M'indurii. Mi ero astenuto, sino ad allora, dal giudicare
gli altri; avrei finito per essere, se ne avessi avuto il potere, spietato con loro come lo ero già con me stesso. Non
perdonavo al prossimo le più piccole trasgressioni; avevo
paura che l'indulgenza nei riguardi degli altri potesse indurmi a scusare le mie colpe davanti alla mia stessa coscienza. Temevo l'indebolimento che procurano le sensazioni dolci; arrivai a odiar la natura, a causa delle tenerezze di primavera. Evitai il più possibile la musica commovente: le mie mani, posate davanti a me sulla tastiera,
mi turbavano con il ricordo delle carezze. Paventai l'imprevisto degli incontri mondani, il pericolo dei volti
umani. Fui solo. Poi la solitudine mi spaventò. Non si è
mai del tutto soli: per sventura, si è sempre in compagnia
di se stessi.
La musica, questa gioia dei forti, è il conforto dei deboli. La musica era diventata un mestiere che esercitavo
per campare. Insegnarla ai ragazzi era una prova penosa
perché la tecnica li distoglie dall'anima. Si dovrebbe,
penso, fargliene gustare prima l'anima. In ogni caso, a
questo si oppone la consuetudine, e né i miei allievi né le
loro famiglie tenevano a cambiarla. Mi piacevano più i ragazzi che gli adulti che vennero dopo e che si credevano
obbligati a esprimere qualcosa. E, poi, i ragazzi m'intimidivano meno. Avrei potuto avere, se mi fossi dato più da
fare, molte più lezioni; ma quelle che avevo mi bastavano
per vivere. Lavoravo già troppo. lo non ho il culto del lavoro, se il risultato riguarda solo noi stessi. Non c'è dubbio che stancarsi è un modo di dominarsi; ma lo sfinimento del corpo finisce per intorpidire l'anima. Resta da
sapere, Monique, se un'anima inquieta non valga di più
di un'anima addormentata.
Mi restavano le serate. Mi concedevo, ogni sera, un
momento di musica dedicata a me solo. Certo, un simile
piacere solitario è un piacere sterile, ma nessun piacere è
sterile se rimette d'accordo il nostro essere con la vita. La
musica mi trasporta in un mondo in cui il dolore non
cessa d'esistere, ma si allarga, si rasserena, diventa insieme
più calmo e più profondo, come un torrente che si trasformi in lago. Quando si rincasa tardi, non ci si può mettere a far musica troppo rumorosa; d'altronde, non è stata
mai la mia passione. Sapevo bene che in quella casa tolleravano solo quella mia, e indubbiamente il sonno della
gente stanca vale tutte le melodie possibili. È in questo
modo, amica mia, che imparai a suonare quasi sempre in
sordina, come se avessi paura di svegliare qualcosa. Il silenzio non compensa solo l'impotenza delle parole
umane, compensa anche, per i musicisti mediocri, la povertà degli accordi. M'è sempre parso che la musica dovrebbe essere unicamente silenzio, e il mistero del silenzio
che cerca di esprimersi. Prendete, a esempio, una fontana.
L'acqua muta riempie i condotti, vi si ammassa, ne trabocca, e la perla della cascata è sonora. Mi è sempre parso
che la musica dovrebbe essere solo l'eccesso di un grande I
silenzio.
