Da "Giobbe" di Joseph Roth, Adelphi Edizioni, 1977

    

A cinquanta passi dalla caserma, in mezzo al piccolo sentiero fra il grande bosco e il grano di Sameschkin, l'aspettava Ivan.
«Partiamo per l' America» disse Mirjam.
«Non mi dimenticherai,» ammonì Ivan «verso quest'ora, al tramonto del sole, penserai sempre a me e non agli altri. E forse, con l'aiuto di Dio, ti raggiungerò, tu mi scriverai. Pavel mi leggerà le tue lettere, non scrivere troppe cose intime di noi due, se no mi farai vergognare». Baciò Mirjam forte e ripetutamente, i suoi baci schioccavano come spari nella sera. Un diavolo di ragazza, pensò, ora va via, in America, me ne devo cercare un' altra. Bella come questa non ce ne sono altre, ancora quattro anni di servizio ho da fare. Era alto, forte come un toro e timido. Le sue mani di gigante tremavano quando doveva toccare una ragazza. Non era neanche pratico in cose d'amore, tutto gli aveva insegnato Mirjam, che razza di pensieri non si era già fatta venire!
Si abbracciarono, come ieri e l'altro ieri, in mezzo al campo, sdraiati tra i frutti della terra, circondati e coperti dalla volta del grano pesante. Docili si adagiarono le spighe quando Mirjam e Ivan ci si buttarono; ancor prima che si buttassero giù, le spighe sembrarono adagiarsi. Oggi il loro amore fu più violento, più breve e quasi spaventato. Pareva che già all'indomani Mirjam dovesse partire per l'America. L'addio già tremava nel loro amore. Mentre si fondevano. L'uno nell'altro, erano già lontani, separati dall'oceano. «Come è bene» pensava Mirjam «che non sia lui a partire e io che resto». Giacquero a lungo spossati, inermi, muti, come feriti gravi. Migliaia di pensieri si agitavano nei loro cervelli. Non si accorsero della pioggia che era infine arrivata. Era cominciata piano piano e insidiosa, durò a lungo, finche le sue gocce furono abbastanza pesanti da aprirsi un varco nel fitto e dorato riparo delle spighe. A un tratto furono in balìa dell'acqua scrosciante. Si svegliarono, si misero a correre. La pioggia li sbalordì, trasformò completamente il mondo, tolse loro la cognizione del tempo. Pensarono che fosse già tardi, tesero l'orecchio, se mai sentissero battere le ore dalla torre, ma solo la pioggia si sentiva scrosciare, sempre più fitta, sempre più fitta, tutte le altre voci della notte erano sinistramente ammutolite. Si baciarono sui visi bagnati, si strinsero le mani, c' era l'acqua fra loro, nessuno dei due poté sentire il corpo dell'altro. Frettolosamente si salutarono, le loro strade si dividevano, già Ivan era ravvolto nella pioggia e invisibile. «Mai più lo rivedrò! » pensò Mirjam mentre correva a casa. «Viene il raccolto. Domani i contadini si spaventeranno, perché una pioggia ne porta delle altre».
Arrivò a casa, aspettò un momento sotto la gronda, come se fosse possibile asciugarsi in un breve minuto. Si decise a entrare nella stanza. Era buio, tutti dormivano già. Si coricò quatta quatta, fradicia com'era, si lasciò asciugare i vestiti addosso e non si mosse più. Fuori scrosciava la pioggia.

© Joseph Roth
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