| Da "Ragazzo negro" di Richerd Wright, Einaudi 1963 |
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Una mattina d'inverno di quei lontani giorni della mia
fanciullezza, bambino di quattr'anni mi trovavo in piedi
dinanzi a un camino, a scaldarmi le mani sopra un mucchietto di carboni accesi, ascoltando il vento che fischiava
attorno alla casa. Per tutta la mattina la mamma non aveva
fatto che sgridarmi, dicendomi di star buono, ammonendomi che non dovevo far rumore. E mi sentivo infuriato,
stizzito e impaziente. Nella stanza accanto la nonna era a
letto malata e un dottore la curava giorno e notte, e sapevo
che m'avrebbero punito se non obbedivo. Irrequieto, traversai la stanza, andai alla finestra, sollevai le lunghe e
vaporose tendine bianche -che mi era vietato toccare -
e guardai avidamente fuori, nella strada deserta. Sognavo
di poter correre, e giocare e gridare, ma la vivida immagine della vecchia e arcigna faccia di mia nonna, bianca,
grinzosa, incorniciata da un alone di neri capelli spioventi,
posata su un immenso guanciale di piume, mi atterriva. In casa tutto era tranquillo. Dietro di me, mio fratello -più piccolo di me di un anno -giocava placidamente per terra con un balocco. Un uccello piroettò davanti alla finestra ed io lo salutai con un grido giocondo. -Meglio che stai zitto, -disse mio fratello. -Sta' zitto tu, -dissi. La mamma entrò vivacemente nella stanza chiudendo la porta dietro di se. Mi venne vicino e mi minacciò col dito davanti alla faccia. -Devi smetterla di strillare, hai capito? -sussurrò. - Lo sai che la nonna è ammalata e che devi star buono! - Abbassai la testa imbronciato. Ella se ne andò ed io mi sentii oppresso dalla noia. -Te l'avevo detto, -disse mio fratello trionfante. -Tu sta' zitto, -gli ripetei. Gironzolai con noncuranza per la camera, cercando di immaginare qualcosa da fare, temendo il ritorno della mamma, risentito d'esser trascurato. La stanza non conteneva nulla d'interessante salvo il fuoco, e infine mi fermai davanti ai tizzoni tremolanti, affascinato dalla brace incandescente. L 'idea d'un nuovo genere di giuoco sorse e si radicò nel mio cervello. Perché non gettare qualcosa nel fuoco e poi stare a osservare mentre bruciava? Mi guardai attorno. C'era soltanto il mio libro di figure e la mamma m'avrebbe picchiato se avessi bruciato quello. E allora che cosa ? Mi misi alla ricerca, fino a che vidi la scopa appoggiata in un ripostiglio. Ecco che cosa... Chi si sarebbe arrabbiato per pochi sterpi, se li avessi bruciati? Tirai fuori la scopa, strappai una manciata di sterpi eli gettai nel fuoco e li guardai fumare, diventar neri, incendiarsi e infine diventar fantomatiche spirali che svanirono. Bruciare sterpi era un noioso genere di divertimento, ne strappai altri eli gettai nel fuoco. Mio fratello mi venne vicino, e il suo sguardo fu attirato dagli sterpi in fiamme. -Non lo fare, -disse. -Perché? -domandai. -Brucerai tutta la scopa, -disse. -Sta' zitto, -dissi. -Lo dico a mamma, -disse- -E io ti picchio, -dissi. La mia idea s'andava sviluppando, sbocciava. Ora mi stavo chiedendo che effetto avrebbero fatto le lunghe e vaporose tendine bianche se avessi acceso un mazzo di sterpi e lo avessi tenuto li sotto. Ci provavo? Certo. Strappai un po' di sterpi dalla scopa e li tenni sul fuoco fino a che non s'incendiarono. Poi mi affrettai alla finestra e portai la fiamma fino a toccare l'orlo delle tendine. Mio fratello scosse la testa. -Nooo, -disse. Quando parlò era troppo tardi. Rossi anelli stavano mangiando la stoffa bianca, e d'un tratto divampò una fiammata. Trasalendo, indietreggiai. Le fiamme si alzarono fino al soffitto ed io tremai di paura. Presto un giallo lenzuolo illuminò la stanza, ne fui atterrito; volevo mettermi a gridare ma ebbi paura. Mi guardai attorno cercando mio fratello, era scomparso. Ora metà della stanza era in fiamme. Il fumo mi soffocava, e il fuoco mi lambiva la faccia e mi toglieva il respiro. Andai in cucina, anche là il fumo stava entrando a fiotti. Ben presto la mamma avrebbe sentito quel fumo, avrebbe visto il fuoco e sarebbe venuta a picchiarmi. Avevo fatto qualcosa che non andava, qualcosa che non avrei potuto nascondere o negare. Si, me ne sarei scappato e non sarei tornato mai più. Fuggii dalla cucina e andai in cortile. Dove potevo andare? Ecco, sotto la casa l. Là nessuno mi