Da "Una giornata di Ivan Denisovic" di Aleksandr Solzenitsyn,  Ed. Einaudi, 1963


Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo.
Il suono si spense, ma fuori, come di notte, quando Suchov si alzava per andare al bugliolo, c'era un gran buio. Tre luci gialle s'intravedevano nel riquadro della finestra: due nella zona esterna del campo e una all'interno.
Nessuno era venuto ancora ad aprire la porta della baracca, ne si sentivano i detenuti di turno infilare i bastoni nel bugliolo per portarlo via a spalla. Suchov non attendeva mai la sveglia dormendo e si alzava sempre al suo segnale: all'appello mancava un'ora e mezzo circa di tempo tutto suo, non regolamentato, e chi conosceva la vita del campo poteva sempre rimediare qualcosa: ricavare un paio di guanti da una vecchia fodera, portare alla branda di un ricco caposquadra i valenki asciutti perché quello non dovesse saltellare a piedi nudi intorno al mucchio cercando i suoi; fare un salto sino ai depositi e offrirsi come spazzino o come facchino. O andare alla mensa per raccogliere dai tavoli le scodelle e portarle all'acquaio, anche così ti danno un boccone; ma lì di volenterosi ce n'è una caterva e, soprattutto, se nelle scodelle è rimasto qualcosa, non ce la fai e finisci per leccarle. A Suchov non sarebbero mai uscite di testa le parole del suo primo caposquadra, Kuzjomin, un vecchio lupo delle galere, che nel '43 s'era fatto già dodici anni di deportazione: un giorno in una brulla radura, vicino al falò, aveva detto ai nuovi, appena arrivati dal fronte: -Qui, ragazzi miei, la legge è quella della tajga. Eppure anche qui si tira avanti. Ecco chi crepa in un campo: chi lecca le scodelle, chi fa la corte all'infermeria, chi spiffera al compare.
Quanto al compare, la sballava grossa, naturalmente. Quelli che spifferano si salvano sempre. Col sangue degli altri però.
Suchov si alzava sempre al segnale, ma quel giorno non s'alzò. Già dalla sera prima non si sentiva bene.
Aveva fitte e brividi in tutto il corpo. Non era riuscito a scaldarsi nemmeno durante la notte: gli era sembrato, nel sonno, a volte, di stare malissimo, a volte di sentirsi un po' meglio. Aveva desiderato che non venisse il mattino.
Ma il mattino, come sempre, era venuto.
Come avrebbe, del resto, potuto scaldarsi? I vetri erano impastati di ghiaccio e sulle pareti, lungo la linea di giuntura col tetto della baracca ( una baracca ben grande!), correva un ragnatelo bianco. Brina. Suchov non si alzava. Giaceva sull'ultimo pancaccio del « castello », infagottato fin con la testa nella coperta e nella casacca, e i piedi li aveva infilati in una manica ripiegata del giaccone imbottito. Non vedeva, ma, dai rumori, capiva tutto ciò che succedeva nella baracca e nell'angolo della sua squadra. Quelli di turno, camminando pesantemente nel corridoio, portavano via il secchione del bugliolo. Invalidi, dicono, un lavoro facile; ma provati un po' a portarlo senza farlo schizzare! Dalla squadra 75 giungeva il tonfo sordo del fascio di valenki tolti dall'asciugatoio. Ed ecco il tonfo di quelli della nostra squadra (oggi era anche il nostro turno di farli asciugare). Il caposquadra e il suo aiutante si infilavano gli stivali in silenzio. L 'aiutante, adesso, andrà alla distribuzione del pane. Il caposquadra, invece, si recherà al comando, alla direzione del piano.
Ma non, come tutti i giorni, per i soliti ordini di lavoro: quel giorno -ricordò Suchov -si decideva il loro destino. Volevano scaraventare la squadra 104 dalla costruzione dei laboratori a un nuovo cantiere: il "villaggio socialista". E il "villaggio socialista" non era altro che nuda steppa sepolta sotto montagne di neve, e, prima di cominciare, bisognava scavare le fosse, ficcarvi i pali, tendere il filo spinato attorno a se stessi, per non scappare. E poi, costruire.
