Da "Considerazioni di un alienato" di August Strindberg, Edizioni Clandestine, 2002

 

Tredici maggio 1875. Stoccolma. Mi trovo nella grande sala della Biblioteca Reale, che comprende un'ala intera del palazzo del re, foderata di legno di faggio imbrunito dal tempo come schiuma di mare ben fissata. L'immensa stanza, guarnita da nastri barocchi, ghirlande, anelli, armadi, e circondata all' altezza del primo piano da un sottopassaggio a piccole colonne toscane, s'apre sotto i miei piedi come un baratro, parodiando con le sue migliaia di volumi un formidabile cerbero dove si raccolgono le idee delle passate stagioni umane.
I due compartimenti principali, ricoperti da scaffalature alte almeno tre metri, per tutta l'estensione del pavimento contornano un corridoio che scorre la sala dall'inizio alla fine. I raggi primaverili del sole, penetrano dalle dodici finestre, sulle rilegature rinascimento in pergamena bianca e oro, in pelle di Cordova nero e argento del XVII secolo, in vitello col taglio rosso del XVIII, in cuoio verde Impero, in cartone corrente dei nostri giorni. I teologi stanno a fianco dei maghi, i filosofi dei naturalisti, gli storici dei poeti. Magazzino geologico senza profondità, nel quale tutti gli strati si sono sovrapposti in un pudding, che segna gli intervalli dell'evoluzione della bestialità e del genio dell'uomo.
Eccomi sulla galleria tutto preso a classificare un monte di vecchi libri, offerti recentemente da un noto collezionista, unicamente astuto nell'assicurarsi l'immortalità attraverso il semplice marchio apposto sul frontespizio e col motto del suo ex-libris: Speravit infestis.
Condizionato da credenze proprio come un ateo, rimanevo sempre suggestionato da questo motto che, per di più, da una settimana mi veniva incontro tutte le volte che aprivo uno di quei volumi. Quel brav'uomo affidava la speranza ai suoi motti: era successore di sei arcivescovi, e questo gli portò bene. Per quanto mi riguarda, io, dal canto mio, avevo abbandonato ogni velleità sia per ciò che concerne una mia tragedia in cinque atti, sia per avere una promozione nel mio ufficio, per la quale occorreva che seppellissi ben sette impiegati in soprannumero, e tutti in perfetta salute. Così con una retribuzione di venti corone mensili, un dramma in cinque atti che dormiva sonni profondi in una mansarda, a ventott'anni suonati fu sin troppo facile cadere nel disfattismo contemporaneo, o almeno in quel fresco scetticismo ad uso e consumo dei falliti ed a parziale loro consolazione.
Componente fisso di una Bohème culturale, circoscrizione d'una antica Bohème artistica, coadiutore di giornali seri e di riviste ammantate sontuosamente, ma che pagavano male, azionista di una società anonima per là traduzione della Filosofia dell'inconscio di Eduard von Hartmann, affiliato alla lega sotterranea dell' amor libero e non gratuito, remunerato dal titolo criticabile di Regio Segretario, autore di due atti unici rappresentati al Teatro Reale, mi trovavo in grave difficoltà a rimediare i viveri necessari a scongiurare la miseria dell'esistenza che avevo preso a noia, senza che avessi tuttavia abbandonato la volontà di vivere. D'altra parte, perche prendersela tanto? Se la verità è qualcosa di attuale, e visto che la verità di oggi si trasformerà nella stoltezza di domani, perche sprecare le risorse della giovinezza per apprendere nuove stupidaggini; se la sola cosa certa che ci rimane è la morte, meglio tirare a campare!
Ma per chi, per che cosa?
Il ripristino di tutto il vecchiume, soppresso alla fine del secolo, s'era realizzato con l' avvento di Bernadotte, un giacobino frustrato. La generazione del mitico ottocentosessanta, di cui facevo parte, aveva visto fallire tutte i suoi sogni dopo la riforma parlamentare, adottata con tanto fragore.
Le due camere, che avevano sostituito i Quattro Stati, erano composte perlopiù da contadini, i quali avevano trasformato la Dieta in una sorta consiglio comunale in cui trattavano i loro piccoli affari trascurando ogni argomento di progresso. La politica divenne una via di mezzo tra interessi comunali e personali, cosicché le ultime frange di quello che si chiamava allora l'ideale si decomponevano in fermenti penosi. Se a ciò si aggiunge anche la reazione religiosa, emersa dopo la morte di Carlo XV con l'avvento della regina Sofia di Nassau, si trovano altre motivazioni per comprendere il sorgere di un pessimismo illuminato; senza considerare poi le motivazioni derivanti da considerazioni personali.
