Da "Affondamento" di J. Rodolfo Wilcock, da "Parsifal", Adelphi 1974

    

  Una settimana dopo, sempre seduto allo stesso posto, Ulf Martin è più magro, la sua faccia mostra le prime pieghe della sua storia adulta, per nulla paragonabili alle tenere rughe che la contraevano al momento della nascita e che tanto stupirono suo padre, se non altro perché quelle di adesso si confondono nella boscaglia di una folta barba rossa; ha conosciuto l’illusione e la delusione, la pioggia, il caldo, il morso di un tafano peculiare della zona, l’infiammazione gastrointestinale. Di tanto in tanto pensa: invece di uccidere l’amante della fidanzata è meglio, nella stragrande maggioranza dei casi, cambiare fidanzata. Conserva, sola reliquia quasi del gremito passato dell’umanità, le due metà congiunte della fotografia rotta, e a volte, per distrarsi, si domanda quale sarà Bobby e quale Cornelius; come l’ufficio informazioni di un ministero, la immaginazione gli risponde: è il cane, oppure è il ragazzo, in ogni caso semplici congetture prive di fondamento.
La sua parte animale non concepisce la morte, per quanto inconsapevolmente tenda sempre a evitarla; invece la sua parte prettamente umana e pensante riconosce l’esistenza di un problema e l’esigenza di risolverlo. Ma le persone come Ulf Martin, quando si trovano di fronte a un problema, non solo si tranquillizzano ma si accontentano completamente della prima idea piacevole che riesca in qualche modo a promettere loro non la sicurezza ma la possibilità di una soluzione, e così accontentate si sentono libere di perdere il tempo in occupazioni futili scarsamente attinenti agli scopi che le suddette persone dichiarano di perseguire in genere e tanto meno al problema in particolare.
Intanto la striscia di terra che ancora si può chiamare isola continua a restringersi; il mare penetra nella macchia e inonda le zone basse, una dopo l’altra, mentre gli uccelli, astuti per istinto, emigrano verso località più stabili. L’isola si spacca in due, il giorno dopo in cinque pezzi.
Una mattina Ulf apre la porta della casupola e la schiuma gli schizza sui pantaloni: durante la notte è franata la fascia di terra che ancora lo separava dal mare. Se non la sposta più su, in due o tre giorni frana pure la casupola. Oh come preferirei essere in Svizzera o sulle Ande! - pensa il giovane naufrago - meglio ancora, essere in casa mia a Sydney; gli uccelli se ne vanno, anch’io dovrei andarmene.
A un tratto decide di uccidersi, come un gesto di ribellione. Passati in rivista i diversi tipi di suicidio indolore che in quel momento riesce a ricordare, conclude che, mancando assolutamente la possibilità di metterli in pratica, gli converrà rinunciare al progetto; la cosa più ragionevole, date le circostanze, sarebbe di costruire una zattera.
Tronchi non gliene mancano, ma non sa come legarli insieme; ricordando il metodo più semplice per risolvere problemi che gli hanno insegnato da bambino, si lascia cadere in ginocchio sulla sabbia bianca e prega. Poi prova a fabbricare delle corde con i vegetali che gli offre la flora locale; ma le corde che intreccia di giorno si disintrecciano da sole di notte. Siccome non può immaginare altra possibilità di evasione, insiste nell’intento, e dopo qualche giorno, quando già il mare si è portato via la casupola assieme alla foto di Bobby e Cornelius, riesce a intrecciare corde più o meno durevoli con piante rampicanti.
Si sente mancare il tempo, parla da solo, ripetendo parole senza senso; ha capito che gli restano pochi giorni. Una tempesta più forte delle precedenti, e il mare spazzerà via l’isola. Gli sembra di essere sul dorso di una balena; a tratti persino la sente muovere. Una di queste notti, pensa, senza preavviso, si scompare dalla carta geografica. L’annichilazione cartografica gli ispira ancora più spavento della cancellazione topografica.
Con impazienza, con imperizia, ma nel fondo dell’essere con giubilosa speranza, si adopera adesso alla costruzione di zattere. Le prime due riescono tanto deformi che vengono abbandonate. La terza pure, ma ormai si è rassegnato a viaggiare su un natante imperfetto. Per mancanza di sega, i tronchi che costituiscono la zattera conservano sia le radici che i rami, il che ostacola oltremodo l’operazione, e dà al congegno un aspetto insolito di prodigio naturale.