avrebbe trovato. Strisciai sotto la casa e m'insinuai nel buio vano d'un camino in muratura ove mi rannicchiai facendomi più piccolo che potevo. La mamma non doveva trovarmi, non doveva frustarmi per quello che avevo fatto. Ad ogni modo era stata una disgrazia, io non volevo dar fuoco alla casa sul serio. Volevo solo vedere che effetto facevano le tendine quando bruciano. Ne mi veniva in mente che mi stavo nascondendo sotto una casa in fiamme. Poco dopo sentii un gran rumore di passi, di sopra, poi grida. In seguito dalla parte della strada mi giunse lo scampanellio dei carri dei pompieri e il rumore degli zoccoli dei cavalli. Si, c'era proprio un incendio, un incendio come quello che una volta avevo visto che aveva raso al suolo una casa e lasciato in piedi solo un camino, tutto nero. Ero impietrito dal terrore. Il rimbombo che sentivo sopra di me scuoteva il camino al quale m'aggrappavo. Le grida divenivano sempre più forti. Ebbi l'immagine di mia nonna abbandonata senza aiuto nel suo letto, e si levavano gialle fiamme dai suoi capelli neri. Mia madre sarebbe andata a fuoco? E mio fratello sarebbe bruciato anche lui? sarebbero bruciati tutti quanti, in casa? Perché non ci avevo pensato a tutte queste cose, prima di dar fuoco alle tendine? Desiderai di diventare invisibile, di cessar di vivere. li trambusto sopra di me andava crescendo e cominciai a piangere. Mi sembrava di star là nascosto da secoli, e quando il tramestio e le grida cessarono mi sentii abbandonato, cacciato per sempre fuori della vita. Risuonarono voci li vicino e rabbrividii. -Richard! -chiamava mia madre, come una forsennata. Vidi le sue gambe e l'orlo del vestito muoversi rapidamente qua e là per il cortile. I suoi lamenti eran pieni di un'angoscia dalla cui intensità potevo misurare la punizione che mi aspettava. Poi vidi la sua faccia tesa guardare sotto l'orlo della casa. M'aveva trovato! Trattenni il fiato e aspettai di sentire che mi ordinava di andar da lei. Ma la sua faccia spari; no, non mi aveva visto, confuso nel buio recesso del camino. Mi nascosi la testa tra le braccia e cominciarono a battermi i denti. -Richard! La disperazione che sentii nella sua voce fu dolorosa e cocente come un colpo di frusta sulle mie carni. -Richard! La casa va a fuoco! Oh, trovate il mio bambino! Già, la casa andava a fuoco, ma io ero deciso a non lasciare il mio rifugio. Alla fine vidi un'altra faccia far capolino sotto l'orlo della casa, era la faccia di mio padre. I suoi occhi dovevano essere abituati all'oscurità, poiché m'indicò subito. -Eccolo là! -Nooo! -strillai. -Vieni qua, piccolo! -Nooo! -La casa va a fuoco! -Lasciatemi stare! Egli strisciò verso di me e mi acchiappò per una gamba. Mi afferrai all'orlo del camino con tutte le forze. Mio padre mi tirava per la gamba ed io m'aggrappavo più forte al camino. -Vieni fuori di là, stupidone! -Lasciami andare! Non potevo resistere a quello stiracchiamento della gamba, e le mie dita cedettero. Era finita. Adesso mi avrebbero picchiato. Ormai non m'importava piu. Sapevo che cosa stava per succedere. Mi trascinò nel cortile e nell'istante stesso in cui la sua mano mi lasciava balzai in piedi e ruppi in una corsa selvaggia, cercando d'evitare la gente che mi circondava, puntando verso la strada. Fui riacchiappato prima che avessi fatto dieci passi. Da quel momento tutto divenne confuso. In mezzo al pianto, alle grida, ai discorsi concitati, appresi che nessuno era morto in mezzo al fuoco. Pareva che mio fratello, alla fine, avesse superato abbastanza il suo panico da avvertire mia madre, ma non prima che oltre metà della casa fosse andata distrutta. Usando il materasso come barella il nonno e uno zio avevano sollevato la nonna dal letto e l'avevano portata in salvo in casa d'un vicino. La mia assenza prolungata e il mio silenzio per un poco avevano fatto credere a tutti che io fossi perito tra le fiamme. -Ci hai quasi fatto morire di spavento, -borbottò mia madre mentre strappava le foglie da un ramoscello preparandolo per il mio didietro. Venni frustato così forte e a lungo che persi i sensi. Mi batterono tanto da farmi svenire, e più tardi mi ritrovai a letto, urlante, deciso di fuggire, e lottando con mia madre e con mio padre che cercavano di calmarmi. Mi smarrii in un mare di terrore. Fu chiamato il medico -come mi dissero più tardi -il quale ordinò