| Da "Roma Napoli e Firenze" di Stendhal, Editori Laterza, 1990 |
Ulma, 12 settembre. Per il cuore, niente. Il vento del nord mi
impedisce di provar piacere. La Selva Nera, così chiamata giustamente,
è triste e solenne. Il verde scuro dei suoi abeti fa un bel contrasto
con il biancore accecante della neve. Ma la campagna di Mosca mi ha reso
difficile per i piaceri della neve.
Monaco, 15 settembre. Il conte di... mi ha presentato stasera
alla signora Catalani. Ho trovato il salotto della celebre cantante
pieno di ambasciatori e di cordoni di tutti i colori: basterebbe meno
per far girare la testa. Il re è veramente un uomo di mondo. Ieri,
domenica, la signora Catalani, che è molto devota, si è recata alla
cappella di corte, dove ha invaso senza riguardi la tribunetta riservata
alle figlie di Sua Maestà. Un ciambellano, terrorizzato del suo ardire,
accorso per avvertirla dell'errore, è stato ricacciato con perdite.
Onorata dall'amicizia di parecchi sovrani, credeva, disse, di aver
diritto a quel posto, ecc. Il re Massimiliano ha preso la cosa da uomo
che per vent'anni è stato colonnello al servizio di Francia. In molte
altre corti di questo paese, terribile per l'etichetta, una tale follia
avrebbe potuto benissimo portare la signora Catalani in galera.
Milano, 24 settembre. Arrivo, alle sette di sera, morto di
stanchezza; corro alla Scala. - Il mio viaggio è ripagato. I
miei sensi esausti non erano più suscettibili di piacere. Tutto ciò
che l'immaginazione più orientale può sognare di più strano, di più
conturbante, di più ricco per bellezze d'architettura, tutto ciò che
ci si può raffigurare di drappeggi brillanti, di personaggi che abbiano
non solo i costumi, ma le fisionomia, ma i gesti dei paesi dove l'azione
si svolge, l'ho visto questa sera.
25 settembre. Corro a quello che è il primo teatro del mondo: si
dava ancora la Testa di bronzo. Ho avuto tutto il tempo di
ammirare. La scena si svolge in Ungheria; mai principe ungherese fu più
fiero, più burbero, più generoso, più militare di Galli. È uno dei
migliori attori che abbia mai incontrato; è la più bella voce di basso
che abbia mai sentito: fa rimbombare persino i corridoi di quest'immenso
teatro.
Quale scienza del colore nel modo come sono distribuiti i costumi! Ho
visto i più bei quadri di Paolo Veronese. Accanto a Galli, principe
ungherese in costume nazionale, una stupenda divisa da ussaro, bianca,
rossa ed oro, il suo primo ministro è avvolto in velluti neri,
senz'altro ornamento splendente se non la placca del suo ordine; la
pupilla del principe, l'affascinante Fabre, indossa una pelliccia
azzurro-cielo e argento, con lo shako adorno di una bianca piuma.
Magnificenza e ricchezza si dispiegano sulla scena: vi si vedono ad ogni
tratto almeno cento coristi o comparse, tutti vestiti come in Francia i
protagonisti. Per uno degli ultimi balletti, hanno fatto
centottantacinque costumi di velluto o di raso. Le spese sono enormi. Il
teatro della Scala è il salotto della città. Ci si riunisce
soltanto lì; non si riceve in nessuna casa. Ci vedremo alla Scala, è
frase corrente per ogni genere d'affari. Il primo colpo d'occhio fa
venire le vertigini. Sono in estasi mentre scrivo queste righe.
26 settembre. Ho ritrovato l'estate: è il momento più
suggestivo della bella Italia. Provo una sorta di ebbrezza. Sono andato
a Desio, un giardino inglese delizioso, dieci miglia a nord di Milano,
ai piedi delle Alpi.
Esco ora dalla Scala. Parola d'onore, la mia ammirazione non
diminuisce. È per me il primo teatro del mondo, perché è quello che
procura dalla musica i maggiori piaceri. Non una lampada in sala; la
illumina solo la luce riflessa dalle scene. Per quanto riguarda
l'architettura, è impossibile immaginare nulla di più grande, di più
magnifico, di più solenne e nuovo. Ci sono stati stasera undici
cambiamenti di scene. Con ciò, mi trovo condannato a ripugnanza eterna
nei confronti dei nostri teatri: è l'inconveniente serio di un viaggio
in Italia.
Pago uno zecchino a sera per un palco di terz'ordíne, che mi sono
impegnato a tenere per tutta la durata del mio soggiorno. Anche se manca
totalmente la luce, distinguo benissimo le persone che entrano in
platea. Ci si saluta da un capo all'altro del teatro, da un palco
all'altro. Io sono introdotto in sette od otto di essi. In ciascuno,
stanno cinque o sei persone, e la conversazione è avviata come in un
salotto. Regnano modi di grande naturalezza e una dolce allegria, ma
soprattutto nessuna solennità.
L'unico termometro della bellezza, in musica, è il grado di estasi a
cui è portata la nostra anima; laddove, di un dipinto di Guido, posso
dire col più assoluto sangue freddo: «È di una bellezza
straordinaria!». |