Là, è sicuro, per un mese non ci sarà dove scaldarsi, nemmeno una capanna. Non potrai neanche accendere un falò: dove prendi la legna? Sgobbare sodo, ecco l'unica salvezza.
Il caposquadra era preoccupato, andava ad aggiustare la faccenda. Sperava di mandare, al posto della sua, un'altra squadra meno svelta. Certo, a mani vuote non ci si mette d'accordo. Ci vorrà un mezzo chilo di lardo per l'amministratore capo. Se non un chilo. Chi non risica non rosica. Perché non filare all'infermeria, farsi esonerare per un giorno dal lavoro? Il corpo, in quel momento, era tutto una fitta.
Delle guardie chi era di turno?
Ricordò che era di turno Ivan e Mezzo. Un sergente lungo e magro, con gli occhi neri. Quando lo vedi per la prima volta ti prende la paura, ma poi t'accorgi che tra tutte le guardie è la più trattabile: non ti mette in segregazione, non ti porta dal comandante del campo. Si poteva quindi starsene sdraiato fìnché la baracca 9 non fosse andata alla mensa.
Un "castello" tremò e vacillò. Si erano alzati in due: in alto il vicino di Suchov, Aljoska il Battista e in basso Bujnovskij, ex capitano di fregata.
Gli invalidi di turno, dopo aver portato via i due buglioli, presero a litigare: chi doveva andare a prendere l'acqua bollente? Litigavano in modo bisbetico, come donnette. Un saldatore della squadra 20 urlò:
-Ehi, scansafatiche, vi metto d'accordo io! -E tirò contro di loro uno stivale.
Lo stivale andò a urtare sordamente un pilastro.
Tacquero.
Nella squadra vicina l'aiutante brontolava in modo appena percettibile:
-Vasilij Fjodorovic, ci hanno fregati alla distribuzione viveri. Carogne: c'erano quattro ranci e adesso ce ne sono soltanto tre. Chi salterà?
Lo disse sottovoce, ma quelli della sua squadra lo sentirono ugualmente e trattennero il fiato: qualcuno, la sera, sarebbe rimasto senza mangiare.
Suchov se ne stava sempre sdraiato sulla segatura pressata del suo giaciglio. Almeno si fosse avuto un esito: un gran febbrone o niente. Invece così non era ne carne ne pesce.
Mentre il Battista mormorava le sue preghiere, Buinovskij rientrò nella baracca dopo una pisciata e senza rivolgersi a nessuno, annunciò, come se la cosa lo riempisse di un piacere maligno:
-Coraggio, marinai. Trenta gradi sicuri!
E Suchov decise di andare all'infermeria.
Proprio in quel momento, una mano imperiosa gli strappò di dosso il giaccone e la coperta. Suchov si scopri la faccia e si alzò a metà. Sotto, con la testa all'altezza del pancaccio superiore del "castello", c'era il Tataro.
Doveva essere di servizio fuori turno, e s'era avvicinato in silenzio.
-Sce-ottocentocinquantaquattro, -lesse il Tataro sulla pezza bianca cucita sulla stoffa nera della giubba. -Tre giorni di cella con uscita al lavoro! Non appena si sentì la sua voce, tutta particolare, come strozzata, nella baracca semibuia, dove non tutte le lampadine erano accese e duecento persone dormivano dentro cinquanta "castelli" infestati di cimici, quelli che non si erano ancora alzati, si rigirarono subito e si misero in fretta a vestirsi.
-Perché, cittadino capo ? -chiese Suchov mettendo nella sua voce più compianto di quanto ne provasse.
Con "uscita" era una mezza punizione: davano da mangiare roba calda, e non si aveva tempo per pensare. La punizione completa era quella "senza uscita". -Non ti sei alzato alla sveglia? Andiamo al comando, -disse il Tataro pigramente, perché tanto lui quanto Suchov sapevano il motivo della punizione. La faccia pesta e glabra del Tataro non esprimeva nulla. Egli si voltò in cerca di un'altra preda, ma ormai tutti, chi nella semioscurità, chi sotto la lampadina, al primo e al secondo piano dei "castelli", stavano infilando le gambe nei pantaloni neri imbottiti di ovatta col numero di matricola cucito sul ginocchio sinistro. Quelli che erano già vestiti si chiudevano il giubbone e si affrettavano verso 1 'uscita per aspettare il Tataro nel cortile.
