Ho messo alla porta l'Autodidatta dopo avergli riempito le tasche di cartoline, di incisioni e di fotografie. Se n'è andato estasiato, ed ho spento la luce. Ora sono solo. Non completamente solo.
C'è ancora quest'idea, davanti a me, che attende. S'è accovacciata,
e resta lì, come un grosso gatto; non spiega niente, non si muove,
e s'accontenta di dire: no. No, io non ho avuto avventure.
Riempio la pipa, l'accendo, e mi stendo sul letto mettendomi
un cappotto sulle gambe. Quello che mi stupisce è di sentirmi così
triste e così stanco. Anche se fosse vero che io non ho mai avuto
avventure, che importanza avrebbe per me? Prima di tutto mi pare
sia una semplice questione di parole. Questa faccenda di Meknès,
per esempio, alla quale pensavo poco fa: un marocchino mi saltò
addosso e mi voleva colpire con un grosso temperino. Ma gli sferrai un pugno che lo colpì sotto la tempia... E allora si mise a sbraitare in arabo e saltarono fuori un mucchio di pidocchiosi che c'inseguirono fino al suk Attarin. Ebbene, la si potrà chiamare col
nome che si vuole, ma, ad ogni modo, è un fatto che mi è capitato.
È buio completo e non so nemmeno più se la mia pipa è ancora accesa. Passa un tram: un lampo rosso sul soffitto. Poi un pesante veicolo che fa tremare la casa. Devono essere le sei.
Io non ho avuto avventure. Mi son capitate delle cose, dei fatti, degli incidenti, tutto quel che si vuole. Ma non avventure. Non
è una questione di parole; comincio a comprendere. V'è qualche
cosa a cui tenevo più che a tutto il resto -senza rendermene ben
conto. Non era l'amore, Dio, no, né la gloria, né la ricchezza. Era...
Insomma, m'ero immaginato che in certi momenti la mia vita
avrebbe potuto assumere un'essenza rara e preziosa. Non c'era bisogno di circostanze straordinarie: chiedevo soltanto un po' di rigore. La mia vita presente non ha niente di molto brillante: ma ogni
tanto, per esempio quando sentivo la musica nei caffè, riandavo
indietro col pensiero e mi dicevo: in passato, a Londra, a Meknès,
a Tokio, ho avuto momenti meravigliosi, ho avuto avventure. È
questo che adesso mi vien tolto. Ho saputo d'improvviso, senza
ragione apparente, d'aver mentito a me stesso per dieci anni. Le
avventure sono nei libri. Naturalmente tutto ciò che si racconta
nei libri può accadere davvero, ma non nello stesso modo. Ed è a
questo modo ch'io tenevo tanto.
Innanzitutto sarebbe stato necessario che gli inizi fossero stati veri
inizi. Ahimè! Come vedo bene, adesso, quello che avrei voluto! Veri
inizi, che sorgessero d'improvviso come uno squillo di tromba, come
le prime note di un'aria di jazz, che troncassero la noia, che consolidassero la durata; avrei voluto di quelle sere, tra le altre, di cui in seguito si dice: «Era una sera di maggio, passeggiavo». Uno passeggia,
la luna s'è appena levata, si è oziosi, sfaccendati, un po' vuoti. E poi,
d'un tratto, si pensa: «È capitato qualcosa». Una cosa qualsiasi: un
leggero scricchiolio nell'ombra, una sagoma leggera che traversa la
strada. Ma questo tenue avvenimento non è come gli altri: si vede
subito che precede una grande forma il cui profilo si perde nella nebbia, e allora ci diciamo: «Sta per cominciare qualcosa».
Qualcosa comincia per finire: l'avventura non si lascia mettere
appendici, non acquista significato che con la sua morte. E verso
questa morte, che magari sarà anche la mia, io sono trasportato senza ritorno. Ogni istante compare soltanto per condurre quelli che
seguono. Ad ogni istante io tengo con tutto il cuore: so che è unico, insostituibile -e tuttavia non farò un gesto per impedirgli
d'annullarsi. L'ultimo minuto che trascorro -a Berlino, a Londra- nelle braccia della donna incontrata due giorni prima- minuto che amo appassionatamente, donna che amo quasi -deve
aver fine, lo so. Tra poco partirò per un altro paese. Non ritroverò
mai più ne questa donna né questa notte. Mi chino su ogni secondo, cerco di esaudirlo; nulla avviene ch'io non afferri, ch'io non
fissi per sempre in me, nulla, né la fuggevole tenerezza di quei begli occhi, né i rumori della via, né la falsa chiarità dell'alba: e tuttavia il minuto scorre ed io non lo trattengo, mi piace che passi.
E poi, d'un tratto, qualcosa rompe di netto. L'avventura è finita, il tempo riprende la sua mollezza quotidiana. Mi volto; dietro
di me, quella bella forma melodiosa affonda tutt'intera nel passato. Rimpicciolisce, declinando si contrae, e ormai la fine fa tutt'uno col principio. Seguendo con gli occhi questo punto d'oro penso che accetterei -anche se fossi stato in pericolo mortale, anche
se avessi perduto una fortuna, un amico -penso che accetterei di
rivivere tutto, nelle medesime circostanze, dal principio alla fine.
Ma un'avventura non si ricomincia né si prolunga.
Si, è questo che io volevo -ahimè, è questo che voglio ancora. Mi procura tanta gioia una negra che canta, quale colmo di felicità non raggiungerei se fosse la mia vita stessa a formare la
materia della melodia!
