Da "Alexis" di Marguerite Yourcenar,  Classici Bompiani, 2000


M'indurii. Mi ero astenuto, sino ad allora, dal giudicare gli altri; avrei finito per essere, se ne avessi avuto il potere, spietato con loro come lo ero già con me stesso. Non perdonavo al prossimo le più piccole trasgressioni; avevo paura che l'indulgenza nei riguardi degli altri potesse indurmi a scusare le mie colpe davanti alla mia stessa coscienza. Temevo l'indebolimento che procurano le sensazioni dolci; arrivai a odiar la natura, a causa delle tenerezze di primavera. Evitai il più possibile la musica commovente: le mie mani, posate davanti a me sulla tastiera, mi turbavano con il ricordo delle carezze. Paventai l'imprevisto degli incontri mondani, il pericolo dei volti umani. Fui solo. Poi la solitudine mi spaventò. Non si è mai del tutto soli: per sventura, si è sempre in compagnia di se stessi.
La musica, questa gioia dei forti, è il conforto dei deboli. La musica era diventata un mestiere che esercitavo per campare. Insegnarla ai ragazzi era una prova penosa perché la tecnica li distoglie dall'anima. Si dovrebbe, penso, fargliene gustare prima l'anima. In ogni caso, a questo si oppone la consuetudine, e né i miei allievi né le loro famiglie tenevano a cambiarla. Mi piacevano più i ragazzi che gli adulti che vennero dopo e che si credevano obbligati a esprimere qualcosa. E, poi, i ragazzi m'intimidivano meno. Avrei potuto avere, se mi fossi dato più da fare, molte più lezioni; ma quelle che avevo mi bastavano per vivere. Lavoravo già troppo. lo non ho il culto del lavoro, se il risultato riguarda solo noi stessi. Non c'è dubbio che stancarsi è un modo di dominarsi; ma lo sfinimento del corpo finisce per intorpidire l'anima. Resta da sapere, Monique, se un'anima inquieta non valga di più di un'anima addormentata.
Mi restavano le serate. Mi concedevo, ogni sera, un momento di musica dedicata a me solo. Certo, un simile piacere solitario è un piacere sterile, ma nessun piacere è sterile se rimette d'accordo il nostro essere con la vita. La musica mi trasporta in un mondo in cui il dolore non cessa d'esistere, ma si allarga, si rasserena, diventa insieme più calmo e più profondo, come un torrente che si trasformi in lago. Quando si rincasa tardi, non ci si può mettere a far musica troppo rumorosa; d'altronde, non è stata mai la mia passione. Sapevo bene che in quella casa tolleravano solo quella mia, e indubbiamente il sonno della gente stanca vale tutte le melodie possibili. È in questo modo, amica mia, che imparai a suonare quasi sempre in sordina, come se avessi paura di svegliare qualcosa. Il silenzio non compensa solo l'impotenza delle parole umane, compensa anche, per i musicisti mediocri, la povertà degli accordi. M'è sempre parso che la musica dovrebbe essere unicamente silenzio, e il mistero del silenzio che cerca di esprimersi. Prendete, a esempio, una fontana. L'acqua muta riempie i condotti, vi si ammassa, ne trabocca, e la perla della cascata è sonora. Mi è sempre parso che la musica dovrebbe essere solo l'eccesso di un grande I silenzio.
Da bambino: ho desiderato la gloria. A quell'età desideriamo la gloria come si desidera l'amore: abbiamo bisogno degli altri per rivelarci a noi stessi. Non dico che l'ambizione sia un vizio inutile; può servire a sferzare l'anima. Il guaio è che la svuota. Non conosco successo che non si acquisti attraverso mezze menzogne; non conosco ascoltatori che non ci costringano a omettere, o a esagerare qualcosa. Ho spesso pensato con tristezza che un'anima davvero bella non potrebbe accaparrarsi la gloria perché non potrebbe concupirla. Questa idea che mi