Da "Amleto" di William Shakespeare

 

Dal secondo atto, seconda scena:

"Ora sono solo.
Oh che vagabondo e schiavo cafone sono io!
Non è mostruoso che questo attore qui, solo in una finzione, in un sogno della passione possa talmente forzare la sua anima per vanità sua propria, che da quell’opera se n’è uscito pallido in volto, e poi lacrime negli occhi, turbamento nell’aspetto, la voce rotta, e la sua intera funzione adattata nelle forme alla sua vanità? E tutto per nulla. Per Ecuba!
Che cos’è Ecuba per lui, o lui per Ecuba, che debba piangere per essa? Che cosa farebbe se avesse il motivo e la battuta di scena per la passione che ho io? Allagherebbe la scena con lacrime, e romperebbe i timpani di ognuno con orribili tirate, farebbe impazzire i colpevoli, e spaventare gli innocenti, confonderebbe gli ignoranti, e di certo stupirebbe le stesse facoltà degli occhi e delle orecchie. Ma io, mentecatto furfante dalla tempra di fango, me ne languo come un sognatore, abortito alla mia causa, e non riesco a spiccicare parola; no, neppure per un re, sulla cui proprietà e amatissima vita s’è abbattuta una dannata disfatta. Sono un vigliacco? 
Chi mi chiama scellerato, mi fracassa il cranio, mi strappa la barba e me la butta in faccia, mi prende per il naso, mi dà del bugiardo dalla gola giù giù fino ai polmoni chi mi fa questo?
Ah!
Piaghe di Cristo, mi prenderei tutto. Perché non può essere altro che io ho un fegato di colomba e non ho la bile per rendere amara l’angoscia, se no a quest’ora avrei già rimpinzato tutti i nibbi quassù con le budella di questo servo. Sanguinario, osceno scellerato!
Spietato, traditore, lascivo, disgraziato scellerato!
O vendetta!
Che razza di asino sono! È un atto altamente audace che io, il figlio di un caro padre assassinato, alla vendetta imbeccato dal cielo e dall’inferno, debba, come una baldracca, svuotare il mio cuore con parole, e mi metta a bestemmiare come un’autentica stracciona, una sguattera!
Vergognati! Su, cervello mio; uhm, ho sentito dire che creature colpevoli spettatrici di un dramma dallo stesso intreccio della scena sono state toccate nell’animo più profondo, tanto che hanno confessato subito le loro malefatte.
Perché l’assassino, anche se non ha lingua, parlerà con un organo assai portentoso. Io a questi attori farò recitare qualcosa che sembri l’assassinio di mio padre davanti a mio zio; osserverò i suoi sguardi, lo tamponerò nella carne viva, e se si ritrae io saprò che fare. Lo spirito che ho veduto potrebbe essere un diavolo, e il diavolo ha il potere di assumere piacevoli forme; sì, e forse, per la mia fiacchezza e la mia melanconia, dato che lui è molto potente su tali intelletti, abusa di me per dannarmi. Avrò fondamenti più certi di questo il dramma è la cosa entro cui catturerò la coscienza del re."


Dal terzo atto, prima scena:

"Essere, o non essere, questa è la domanda: se sia più nobile per la mente patire i colpi e i dardi dell’atroce fortuna o prendere le armi contro un mare di guai e resistendovi terminarli? Morire, dormire niente più; e con un sonno dire fine all’angoscia e ai mille collassi naturali che la carne eredita; questo è un compimento da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare, ah, è qui l’incaglio. Perché in quel sonno di morte quali sogni sopravvengano, liberati che ci siamo di questa spirale mortale, deve farci indugiare; ecco il riguardo che rende la calamità così longeva.
Perché chi sopporterebbe le scudisciate e gli scherni del tempo, il torto degli oppressori, l’ingiuria del presuntuoso, gli strazi di un amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e i calci che il merito paziente si prende dagli indegni, quando potrebbe darsi da solo la sua pace con un semplice pugnale? Chi si caricherebbe di fardelli, per grugnire e sudare sotto una faticosa vita, se non fosse per il fatto che il timore di qualcosa dopo la morte, l’inesplorato paese dal cui confine nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà, e ci fa tollerare quei mali che abbiamo piuttosto che ricorrere ad altri a noi ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti vili, e così la tinta naturale della risoluzione è ammorbata dalla pallida sfumatura del pensiero, e le imprese di grande elevazione e momento con questo sguardo deviano i loro corsi e perdono il nome di azione. Ma, calmati adesso, la bella Ofelia. 
Ninfa, nelle tue orazioni siano rammentati tutti i miei peccati."

William Shakespeare 

 

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