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 'L'arte della
gioia', romanzo postumo di Goliarda Sapienza (1924-1996), è il racconto di una vita intera di coraggio, in compagnia di una fantastica famiglia di personaggi, attraverso le vicende e le peripezie del più drammatico Novecento. Una narrazione assoluta che ritrova qui una velocità di ritmo che avevamo dimenticato, dove epica, storia e saga si mescolano di continuo. Opera dei pupi siciliani, guerriero femmina, cantastorie, la potente protagonista di questo romanzo nasce miserabile in una landa desolata, e lì dovrebbe compiersi il suo destino di esclusa. Ma forte di quella genialità primaria che viaggia sempre a ridosso della criminalità, seguendo solo l'intelligenza delle cose, approda a ciò che tutti noi cerchiamo, la gioia.
Dalla prefazione di Angelo Pellegrino:
L'Arte della Gioia, romanzo postumo di Goliarda Sapienza (1924-1996), è l'opera-scandalo dell'unica scrittrice italiana a potersi definire maledetta. Ripudiato, rimosso, combattuto sotterraneamente, Goliarda lavorò a questo monumentale romanzo nove anni senza interruzione, a partire da quel 1967 che vide la pubblicazione del suo primo libro Lettera Aperta presso Garzanti (poi Sellerio 1998).
Goliarda Sapienza nacque a Catania da famiglia socialista rivoluzionaria, da qui il suo nome. Il padre, Giuseppe, avvocato sindacalista, fu l'animatore del socialismo siciliano fino all'avvento del fascismo, la madre, Maria Giudice, figura storica della sinistra italiana, direttrice del "Grido del Popolo", di cui era redattore Antonio Gramsci, fu la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino, e fu in carcere insieme a Umberto Terracini per la rivolta del 1917 contro la guerra. Goliarda Sapienza ebbe una formazione fortemente originale, tutta nella piccola comunità anarchica della sua casa, rigorosamente alternativa alle scuole del regime fascista che perseguitò duramente la sua famiglia. Ciò la obbligò, come un destino, a sviluppare la ricca diversità di pensiero racchiusa nell'Arte della Gioia, racconto di sapore storico oltre che simbolico incentrato sulle vicende di una protagonista assoluta, Modesta (quanta ironia nel nome!), che narra di sé e di un'intera vita di coraggio, di avventura e di scandalo, che è però storia di una crescita interiore avvenuta soltanto seguendo il tracciato delle proprie idee di violenza e libertà.
Opera dei pupi siciliani, guerriero femmina, cantastorie, la protagonista di questo romanzo nasce miserabile ai piedi dell'Etna, e lì dovrebbe compiersi il suo destino di esclusa. Ma forte di quella genialità primaria che viaggia sempre a ridosso della criminalità, seguendo solo l'intelligenza delle cose, approda a ciò che tutti noi cerchiamo, la gioia.
La storia di Modesta, che è anche storia dell'Italia del Novecento vista dalla Sicilia, osservatorio che ancora una volta si rivela speciale, non si svolge mai in solitudine. Una folla di straordinari personaggi attornia la protagonista dell'Arte della Gioia, che va costruendo intorno a sé la piccola nazione della sua famiglia diversa e antagonista, narrando le sue azioni con un ritmo e una velocità romanzeschi che avevamo dimenticato, con l'energia linguistica e l'accensione storica che vanno da Verga, a De Roberto, al Pirandello de I vecchi e i giovani, fino al Gattopardo di Tomasi di
Lampedusa. Morta nel 1996, Goliarda Sapienza oltre che scrittrice è stata attrice applauditissima nei ruoli pirandelliani e grande esperta e appassionata di cinema. Ha pubblicato i romanzi Lettera aperta (Milano, Garzanti, 1967), Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969), L'Università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983), Le certezze del dubbio (Catania, Pellicanolibri, 1987).