Asfissiato dalla polvere dei libri, spalanco una finestra che dà su Logàrden, per respirare un po' d'aria fresca e stendere uno sguardo sul paesaggio. I lillà in fiore si muovono sotto la brezza odorosa di linfa che scaturisce dai pioppi; il caprifoglio e l' edera cominciano a ricoprir di verde il pergolato; l'acacia e i platani sono un po' indietro, secondo i soliti capricci del mese di maggio. Tempo di primavera, tuttavia, anche se lo scheletro di alberi e siepi si lascia intravedere sotto la nuova fogliazione. Gli alberi dei battelli a vapore parcheggiati nel porto spuntano pavesati in onore della festa di maggio. Tutti i vascelli in rada hanno sciorinato i loro colori nazionali, simboleggianti, più o meno, i diversi paesi. L'Inghilterra in rosso sangue di bue, la Spagna rosso gialla, rigata come una persiana di balcone moresco, gli Stati Uniti con la trama a righe; il gaio tricolore accanto alla fosca bandiera tedesca, sempre a lutto; la camicetta da signora della Danimarca; il tricolore mascherato della Russia. Tutti fianco a fianco, allineati sulla distesa blu mare di un cielo nordico. E il frastuono delle carrozze, dei fischi, delle campane, delle gru; e l'odore d'olio delle macchine, dell'aringa salata, del cuoio, delle vettovaglie coloniali, combinato al profumo dei lillà, refrigerato dal vento dell'est, che arriva dal mare, battuto durante il suo viaggio dai ghiacci nomadi del Baltico.
Avevo date le spalle ai libri, la testa fuori della finestra per dare sollievo ai miei cinque sensi, quando la guardia che montava in servizio sfilò cantando la marcia del Faust. Musica, vessilli, cielo terso, fiori, tutto mi inebriava, a tal punto che non mi accorsi neppure del giovane che mi recapitava la posta. Mi sfiorò sulla schiena, mi diede una missiva e scomparve.
Si trattava della lettera di una dama. Subito la squarciai pregustando un colpo di buona sorte. E di sicuro ne sarebbe stato il Caso. "L' aspetto questo pomeriggio, alle cinque in punto, davanti al numero 65 di Regeringsgatan. Un rotolo di musica sarà il segno di riconoscimento."
Anche se da poco tempo una buontempona si era presa gioco di me, non mollai l' occasione ed anzi la colsi al volo. Anche se il tono quasi di comando offendeva in qualche modo la mia virtù di maschio. Come se io fossi stato una preda a cui prescrivere un ordine. Oltre a ciò considerati gli impegni del pomeriggio, non trovavo per nulla conveniente andare in giro nei dintorni a corteggiare una donna sotto la luce del sole, e oltretutto in una strada centrale.
Tuttavia, all'ora indicata, mi trovai come da indicazioni, sul marciapiedi prestabilito. Attendevo impaziente l' arrivo della dama ignota. Il rotolo di musica significava in qualche maniera partecipazione di matrimonio e mi rendeva timoroso, ma d'un tratto mia apparve una signora. La prima impressione, sulla quale molto confidavo, fu molto incerta. Lei aveva un' età possibile e vaga, tra i ventinove e i quarantadue anni; vestita in modo audace, tra l'artista e l'intellettualoide; ragazza di famiglia e femmina emancipata; donna libera e pollastrella. Disse che era la fidanzata di un mio vecchio fautore, cantante d' opera, il quale voleva raccomandarmela. Ma tutto ciò ben presto si rivelò non vero.
In meno di mezz'ora mi raccontò, in tono vezzeggiante, querula come un piccolo volatile, di tutto ciò che la interessava, di ciò che sentiva, e di quello che fantasticava; roba di nessuna importanza per me. Allora le domandai in cosa potevo servirla.
"Cosa dice? Io, dovrei portare la candela, ad una giovane dama?"
dissi alzando un po' la voce. "Gentile signorina, lei forse non sa che io sono il diavolo in persona?"
"Le piace crederlo, forse" rispose "ma io la conosco meglio di quanto lei possa immaginare; lei non è altro che un infelice, bisognoso di essere salvato dai propri funesti pensieri."
"Lei dice di conoscermi profondamente, ma in realtà si affida ai sorpassati giudizi che il suo fidanzato conserva su di me."
Non avevo altro da aggiungere, eppure quella donna pareva leggermi nel cuore. Possedeva un istinto del tutto particolare di insinuarsi nell'animo altrui. Curava una florida corrispondenza, martellando di lettere tutti i personaggi di rilievo, dispensando ammonimenti, mettendosi in testa di influire sulla ventura degli uomini. Assetata di potere, innalzandosi a redentrice d'anime, vegliando sul mondo intero, si era imposta la vocazione di guarirmi. In poche parole, si trattava di impicciona bella e buona, di scarsi principi e d'infinita audacia femminile.
Così cominciai a provocarla, prendendomi gioco del mondo, degli uomini e di Dio. Per tutta risposta lei mi qualificò degenerato. "Suvvia, ci pensi bene, signorina! Le mie idee, tutte originali, a lei suonano bacate. Mentre le sue, che risalgono a certi luoghi comuni e sorpassati della mia giovinezza, tutta roba da buttare via, le sembrano una novità. Lei crede di offrimi primizie, in realtà non sono altro che vasi di conserva mai chiusi bene. Roba muffita, roba che puzza, non se ne rende conto?" La giovane dama arrossì di rabbia e di sconcerto, mi disse addio bruscamente e se ne andò. Risolta così la questione, raggiunsi baldanzoso la mia compagnia di amici a Djurgàrden dove passammo la notte a gozzovigliare.
Il giorno dopo, ancora preso dai fumi dell'alcol, ricevetti una lettera densa di vacuità femminile, che mi copriva di insulti, commiserazioni, condiscendenza e preghiere per la salvezza della mia anima, conclu- dendosi con un invito ad un appuntamento per far visita alla vecchia madre del suo fidanzato.


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