Se la punizione gliel'avessero inflitta per qualche altra cosa, se se la fosse meritata, non sarebbe stato così scocciante. Lo scocciava che lui era sempre tra i primi ad alzarsi. Ma farsi esonerare dal lavoro dal Tataro era impossibile, lui lo sapeva. E continuando, semplicemente per rispettar la forma, a lamentarsi, intanto si infilò i pantaloni imbottiti (anche sopra il suo ginocchio sinistro era cucita una pezza sporca e gualcita con il numero Sc-8 54, dipinto con un color nero ormai sbiadito), indossò il giaccone (con due numeri: uno sul petto e uno sulla schiena) scelse nel mucchio i suoi valenki, si mise il berretto di pelle (con il numero sulla parte davanti) e uscì, seguendo il Tataro. Tutta la squadra 104 vide che portavano via Suchov, ma nessuno disse una parola: era inutile, e poi cosa dire ? Il caposquadra, sì, avrebbe potuto intervenire, ma se ne era già andato. Neppure Suchov aveva detto qualcosa agli altri, non voleva irritare il Tataro. Gli avrebbero messo da parte il rancio senza farselo dire.
Uscirono così, tutti e due.
C'era un gelo denso di bruma che mozzava il fiato. Due grandi riflettori, sulle torri agli angoli, illuminavano coi loro raggi incrociati la zona esterna. Brillavano le luci della zona esterna e di quella interna del campo. Ce n'erano tante da coprire il brillio delle stelle.
I detenuti correvano per i fatti loro facendo scricchiolare la neve sotto i valenki: chi al gabinetto, chi al magazzino postale, chi alla cucina "individuale" a portare un po' di granaglie. Tutti tenevano la testa insaccata fra le spalle, la casacca ben chiusa attorno al corpo, e tutti avevano freddo non tanto per quel gelo quanto all'idea di doverci passare tutta la giornata. Il Tataro, invece, nel suo vecchio cappotto con le bisunte mostrine azzurre, camminava tranquillo come se il freddo non lo riguardasse affatto.
Oltrepassarono l'alto steccato che cingeva il fabbricato del carcere; il filo spinato che difendeva il panificio del campo dai detenuti; l'angolo della baracca del comando dove, fissato a una grossa fune, a un palo pendeva un pezzo di rotaia coperto di brina; oltrepassarono un altro palo, dove, protetto dal vento perché non segnasse troppo il freddo, era appeso un termometro pure tutto brinato. Suchov guardò in tralice, pieno di speranza, il tubetto latteo: sotto i 40 non si andava al lavoro. Ma quel giorno ai 40 non arrivava. Entrarono nella baracca del comando e, andarono subito nella stanza delle guardie. 11 si chiari, come Suchov aveva capito strada facendo, che non c'era nessuna punizione, ma il pavimento della stanza delle guardie aveva bisogno d'essere pulito. Il Tataro dichiarò di perdonare Suchov e gli ordinò di lavare il pavimento.
Lavare il pavimento era compito di un prigioniero appositamente addetto al comando, che non veniva inviato ai lavori fuori del campo. Ma, diventato ormai di casa nella baracca del comando, egli aveva accesso agli uffici del maggiore, del capo del carcere, rendeva loro servizi d'ogni genere e a volte gli accadeva di ascoltare cose che neppure le guardie sapevano, e da qualche tempo riteneva che lavare i pavimenti per delle semplici guardie fosse indegno di lui. Le guardie glielo avevano detto una volta, due, poi avevano capito come stavano le cose, e avevano cominciato a far lavare i pavimenti ai detenuti più sgobboni.


© 
Aleksandr Solzenitsyn 


 

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