Da bambino: ho desiderato la gloria. A quell'età desideriamo la gloria come si desidera l'amore: abbiamo bisogno degli altri per rivelarci a noi stessi. Non dico che
l'ambizione sia un vizio inutile; può servire a sferzare l'anima. Il guaio è che la svuota. Non conosco successo che
non si acquisti attraverso mezze menzogne; non conosco
ascoltatori che non ci costringano a omettere, o a esagerare qualcosa. Ho spesso pensato con tristezza che un'anima davvero bella non potrebbe accaparrarsi la gloria
perché non potrebbe concupirla. Questa idea che mi ha
reso scettico nei riguardi della gloria, mi ha reso scettico
anche nei riguardi del genio. Ho spesso pensato che il genio non sia altro che una speciale eloquenza, un chiassoso
dono di espressione. Anche se fossi Chopin, Mozart o
Pergolesi, direi solo, imperfettamente forse, quel che
prova ogni giorno un musicista di paese, quando fa del
suo meglio con umiltà. Facevo del mio meglio. Il mio
primo concerto fu qualcosa di peggio d'un insuccesso, fu
un mezzo successo. Per decidermi a darlo, ci vollero tutte
le ragioni materiali e quell'autorità che assumono su di
noi i signori del gran mondo quando decidono di venirci
in aiuto. La mia famiglia annoverava a Vienna certi parenti piuttosto lontani; erano per me quasi dei protettori
e dei perfetti estranei. La mia povertà li umiliava un
poco; avrebbero voluto che diventassi celebre, per non
sentirsi più in imbarazzo quando il discorso cadeva su di
me. Li vedevo di rado; mi serbavano rancore, forse, perché non gli offrivo l'occasione di rifiutarmi un aiuto. Eppure, mi aiutarono. Nel modo meno costoso, lo so bene,
ma non vedo proprio, amica mia, con quale diritto potremmo esigere la bontà.
Ricordo il mio ingresso in scena, al mio primo concerto. Il pubblico era piuttosto scarso, ma per me era già
troppo. Soffocavo. Non mi piaceva il pubblico per cui
l'arte è solo una vanità necessaria, quelle facce mascheranti l'anima, l'assenza di anima. Non riuscivo a concepire che si potesse suonare davanti a sconosciuti, a una
data ora, per un compenso versato in anticipo. Indovinavo gli scontati apprezzamenti che si credevano obbligati a pronunciare all'uscita; odiavo il loro gusto per l'enfasi inutile, l'interessamento che mi concedevano perché
facevo parte del loro mondo, il fittizio splendore che
ostentavano quelle donne. Preferivo gli ascoltatori dei
concerti popolari, dati la sera in qualche misera sala, dove
a volte accettavo di suonare gratuitamente. La gente, lì, ci
veniva nella speranza di istruirsi. Non erano più intelligenti di questi altri, avevano solo più buona volontà.
Certo, dopo cena, si eran vestiti il meglio possibile; certo,
avevano programmato di patire il freddo per due lunghe
ore in una sala quasi buia. Quelli che vanno a teatro cercano di dimenticare se stessi; quelli che vanno al concerto
cercano di ritrovarsi. Tra la dispersione del giorno e la
dissoluzione del sonno, s'immergono in quello che sono.
Facce stanche degli ascoltatori della sera, facce che si distendono nei sogni e che paiono bagnarcisi. La mia faccia... E non sono anch'io poverissimo, io che non ho
amore né fede né desiderio confessabile, io che non ho
che me stesso su cui contare, e che mi sono quasi sempre
infedele?
L'inverno che seguì fu un inverno piovoso. Mi raffreddai. Ero troppo abituato a esser malaticcio per allarmarmi
quando lo ero veramente. Durante l'anno di cui vi parlo,
ero stato riassalito dalle turbe nervose dell'infanzia. L'infreddatura che non curai mi indebolì ulteriormente; mi
ammalai di nuovo, e questa volta molto gravemente.
Compresi allora la fortuna di essere solo. Se mi fosse
toccato di lasciarci la vita, a quell'epoca, non avrei avuto
da rimpiangere nessuno. Era l'assoluto distacco da tutti.
Una lettera dei miei fratelli mi informò allora che mia
madre era morta, e già da un mese. Mi rattristai, soprattutto per non averlo saputo prima; mi sentivo derubato di
qualche settimana di dolore. Ero solo. Il medico del quartiere, che alla fine era stato chiamato, smise presto di venire, e i vicini si stancarono di curarmi. Ero contento così.
©
Marguerite Yourcenar
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