Luca Orsenigo, dal 'Corriere della Sera online' del 20 Novembre 2003:
Il tema: è la storia di un'anima (e di un corpo, qui del tutto inscindibili) che attraversa il Novecento con la coscienza e la volontà di essere assolutamente se stessi, costi quel che costi: solitudine e amarezza, incomprensione e violenza. Modesta nasce, povera, il 1 gennaio del 1900 e da allora si potrebbe dire, altro non fa che costruire, pezzo per pezzo, errore dopo errore, la propria persona. Senza tralasciare nulla, s'intende, ma anzi provando sulla sua stessa pelle, le mille possibili varianti che la vita ci sottopone ogni giorno, indifferente alle mode dei tempi, al giudizio della gente, alle regole codificate da altri, alle consuetudini sociali, sessuali e religiose. Ne esce il ritratto di una donna, che come il Siddharta di Hermann Hesse, è "una stella fissa che segue il suo corso", capace di leggersi dentro fino al fondo e con la stessa gioia impietosa abbracciare gli altri, di conversare con la morte e le tradizioni e liberare le forze inespresse del femminile, di ballare da sola e accettare la sua parte, coraggiosa e responsabile, senza mai essere fiera e appagata. Non più grande e piccola storia a contrapporsi e svelarsi a vicenda, quanto la necessità del protagonismo assoluto di ciascuno e la speranza di un mondo non più fatto da comprimari e gregari, ma da figure a tutto tondo, mai vinte, mai dome, neppure dalla morte. Il canto che si leva è perciò alla diversità del femminile, ma senza nessuna alterigia, come un dato di fatto.
Perché leggerlo: perché è un inno alla gioia. Alla gioia più semplice che ci sia, quella data dalla coscienza e dalla serena accettazione della propria esistenza e con questa quella di tutti, cose e persone, che, comunque sia, collaborano a rendere ragione di una felicità che non può a nessun titolo esserci strappata. Il Novecento, secolo di tragedie orribili e ingegno altissimo, si svela così da un'altra angolazione e le vicende che lo interessano, guerre e rivoluzioni, scienza e tecnica, arte e filosofia hanno le stimmate di una donna, Modesta, che ne riassume le speranze e la volontà di tutte..
"Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché; ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com'è: non mi va di fare supposizioni o d'inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Dunque, trascinavo quel pezzo di legno; e dopo averlo nascosto o abbandonato, entrai nel buco grande della parete, chiuso solo da un velo nero pieno di mosche. Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace. I capelli di velo nero pesante sono pieni di mosche. Mia sorella seduta in terra la fissa da due fessure buie seppellite nel grasso. Tutta la vita, almeno quanto durò la loro vita, la seguì sempre fissandola a quel modo. E se mia madre - cosa rara - usciva, bisognava chiuderla nello stanzino del cesso, perché non voleva saperne di staccarsi da lei. E in quello stanzino urlava, si strappava i capelli, sbatteva la testa ai muri fino a che lei, mia madre, non tornava, la prendeva fra le braccia e 1'accarezzava muta.
Per anni l'avevo sentita urlare così senza badarci, sino al giorno che, stanca di trascinare quel legno, buttata in terra, avvertii a sentirla gridare come una dolcezza in tutto il corpo. Dolcezza che in seguito si tramutò in brividi di piacere, tanto che piano piano, tutti i giorni cominciai a sperare che mia madre uscisse per poter ascoltare, l'orecchio alla porta dello stanzino, e godere di quegli urli.
Quando accadeva, chiudevo gli occhi e immaginavo che si lacerasse la carne, si ferisse. E fu così che seguendo le mie mani spinte dagli urli scoprii, toccandomi là dove esce la pipi, che si provava un godimento
più grande che a mangiare il pane fresco, la frutta. Mia madre diceva che mia sorella Tina: "La croce che Dio ci ha mandato giustamente per la cattiveria di tuo padre" aveva vent'anni; ma era alta come me, e così grassa che sembrava, se si fosse potuto levarle la testa, il baule sempre chiuso del nonno: "Anima dannata piú di suo figlio...", che era stato marinaio. Che mestiere fosse questo del marinaio non riuscivo a capirlo. Tuzzu diceva che era gente che viveva sulle navi e andava per il mare... ma il mare che cos'era?
Sembrava proprio la cassa del nonno Tina, e quando mi annoiavo chiudevo gli occhi e le staccavo la testa. Se lei aveva vent'anni ed era femmina, tutte le femmine a vent'anni dovevano sicuramente diventare come lei o come la mamma; per i maschi era diverso: Tuzzu era alto e non gli mancavano i denti come a Tina, li aveva forti e bianchi come il cielo d'estate quando ci si alza presto per fare il pane. E anche suo padre era come lui: robusto e coi denti che brillavano come quelli di Tuzzu quando rideva. Rideva sempre il padre di Tuzzu. La nostra mamma non rideva mai e anche questo perché era femmina, sicuramente. Ma anche se non rideva mai e non aveva denti, io speravo di diventare come lei; almeno era alta e gli occhi erano grandi e dolci, e aveva i capelli neri. Tina non aveva neanche quello: solo dei fili che la mamma allargava col pettine cercando di coprire la cima di quell'uovo.
