"Poesie" di William B. Yates



La rosa del mondo

Chi mai sognò che la bellezza trascorre come un sogno?
Per queste rosse labbra con tutto il loro orgoglio desolato,
Desolato che nessun nuovo miracolo accada,
In un alto splendore funerario Troia sparve,
E i figli d’Usna morirono.

Noi trascorriamo insieme al mondo sofferente:
Fra l’anime degli uomini che ondeggiano e ritraggono,
Come le pallide acque nel loro corso invernale,
Sotto le stelle che fuggono, spuma del cielo,
È solo questo volto che continua a vivere.

Inchinatevi, arcangeli, nei vostri fiochi soggiorni:
Prima che voi foste o che qualsiasi cuore palpitasse,
Presso il Suo seggio ella indugiava languida e cortese;
Egli creò il mondo come un sentiero erboso
Affinché lei vi posasse i piedi erranti.


La pena d’amore

Lo strepitare di un passero alle gronde
La luna che risplende e il cielo latteo,
E l’armonia solenne delle foglie avevano
Cancellato l’immagine e il grido dell’uomo.

Una fanciulla sorse con le rosse labbra
Dolorose e sembrò la grandezza
Di tutto il mondo in lacrime,
Dannata come Ulisse, le navi infaticabili, fiera
Come Priamo assassinato insieme alla sua gente;

Sorse, e all’istante le gronde clamorose, e la luna
Che arrampicava sopra un cielo vuoto, e tutto
Quel lamento di foglie non poterono
Che ricomporre l’immagine e il grido dell’uomo.


Gli uccelli bianchi

Io vorrei che noi fossimo, amore, uccelli bianchi su spuma di mare!
Di fiamma di meteora ci stanchiamo avanti che ci sfugga o che svanisca;
Fiamma di stella azzurra di crepuscolo, al margine del cielo in basso appesa,
Nei nostri cuori ha suscitato, amore, una tristezza che non può morire.

Viene stanchezza da questi sognatori, gravati di rugiada, giglio e rosa;
Non sognare di loro, amata mia, la fiamma di meteora che scorre,
Fiamma di stella azzurra che s’indugia al calar di rugiada in basso appesa;
Io vorrei che noi fossimo mutati in bianchi uccelli su vagante spuma!

Isole innumerevoli mi turbano, e le rive fatate dove il tempo
Ci scorderebbe, dove il dolore non ci raggiungerebbe mai;
Presto lontani dalla rosa e il giglio, corrosi dalle fiamme non saremmo,
Fossimo solo bianchi uccelli, amore, sospesi sulla spuma a navigare!


I due alberi

Scruta dentro il tuo cuore, amore mio,
L’albero sacro è lì che sta fiorendo; dalla gioia
I rami sacri si partono, e con essi
Tutti i fiori frementi che sostengono.
I colori mutevoli dei frutti hanno adornato
Con una luce gaia le stelle; la presa sicura
Della radice invisibile ha piantato
La quiete nella notte; lo scuotersi
Della sua vetta frondosa ha dato all’onde
La loro melodia,
Sposando le mie labbra con la musica,
Mormorando per te una canzone magica,
Là vanno in cerchio gli Amori, nel cerchio fiammeggiante
Dei nostri giorni, in vortici,
Svolgendosi a spirale qua e là
In quei vasti e innocenti viali di foglie;
Ricordando la chioma fluttuante e come i sandali alati
Dardeggiano, i tuoi occhi
Di tenerezza si colmano:
Scruta dentro il tuo cuore, amore mio.

Non ti guardare più allo specchio amaro
Che i dèmoni ci pongono di fronte, passando,
Con la loro sottile scaltrezza, o se vuoi
Guarda solo un istante; perché vi si forma
Una fatale immagine, che la notte
Tempestosa raccoglie,
Radici nascoste a metà nella neve,
Rami spezzati, foglie annerite.
Perché ogni cosa diventa sterile
In quello specchio oscuro che i dèmoni sostengono,
Specchio della stanchezza esterna,
Creato mentre Dio stava dormendo nelle età che furono.
Fra i rami infranti, là, passando i corvi
Del pensiero irrequieto, trasvolando,
Stridendo in ogni dove, con gli artigli
Crudeli e il becco rapace, quando non restano immobili
Fiutando il vento e scuotono
Le ali sbrindellate; ahimè!
I tuoi teneri occhi perdono ogni dolcezza:
Non ti guardare più in quello specchio amaro.


