Da "I predoni del Sahara" di Emilio Salgari

    

Due razze, egualmente feroci e ladre, si disputano l'impero del Sahara: i Tibbù ed i Tuareg.
I primi abitano la parte orientale e meridionale del grande deserto e sono meno crudeli dei secondi, quantunque non meno pericolosi per le carovane. Preferiscono ricorrere più all'astuzia che alla violenza per derubare i cammellieri ed i trafficanti ed in ciò non hanno rivali.
Dotati di un'agilità estrema, si nascondono delle giornate intere fra le sabbie, aspettando che qualche cammello si sbandi per alleggerirlo subito del suo carico, o che i cammellieri si addormentino per saccheggiarli completamente.
I Tuareg, che chiamansi anche Sorgu o Tuarik, sono i veri pirati del Sahara, anzi si possono considerare come i più famosi predatori del mondo.
Abitano tutte le oasi del Sahara centrale e occidentale, trasformandole in veri covi di malandrini, e sono i padroni di tutti i pozzi e di tutte le sorgenti del deserto.
Questi audaci scorridori delle sabbie ardenti sembrano di origine araba, perché hanno lo stesso tipo dei mori dell'Algeria, della Tripolitania, della Tunisia e del Marocco.
Hanno viso ovale, fronte alta, bocca ben tagliata, occhi larghi e nerissimi, capelli assai lunghi, pelle assai bruna ed i corpi magri e muscolosi.
Sono tutti mussulmani fanatici, che odiano ferocemente gl'infedeli, anzi si fanno un merito di ucciderli; ma conoscono malamente il Corano, sono superstiziosi all'eccesso e si coprono di amuleti ai quali attribuiscono proprietà meravigliose contro le malattie, contro le palle dei nemici, contro la jettatura.
Bellicosi e crudeli all'eccesso, sono sempre in guerra contro tutti, spargendo il terrore dai confini del Sudan fino alle frontiere della Tripolitania, dell'Algeria e del Marocco.
Cavalieri insuperabili, coi loro mehari percorrono delle distanze incredibili, spiando dovunque il passaggio delle carovane.
Quando sanno che una è in marcia, le piombano addosso come uno stormo di avvoltoi e se non riescono ad ottenere un grosso diritto di passaggio, sterminano fino all'ultimo cammellieri e trafficanti. Chi resiste è perduto, perché quegli audaci predoni non temono la morte e vanno alla carica con un coraggio disperato.
Il marchese, conoscendo già quanto valevano, non si era fatto soverchie illusioni. Due uomini morti non dovevano averli né spaventati, né calmati.
"Finché ce ne sarà uno, non cesseranno di perseguitarci," disse il corso, volgendosi verso Rocco e Ben.
Dopo quella prima lezione, i predoni erano diventati più prudenti ed avevano rallentato lo slancio dei loro mehari per tenersi fuori di portata da quelle terribili armi che gli uomini bianchi maneggiavano con tanta destrezza.
"Padrone," disse Rocco. "Volete che ricominciamo il fuoco, prima di raggiungere la carovana?"
"No, aspettiamo, mio bravo sardo," rispose il marchese. "Quantunque quei Tuareg siano i più crudeli bricconi del mondo, mi ripugna ucciderli a sangue freddo. Cerchiamo piuttosto di smontarli. Forse ci tengono più ai loro mehari che alla propria pelle. Cosa ne dite, Ben?"
"Che vedendosi senza cavalcatura forse rinunceranno a darci la caccia," rispose l'ebreo.
"A voi allora, Ben, poi farà fuoco Rocco."
L'ebreo fermò il cavallo, alzò lentamente il fucile e mirò il mehari del capofila, un bellissimo animale dal mantello quasi bianco, dal ventre stretto e dalle gambe secche e nervose, un magnifico corridore. "È un peccato ucciderlo," disse l'ebreo. Mirò per qualche istante, poi premette dolcemente il grilletto onde non spostare la canna.
La detonazione era appena echeggiata quando si vide il mehari cadere bruscamente sulle ginocchia, sbalzando a terra il suo cavaliere. Rimase un momento ritto, colla testa alzata, il collo teso e la bocca aperta, poi stramazzò fulminato.
"Per bacco!" esclamò Rocco. "Dovete averlo colpito al cuore." Vedendo cadere il loro migliore corridore, i predoni avevano risposto con urla feroci e con una scarica, affatto inoffensiva, dei loro moschettoni.
Accortisi che nessuno dei tre cavalieri era stato colpito, spinsero innanzi i loro mehari per giungere a tiro.
"Faremo un superbo doppietto: a te, Rocco, il primo mehari di destra, a me quello di sinistra," comandò il marchese.
I due spari formarono una detonazione sola. Il cammello mirato dal sardo cadde di colpo; quello mirato dal marchese continuò la corsa, ma dopo cinquanta passi stramazzò piantando il muso entro una duna di sabbia e facendo fare al suo cavaliere un salto mortale di quattro metri.
"Che superba volata!" esclamò Ben, ridendo.
I Tuareg si erano arrestati sfogando la loro rabbia impotente con urla ed imprecazioni
"Kafir! Cristiani maledetti! Morite dannati! Che il sole del deserto dissecchi i vostri corpi e che gli avvoltoi divorino le vostre carogne!"
"E che il simun disperda voi!" rispose il marchese.
Un Tuareg, il più alto di tutti e che montava un mehari dal mantello oscuro, si spinse innanzi facendo volteggiare sopra la sua testa il moschettone, e rivolgendosi al marchese, urlò
"Giuro sul Corano che avrò la tua barba e anche la tua testa, infedele maledetto!"
"Ed io il tuo mehari, per ora," rispose il corso, strappando a Ben il fucile che era già carico. "Prendi, miscredente."
Aveva appena terminato la minaccia che anche il quarto corridore cadeva al suolo, dimenando pazzamente le gambe, mentre il suo padrone, scavalcato di colpo, rotolava giù da una duna.
Era troppo anche per quegli ostinati e coraggiosi predoni. Comprendendo ormai che la lotta stava per diventare disastrosa per loro, non potendo misurarsi contro uomini così coraggiosi e così abili nel maneggio del fucile, e temendo che dopo i cammelli quei formidabili nemici se la prendessero nuovamente colle persone, fecero un rapido dietro front, spingendo gli animali a corsa sfrenata verso il nord.

Emilio Salgari


 
 

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