ha reso scettico nei riguardi della gloria, mi ha reso scettico anche nei riguardi del genio. Ho spesso pensato che il genio non sia altro che una speciale eloquenza, un chiassoso dono di espressione. Anche se fossi Chopin, Mozart o Pergolesi, direi solo, imperfettamente forse, quel che prova ogni giorno un musicista di paese, quando fa del suo meglio con umiltà. Facevo del mio meglio. Il mio primo concerto fu qualcosa di peggio d'un insuccesso, fu un mezzo successo. Per decidermi a darlo, ci vollero tutte le ragioni materiali e quell'autorità che assumono su di noi i signori del gran mondo quando decidono di venirci in aiuto. La mia famiglia annoverava a Vienna certi parenti piuttosto lontani; erano per me quasi dei protettori e dei perfetti estranei. La mia povertà li umiliava un poco; avrebbero voluto che diventassi celebre, per non sentirsi più in imbarazzo quando il discorso cadeva su di me. Li vedevo di rado; mi serbavano rancore, forse, perché non gli offrivo l'occasione di rifiutarmi un aiuto. Eppure, mi aiutarono. Nel modo meno costoso, lo so bene, ma non vedo proprio, amica mia, con quale diritto potremmo esigere la bontà.
Ricordo il mio ingresso in scena, al mio primo concerto. Il pubblico era piuttosto scarso, ma per me era già troppo. Soffocavo. Non mi piaceva il pubblico per cui l'arte è solo una vanità necessaria, quelle facce mascheranti l'anima, l'assenza di anima. Non riuscivo a concepire che si potesse suonare davanti a sconosciuti, a una data ora, per un compenso versato in anticipo. Indovinavo gli scontati apprezzamenti che si credevano obbligati a pronunciare all'uscita; odiavo il loro gusto per l'enfasi inutile, l'interessamento che mi concedevano perché facevo parte del loro mondo, il fittizio splendore che ostentavano quelle donne. Preferivo gli ascoltatori dei concerti popolari, dati la sera in qualche misera sala, dove a volte accettavo di suonare gratuitamente. La gente, lì, ci veniva nella speranza di istruirsi. Non erano più intelligenti di questi altri, avevano solo più buona volontà. Certo, dopo cena, si eran vestiti il meglio possibile; certo, avevano programmato di patire il freddo per due lunghe ore in una sala quasi buia. Quelli che vanno a teatro cercano di dimenticare se stessi; quelli che vanno al concerto cercano di ritrovarsi. Tra la dispersione del giorno e la dissoluzione del sonno, s'immergono in quello che sono. Facce stanche degli ascoltatori della sera, facce che si distendono nei sogni e che paiono bagnarcisi. La mia faccia... E non sono anch'io poverissimo, io che non ho amore né fede né desiderio confessabile, io che non ho che me stesso su cui contare, e che mi sono quasi sempre infedele?
L'inverno che seguì fu un inverno piovoso. Mi raffreddai. Ero troppo abituato a esser malaticcio per allarmarmi quando lo ero veramente. Durante l'anno di cui vi parlo, ero stato riassalito dalle turbe nervose dell'infanzia. L'infreddatura che non curai mi indebolì ulteriormente; mi ammalai di nuovo, e questa volta molto gravemente.
Compresi allora la fortuna di essere solo. Se mi fosse toccato di lasciarci la vita, a quell'epoca, non avrei avuto da rimpiangere nessuno. Era l'assoluto distacco da tutti. Una lettera dei miei fratelli mi informò allora che mia madre era morta, e già da un mese. Mi rattristai, soprattutto per non averlo saputo prima; mi sentivo derubato di qualche settimana di dolore. Ero solo. Il medico del quartiere, che alla fine era stato chiamato, smise presto di venire, e i vicini si stancarono di curarmi. Ero contento così.


© 
Marguerite Yourcenar 


 

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