passeggiavano sulle labbra leggermente dischiuse in un rantolo silenzioso.
Cielo! Me lo sono dimenticato, - disse.


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