All’Irlanda nei tempi che verranno

Sappiatelo, vorrei
Essere annoverato fra i veri confratelli
Di quella compagnia, che cantarono,
Per addolcire i mali dell’Irlanda,
Ballate e favole, strofe e canzoni;
Né io meno di loro mi considero, perché
Lo strascico di lei di rose rosse orlato,
Di colei la cui storia ebbe inizio
Prima che Dio creasse la falange angelica,
Sfiora lasciando tracce su tutto il foglio scritto.
Quando il Tempo iniziò a declamare
E ad infuriarsi, il ritmo del suo rapido
Piede risvegliò i palpiti
Del cuore dell’Irlanda; e il Tempo diede ordine
Di fiammeggiare a tutte le candele, così che illuminassero
Qua e là il ritmo di lei; e possano i pensieri
Dell’Irlanda nutrirsi a questa quiete ritmica.

Né io possa di meno
Essere annoverato insieme a Davis,
A Ferguson e a Mangan, poiché per colui
Che vi presti attenzione le mie rime narrano
Meglio di loro le cose che si scoprono
Nelle profondità, dove soltanto il corpo è addormentato.
Creature elementari vanno e vengono
Attorno alla mia tavola, e sorgono
Rapide da uno spirito insondabile
A declamare e a infuriarsi nei flutti e nel vento;
Eppure, colui che si muove seguendo i modi del ritmo
Può scambiare con loro sguardo a sguardo.
L’uomo procede sempre insieme a loro
Dietro lo strascico di lei di rose rosse orlato.
Ah, Fate che intrecciate danze sotto la luna,
Terra druidica, canto dei Druidi!

Finché m’è ancora possibile, è per te che scrivo
La vita che ho vissuto, il sogno che ho sognato.
Dal giorno in cui nascemmo fino al giorno
In cui noi moriremo tutto scorre
Rapido. E noi, il nostro canto e il nostro
Amore e tutto ciò che il Tempo
Che misura la vita un giorno ha acceso, e tutte
Le creature sorsprese dalla notte che vengono e che vanno
Attorno alla mia tavola, tutto trascorre e muove
Verso un luogo in cui forse non esiste, nell’estasi
Di verità che ogni cosa consuma, un luogo alcuno per l’amore e il
[sogno;
Ché Dio trascorre con candido passo.
Ho gettato il mio cuore nei miei versi
Affinché tu, nei cupi tempi a venire,
Possa sapere che il mio cuore ricercò con essi
Lo strascico del manto di rose rosse orlato.


Nel crepuscolo

Oh cuore logoro in un’età logorata,
Sciogliti dalle reti della ragione e del torto;
Ridi mio cuore ancora nel crepuscolo
Grigio, sospira ancora, mio cuore,

Nella rugiada del mattino. Tua madre
Eire è sempre giovane, rugiada che risplende
E crepuscolo grigio; sebbene la speranza
Da te si fugga e l’amore decada, bruciando

Nei fuochi di una lingua maldicente.
Vieni, mio cuore, dove i colli s’ammucchiano sui colli:
Perché la fratellanza mistica del sole e della luna,
Della valle e del bosco, del fiume e del ruscello

Laggiù regna sovrana; e Dio suona il suo corno solitario,
E il tempo e il mondo sono sempre in fuga; e l’amore
È meno dolce del crepuscolo grigio, e la speranza
È meno cara della rugiada del mattino.


La canzone di Aengus l’errante

Andai in un bosco di nocciòli
Perché un fuoco mi bruciava nella testa,
E tagliai e pelai una verga di nocciòlo,
Ed attaccai una bacca in fondo a un filo;
E quando le bianche falene si levarono sull’ali
E vacillando vennero come falene le stelle,
Gettai la bacca in un ruscello
E pescai una piccola trota d’argento.

Quando l’ebbi posata sul suolo
Soffiai sul fuoco per ravvivarlo,
Ma qualcosa sul suolo si agitò,
E qualcuno mi chiamò per nome: la trota
S’era fatta una splendida fanciulla
Con fiori di melo fra i capelli,
Che mi chiamò per nome e corse via
E scomparve per l’aria scintillante.

Sebbene errando mi sia fatto vecchio,
Errando per valli e colline,
Scoprirò dove mai se n’è fuggita,
E bacerò le sue labbra, le prenderò le mani;
Camminerò fra l’erbe alte dai molti colori;
E coglierò, finché i tempi non siano finiti,
Le mele d’argento della luna,
Le mele d’oro del sole.

©  William B. Yates 
 
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