Con le sue ultime forze trascina la zattera fino a quel che nonostante le sue cinque comunicazioni con il mare esterno continua a essere la laguna interna dell’atollo; invece di reggersi orizzontale sulle acque, l’imbarcazione galleggia storta, con un angolo sotto il pelo della laguna. È la prima nave nel suo genere. Tuttavia Ulf riesce a raddrizzarla caricando noci di cocco e frutta sull’angolo opposto; dopo di che dedica un’intera notte al compito di intrecciare una vela con rami di palma, oggetto voluminoso che si disfa continuamente e al quale si vede costretto a rinunciare un’ora prima dell’alba, perché lo vince il sonno.
Finora Martin ha dimostrato di essere una persona che fallisce in tutto, ma la vita nelle grandi città è organizzata in modo che perfino all’essere più inutile basta essere simpatico o avere una famiglia per sussistere per anni senza troppi inconvenienti perché le conseguenze della sua inutilità si compensano, annullandosi, con le conseguenze dell’inutilità degli altri. La società protegge i suoi veri fedeli, e indubbiamente ha il diritto di farlo, così come ha il diritto di segnare con un ferro rovente la fronte dei solitari, degli eccentrici, dei disfattisti che vorrebbero metterla in contatto con la realtà. Lo sa bene la società che la realtà è intollerabile, perciò insiste nel rinchiudersi nei suoi castelli di vetro. Comunque sia, ragiona lei, non tutti i giorni si presenta l’obbligo di costruire una zattera per fuggire da un’isola che affonda.
Non appena si addormenta lo sveglia la tempesta. Sul cielo nuvolo lattiginoso dell’alba si scuotono le palme sotto il vento improvviso; le onde si lanciano all’attacco come i carri sovietici su Berlino. Povero capitano, la sua punizione è meritata! Nella penombra torbida da cinema muto, Ulf si avvia a tentoni verso la zattera, la quale più che mai sembra un relitto portato a riva dal capriccio del mare, non certo la orgogliosa affermazione dell’ingegno dell’essere che domina le onde procellose.
Sale, allenta i lacci che trattengono a terra il raro insieme e con l’aiuto di una pertica lunga costeggia la riva interna fino al canale che mette in comunicazione la laguna con l’esterno.
Come chi attraversa in barca un parco allagato, raggiunge il mare aperto; dietro di lui spunta il giorno. Lunghe nuvole rosse e viola formano un ventaglio splendente, il cui vertice sta a indicare il punto da cui sorgerà la luce futura; riflessi di incendio scintillano sulla sommità delle onde, la schiuma salta e si scioglie in gocce rosee che rimangono un attimo sospese in aria come farfalle. Ulf Martin si lascia alle spalle le ultime palme a bagno ed emerge al Pacifico violento, trascinato dal vento.
L’isola si staglia nitida contro i fuochi del crepuscolo, come quei quadri che raffigurano un paesaggio tropicale di velluto nero su uno sfondo di ali di farfalla. Mosso dal saliscendi delle onde, Martin vede scendere e salire sull’orizzonte luminoso le palme ormai lontane, pettinate dal vento come chiome, tutte nella stessa direzione. Sulla zattera i frutti e le noci di cocco si sparpagliano e cadono in acqua attraverso i larghi interstizi che separano i tronchi. Col mal di mare, zuppo, derelitto, il navigante trema dal freddo.
Dieci minuti dopo cominciano a cedere le legature della zattera. Ulf Martin vede allargarsi lo spazio tra i tronchi che lo reggono, e per la prima volta dalla sua partenza da Sydney scoppia a piangere, convulsamente. La mia vita avrebbe potuto essere così piacevole, pensa, così tranquilla e soddisfacente; ero giovane e sano; se non avessi ammazzato un ebreo sarei adesso a casa mia, a letto, al caldo.
Tanti sono i prodigi verdi e rossi che non rivedrà più: fichi, copertine di riviste popolari, chalets, tramonti australiani, stelle filanti, autobus, bandiere socialiste, bistecche, cravatte dipinte a mano. Gemendo e pregando alternativamente si illude di riaverli.
Quasi senza rendersene conto si trova in acqua; le ultime a abbandonarlo sono le pretese e le convenzioni. Si abbraccia a un tronco, ma non gli resta più nulla; ormai nemmeno si chiama Ulf Martin. Si impossessano di lui il freddo e i granchi, una specie di sopore simile al sonno; nel sopore lascia la presa e affonda. Se è stato un uomo, lo è stato un attimo soltanto prima della morte.


©
J. Rodolfo Wilcock


 
 

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