Conoscevo
il terreno come la lingua la bocca. Camminando guardavo tutto con
affetto fraterno. La terra ha mille segreti. Ogni passo era una
scoperta. In ogni luogo sapevo l'ombra più folta e la più vicina
caverna quando mi coglieva la piova.
Amo la piova pesa e violenta. Vien giù staccando le foglie deboli.
L'aria e la terra è piena di un trepestio serrato che pare una mandra
di torelli. L'uomo si sente come dopo scosso un giogo. Ai primi
goccioloni balzo in piedi, allargando le narici. Ecco l'acqua, la buona
acqua, la grande libertà.
L'acqua è buona e fresca. Invade ogni cosa. La pietra se ne inumidisce
bollendo. Se si mette il dito nell'umidiccio intorno ai fusti, si sente
come le radici la poppano. Tutte le vite in patimento respirano libere.
Perché la terra ha mille patimenti. Su ogni creatura pesa un sasso o un
ramo stroncato o una foglia più grande o il terriccio d'una talpa o il
passo di qualche animale. Tutti i tronchi hanno una cicatrice o una
ferita. Io mi sdraiavo bocconi sul prato, guardando nell'intorcigliamento
dell'erbe, e a volte ero triste.
Triste delle belle creature della terra. Io le conoscevo. Le mie mani
sapevano le fonde spaccature estive dove lo zinzino occhieggia all'orlo
con le sue lunghe antenne, e basta un fuscello o un soffio a farlo
tracollar dentro; i muriccioli di sabbia con cui il filo d'acqua
s'argina maestosamente; e seducevo la formica carica a salir su una
larga foglia di platano per deporla cautamente al di là dell'alpe.
Tutto m'era fraterno. Amavo le farfalle in amore impigliate nella trama
nerastra del rovo, sbattenti disperatamente le ali in una pioggia di
bianco pulviscolo, il bel ragno vellutato dalle secche zampe che sfilava
nell'aria tremula il suo filo argentino perché s'incollasse sulla
peluria uncinata di una foglia, e tentava con la zampina il filo per
slanciarvisi dritto e tessere l'elastica tela. Ronzava disperata nel mio
pugno la mosca colta a volo; accarezzavo il bruco liscio e fresco che si
raggrinzava come una fogliolina secca; tenevo avvinta per grandi ali
cilestrine la libellula; affondavo il braccio nell'acqua per sollevar di
colpo in aria il rospicino dalla pancia giallonera; tentava di
ritorcersi l'addome della vespa contro le mie dita e partorirvi il
pungiglione. Squarciavo a sassate le biscie.
Sorridevo agli sbalzelli alati dei moscerini, tagliati dal colpo
imperioso d'una mosca smeraldina, al pispillare roteante delle rondini,
alle nuvole che si trastullano nella luce, rabbrividenti pudiche sotto
le fredde dita curiose del vento, alla foglia navigante con rulli e
beccheggi nell'aria, alle stelle germoglianti nel cielo quando col
vespero si diffonde sul mondo un tepore leggero come fiato primaverile.
Scivolando negli arbusti, tenendomi agganciato al masso dirupante con
due dita artigliate in una ferita muscosa della pietra, palpeggiando e
sguazzacchiando con la palma aperta sull'orlo degli stagni, andavo
spiando la nascita della primavera. Nel nascondiglio più benigno del
boschetto, in un calduccio umido di seccume, ancora ancora quasi
riscaldato dal sonno d'una lepre, io frugando trovavo la prima primola,
il primo raggio di sole! l'occhio stupito della piccola primavera
svegliata! E seguivo l'ondeggiar lieve del suo passo, annusando come
cane in traccia, fra radici gonfie e germogli diafani, dietro un alioso
sbuffo di rugiade erbose, di terra umida, di lombrichi, di succhi
gommosi; un odor di latte vegetale, di mandorle amare eccolo qui il
sorriso roseo dei peschi, incerto com'alba invernale, cara, cara! e
scuoto freneticamente questo tronco e quello e questo, spargendomi di
petali e di profumi. Per terra schizzano violacee pozzerelle d'acqua, il
passerotto vi frulla con le ali, a becco aperto. Dolce amata mia,
primavera!
©
Scipio Slataper
|