I gridi sono cessati, sicuramente la mamma è tornata e fa tacere Tina accarezzandola sulla testa. Chissà se anche la mamma ha scoperto che si può provare tanto piacere accarezzandosi in quel posto? E Tuzzu, chissà se lo sa Tuzzu? Deve essere a raccogliere le canne. Il sole è alto, lo devo cercare e chiedergli di queste carezze e anche di questo mare devo chiedere. Ci sarà ancora? ...
... Avevo sperato che qualcosa accadesse, ma quel terremoto di porte sbattute, di urla, di ordini e contrordini mi costrinse di nuovo a letto. Non c'era altro da fare, anche perché ormai la principessa mi guardava con occhi tali che non osavo restituirle lo sguardo. Nel mio rifugio avevo notizie da Argentovivo e dal medico. Adesso l'ultima decisione della principessa era che io non lo vedessi e che si continuasse a portare ragazze alla "cosa". Era sicura che mi avrebbe dimenticata. Ma il medico, quando era con me, ridacchiava e continuava a dire:
- Che volete, sarò pazzo anch'io, ma non mi dispiace che il mio Ippolito si sia innamorato.
I giorni passavano e cominciavo veramente a stare male, costretta in quel letto, quando una bella sera la porta si spalancò in modo cosi insolito e fragoroso che mi rincantucciai contro il muro tenendomi la testa fra le mani. Chi poteva essere? Suor Costanza sicuramente. Ormai era lei la superiora. E se lo faceva prima "per scoprire i viziacci di tutte quelle piccole peccatrici", figuriamoci adesso che aveva preso le redini del convento...
- Ragazza! Scusami se vengo in camera tua, ma mi hanno detto che non stai in piedi. E io sono stufa, e della tua malattia, e di tutte le chiacchiere e bazzecole che la tua presenza in quella stanza ha suscitato. Dunque, qui dobbiamo prendere una decisione. Ho parlato con Carmine, anche lui è d'accordo. Ha ammesso che non c'è altra soluzione, anche perché, volente o nolente, la colpa di tutto questo sconquasso è tua, e te ne devi prendere tu la responsabilità. In fondo, visto che fra cento anni me ne andrò a dare banchetto ai vermi, come dice quel giocherellone di Amleto, non è male che tu faccia parte della famiglia anche legalmente. Potrai curare meglio gli affari, almeno finché campano Beatrice e la "cosa". Ma attenzione! Io nipoti non ne voglio. Questa casata di storpi e mentecatti deve finire con mio marito. È inutile che ti volti e protesti. È colpa tua e di quella sventata di Leonora, che ne ha fatte sempre una giusta e cento storte. Ti do tre giorni per guarire. Perché don Antonio vi sposerà nella cappella privata, e di notte. Non fare conto su di me. Non ho visto la "cosa" da quando è nata, e certo non ho nessuna intenzione di vederla adesso. Il medico e Pietro vi faranno da testimoni, perché nessuno, intesi?, nessuno deve vederlo. Ah, un'altra cosa: di alla tua amica Cavallina, che sono dieci giorni che m'affligge con lagrime e sospiri, di smetterla. Cerca di calmarla se non vuoi che te la sbatta in qualche collegio in Svizzera. Intesi? Statti buona.
La porta sbatté con più forza di prima, ma, stranamente, quelle urla m'avevano fatto salire alle guance un calore e una pace mai provata prima. Come dopo un lavoro fatto proprio "in modo fino", vero Mimmo? Crogiolandomi in quella pace, cercavo Mimmo su pei muri tappezzati di seta, lungo le tende di velluto prezioso che proteggevano dalla notte. Un lavoro proprio ben fatto, vero Mimmo?
- Eh si, principessina, e dopo si può godere della stanchezza più bella che ci sia.
Mimmo aveva sempre ragione. Anche se sposata a un mostro, sempre principessina ero. E quel torpore che m'invadeva piano piano era proprio il sonno meritato dopo un lavoro duro nei campi. ...
... - No, Beatrice, no! Lei è gentile, ma è vano che si dia tanta pena per far si che la principessa s'interessi a me. Non vede che anche quando parlo non solo non mi ascolta ma chiude gli occhi come se...