L'Idea è sempre lì, l'innominabile. Attende, pacificamente.
Adesso sembra che dica:
-Davvero? Era questo che volevi? Ebbene, è precisamente questo che non hai mai avuto (ricordati: ingannavi te stesso con delle
parole, tu chiamavi avventure falsi splendori di viaggio, amori di
prostitute, risse, paccottiglie) ed è questo che non avrai mai, ne tu
ne alcun altro.
Ma perché? PERCHE'?
Sabato, mezzogiorno.
L'Autodidatta non m'ha visto entrare nella sala di lettura. Era
seduto all'estremità della tavola di fondo; aveva un libro davanti ma
non leggeva. Guardava sorridendo il suo vicino di destra, un sudicio collegiale che viene spesso in biblioteca. L'altro s'è lasciato contemplare un momento, e poi gli ha mostrato la lingua facendogli
un'orribile smorfia. L'Autodidatta è arrossito, ha subito tuffato il
naso nel suo libro e s'è assorbito nella lettura.
Son tornato sulle mie riflessioni di ieri. Mi son sentito del tutto indifferente al fatto che non vi siano avventure, soltanto curioso di sapere se non si possa averne.
Ecco che cosa ho pensato: affinché l'avvenimento più comune
divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a
raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse.
Ma bisogna scegliere: o vivere o raccontare. Per esempio quando ero ad Amburgo con quell'Erna di cui non mi fidavo e che aveva paura di me, menavo un' esistenza strana. Ma c'ero dentro, e non
ci pensavo. Poi, una sera, in un piccolo caffè di San Pauli, ella mi lasciò per andare al lavabo, ed io rimasi solo. C'era un fonografo che
suonava Blue Sky. Mi misi a raccontarmi quello ch' era avvenuto al
mio sbarco. Mi dissi: «La terza sera, mentre entravo in un dancing
chiamato la Grotta Azzurra, ho notato un pezzo di donna mezzo
ubriaca. E quella donna è quella che attendo in questo momento,
mentre ascolto Blue Sky, e che sta per tornare a sedersi alla mia destra e a circondarmi il collo con le sue braccia».
Allora ho sentito acutamente che avevo un'avventura. Ma Erna è tornata, mi si è seduta
accanto, m'ha circondato il collo con le braccia ed io l'ho detestata,
senza saper bene perché. Lo capisco ora: bisognava ricominciare a
vivere e l'impressione dell'avventura era svanita.
Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. I giorni
si aggiungono ai giorni, senza capo né coda, è un'addizione interminabile e monotona. Di tanto in tanto si fa un totale parziale: si
dice: ecco, sono tre anni che viaggio, tre anni che sono a Bouville.
E nemmeno vi è una fine" non si lascia mai una donna, un amico,
una città tutto in una volta. E poi tutto si assomiglia: Shangai,
Mosca, Algeri, in capo ad una quindicina è tutto uguale. Una volta ogni tanto -raramente -si fa il punto, ci si accorge che ci si
è appiccicati ad una donna, impelagati in una sporca faccenda. La
durata d'un lampo. Poi la sfilata ricomincia, ci si rimette a fare l'addizione delle ore e dei giorni.
Lunedì, martedì, mercoledì. Aprile,
maggio, giugno. 1924,1925,1926.
Vivere è questo. Ma quando si racconta la vita, tutto cambia.
Soltanto ch'è un cambiamento che nessuno rileva: la prova ne è
che si parla di storie vere. Come se potessero esservi storie vere; gli
avvenimenti si verificano in un senso e noi li raccontiamo in senso inverso. Sembra che si cominci dal principio: «Era una bella serata dell'autunno 1922. Io ero scrivano di un notaio a Marommes».
E in realtà si è cominciato dalla fine. La fine è lì, invisibile e presente, ed è essa che dà a queste poche parole l' enfasi e il valore d'un
inizio: «Passeggiavo, ero uscito dal villaggio senza accorgermene,
pensavo ai miei imbarazzi finanziari». Questa frase, presa semplicemente per quello che è, vuoI dire che questo tale era assorto, afflitto, a mille miglia da un'avventura, precisamente in quel particolare stato d'animo nel quale si lasciano passare gli avvenimenti
senza vederli. Ma la fine è lì presente a trasformare tutto. Per noi
questo tipo è già l'eroe della storia. La sua tetraggine, i suoi imbarazzi finanziari sono ben più preziosi dei nostri, sono tutti indorati dalla luce delle passioni future. Ed il racconto prosegue a
ritroso: gli istanti hanno cessato d'ammucchiarsi a casaccio gli uni sopra
gli altri, sono ghermiti dalla fine della storia che li attira, e ciascuno di essi attira a sua volta l'istante che lo precede: «Annottava, la
strada era deserta». La frase è gettata là, negligentemente, ha un'apparenza superflua, ma noi non ci lasciamo ingannare e la mettiamo da parte: è un'informazione di cui comprenderemo il valore in
seguito. Ed abbiamo la sensazione che l'eroe ha vissuto tutti i particolari di questa notte come presagi, come promesse, o anche ch'egli abbia vissuto soltanto quelli che erano promesse, cieco e sordo
per tutto ciò che non annunciava l'avventura. Dimentichiamo che
l'avvenire non c'era ancora; quel tale passeggiava in una notte senza presagi, che gli offriva
alla rinfusa le sue ricchezze monotone, ed
egli non sceglieva.
Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s'ordinassero come quelli d'una vita che si rievoca. Sarebbe come tentar d'acchiappare il tempo per la coda.
©
Jean-Paul Sartre
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