di tenermi in letto, tranquillo, ne andava della mia vita. Mi sentivo tutto il corpo in fiamme, e non potevo dormire. Mi fecero impacchi di ghiaccio sulla fronte per farmi scendere la febbre. Ogni volta che cercavo di dormire vedevo enormi borse bianche, dondolanti, come turgide poppe di vacca, sospese al soffitto sopra di me. In seguito, come peggiorai, vedevo le borse anche durante il giorno, ad occhi aperti, ed ero agghiacciato dal terrore che stessero per cadere e inzupparmi di qualche orribile liquido. Giorno e notte continuavo a pregare mia madre e mio padre di togliere quelle borse , indicandogliele, e tremando di terrore perché nessuno le vedeva all'infuori di me. Esausto, finivo per addormentarmi, e allora mi mettevo a urlare fino a nuovamente svegliarmi del tutto; avevo paura di dormire. Il tempo, finalmente, mi liberò delle paurose borse e mi ristabilii. Ma per molto tempo fui punito ogni volta che ricordavo che mia madre era stata Il li per uccidermi. Ogni evento parlava a me una lingua misteriosa. E i momenti della vita rivelarono a poco a poco il loro significato segreto. Vi fu la meraviglia che provai quando vidi per la prima volta una coppia di cavalli pezzati bianchi e neri grossi come montagne, caracollare giù per una strada polverosa in mezzo a nuvole di polvere argillosa. Vi fu la gioia che provai nel vedere lunghe e diritte file di ortaggi rossi e verdi che si perdevano nel sole fino all'orizzonte luminoso. Vi fu il languido, fresco bacio sensuale della rugiada che sentii sulle guance e sugli stinchi, quando corsi per i verdi sentieri del giardino in un mattino presto. Vi fu il vago senso dell'infinito quando guardai giu, alle gialle, sognanti acque del Mississippi dai picchi verdeggianti di Natchez. Vi furono gli echi di nostalgia che sentii nelle strida degli stormi d'anatre selvatiche in volo verso sud, contro un tetro cielo autunnale. Vi fu la struggente malinconia del pungente odore della legna d'hickory quando brucia. Vi fu l'imbarazzante, impossibile desiderio d'imitare la piccola superbia dei passeri che si voltolavano e si dimenavano nella rossa polvere delle strade di campagna. Vi fu il vivo desiderio di sapere suscitatomi dalla vista d'una solitaria formica che trascinava un fardello verso un misterioso viaggio. Vi fu lo sdegno che m'invase quando torturai un delicato gamberetto bluastro che si raggomitolò terrorizzato nel fondo melmoso d'una latta arrugginita. Vi fu la gloria dolente di masse di nubi accese di porpora e d'oro da un sole invisibile. Vi fu il liquido allarme che vidi nel bagliore rossosangue del tramonto riflesso nei vetri quadrati delle casette imbiancate. Vi fu il languore che sentii quando udii lo stormire delle foglie verdi con un rumore come di pioggia. Vi fu l'incomprensibile segreto racchiuso in un bianchiccio fungo velenoso nascosto nella buia ombra d'un ceppo fradicio. Vi fu la sensazione della morte senza esser morto che provai alla vista d'una gallina che saltellò qua e là, ciecamente, dopo che mio padre le aveva spezzato il collo con un rapido torcer di polso. Vi fu la grande allegria che mi prese quando capii che Dio s'era divertito con i gatti e i cani nel farli lambire il latte e l'acqua con la lingua. Vi fu la sete che mi prese nell'osservare il succo limpido e dolce che sgorgava dalla canna da zucchero mentre veniva schiacciata. Vi fu il cocente panico che mi sali in gola e mi scorse per le vene quando vidi per la prima volta le pigre, flessuose spire d'un serpente turchino addormentato al sole. Vi fu l'ammutolita stupefazione nel vedere un maiale tratto nel cuore, immerso nell'acqua bollente, raschiato, spaccato, sventrato e appeso aperto e sanguinante. Vi fu l'amore che provai per la muta regalità delle alte querce vestite di muschio. Vi fu il senso di crudeltà cosmica quando vidi le tavole contorte d'una baracca di legno, che erano state contratte dal sole estivo. Vi fu la saliva che m'empila bocca ogni volta che sentii l'odore di polvere argillosa impastata di pioggia fresca. Vi fu l'oscura sensazione di fame quando respirai l'odore dell'erba tagliata di fresco e stillante umore. E vi fu il muto terrore che m'invase i sensi quando immensi pulviscoli dorati scendevano verso terra dai cieli carichi di stelle nelle notti silenziose... © Richard Wright, Einaudi, 1963 - Tutti i diritti riservati |