- L'ascolto, invece, e per dargliene la prova le dico che lei nutre simpatia per quei socialisti di cui si parla tanto.
- Mi posso permettere di chiederle come l'ha capito?
- Da come parlava, giorni fa, delle donne.
- E non si è scandalizzata? Non mi ha cacciato via?
- E perché avrei dovuto farlo?
- Ma... l'avvocato Santangelo mi aveva raccomandato...
- Lavvocato Santangelo non mi interessa. Invece mi interessa sapere di queste sue simpatie. Non risponde?
- Mi scusi, principessa, sono molto confuso. Lei ha il potere di sorprendermi sempre. Non immaginavo che s'interessasse di politica.
- No, noi non ci interessiamo affatto di politica, Modesta! Come ti viene in mente di scherzare su queste cose? Non vedi che lo imbarazzi? Carlo non ha nessuna simpatia per quei senzadio! Non mi piace quando fai cosi! Io vado a fare il bagno.
- No dottore, le consiglio di non seguirla, la perderebbe. Lasci che nuoti. Spiegheremo dopo a Beatrice che non c'è niente di male in quei socialisti. Ci vuole pazienza con Beatrice, e tempo. La vedo perplesso. Mi creda, è meglio così. Prima o poi sarebbe venuto fuori. O sperava che Beatrice non lo scoprisse mai? Ma perché mi fissa così imbambolato?
- Non è questo. Il fatto è che non l'avevo mai udita parlare cosi a lungo e con tanta dolcezza. È la sua voce che mi incanta. Dovrebbe parlare di
più.
- Non ha risposto alla mia domanda. Come è diventato socialista?
- È stato all'università. Due o tre incontri preziosi, e tutto è stato chiaro in me.
- Ci sono molti socialisti a Milano?
- Molti, si. E a Torino ancora di più. Anche qui in Sicilia ce ne sono molti.
- Dice sul serio?
- Si.
- E lei li conosce?
- Per essere sinceri, io sono qui a Catania per prendere contatti coi compagni.
- Ah! Ora capisco perché in questi mesi non si è preoccupato di avere altri clienti, oltre che noi. La cosa mi aveva molto sorpreso. Ma l'avevo attribuita a ricchezza e, mi perdoni, a pigrizia.
- Bisogna ammettere che a lei non sfugge niente. La diagnosi era quasi esatta. No, pigrizia, no! ma una certa solidità economica che mi ha permesso di vedere chiaro nelle mie azioni. Le spiego. Da molti anni la mia vocazione di medico ha cozzato contro molte realtà che l'hanno spogliata dell'aureola di santità con cui mi era apparsa in giovinezza. Mi sono reso conto che fare il medico in questa società non è altro che rappezzare i guasti che le condizioni di lavoro nelle miniere e nelle fabbriche, i pregiudizi o lo stato di povertà e sporcizia ricreano con una velocità superiore, troppo superiore alle nostre buone intenzioni di piccoli medici individualisti. Che vale - in una vita - salvare cento persone, delle quali novantanove sono ricche o benestanti, quando hai capito che la medicina deve innanzi tutto prevenire i mali di tutti, indiscriminatamente? La professione di medico a queste condizioni equivale a quella del missionario che va in Africa per curare i lebbrosi, salvare qualche anima... soprattutto la sua! A pensarci bene non sono degli sciocchi: estirpando veramente il dolore, come potrebbero continuare a divertirsi coi loro trastulli che chiamano anima, male e redenzione? Scherzavo. Anche perché sto diventando pedante. E per chiudere questo pedantissimo discorsetto: il mestiere del medico è valido solo se è affiancato da un'azione politica che ha il fine di dare a tutti case salubri, vivibili, ospedali veramente efficienti. Per fare questo bisogna agire, agire in profondità. Non c'è altra strada.
- È questo il socialismo?
- Si, ma la vedo pensierosa. Temo di averla annoiata.
- Sa benissimo che non solo non mi ha annoiata ma... non sia civettuolo!
- Ha ragione.
- Ricorre alla civetteria perché sono donna, e questo le permette di presumere che i suoi ragionamenti sono troppo profondi per...
- Toccato! Le chiedo scusa. Ma è così raro trovare delle donne! Fra i socialisti ci sono donne straordinarie, veramente straordinarie, ma ancora poche, purtroppo poche! ...
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