La scala mobile sale al terzo piano tra scale che discendono, gradini che spariscono in alto tra le luci, pavimenti che si allontanano ai due lati, la folla che circola lentamente nel brusio.
«Ti piace?» gli chiedo in un orecchio, alle spalle.
«Sì» risponde senza voltarsi.
Aggrappato con la sinistra al corrimano di gomma, si lascia cadere indietro, sentendo che ho le braccia aperte.
Sto curvo in avanti per sorreggerlo. Quando arriviamo in cima e i gradini di ferro scompaiono nella feritoia, si arrovescia con le spalle.
«Non avere paura!» gli dico, sollevandolo a fatica perché non inciampi.
Si posa, con le gambe rigide, i piedi tesi, sulla moquette oltre la piastra metallica. Riesce a non cadere. Cammina. Mi guardo intorno, asciugandomi la fronte con il palmo della destra. Una signora ci guarda accigliata vicino a un ombrellone giallo, piantato in un rettangolo di sabbia che simula una spiaggia. Anch'io la guardo, sono stanco delle persone che ci guardano. Ma ecco che lancia un grido, portandosi la mano alla bocca, mentre si sente un tonfo pesante. Paolo è caduto su un fianco e ora, troppo tardi, si volta sul dorso, come gli è stato insegnato. Ha il viso contratto dal dolore, le palme inutilmente aperte sul pavimento.
«Ti sei fatto male?» gli sussurro, piegandomi su di lui.
Mi fa segno di no.
Lo aiuto a rialzarsi, puntandogli i piedi contro i miei e tirandolo per le braccia.
Una piccola folla, occhi di curiosità sgomenta, ha fatto il vuoto intorno a noi e si ritrae per lasciarci passare.
«Non è niente» dico.
Lo sorreggo per alcuni passi.
«Va meglio?»
«Si.»
Gli indico, tra piccole palme dentro vasi di argilla, un bar riparato da un tetto spiovente di canne, contro un mare blu di cartone.
«Vuoi che beviamo qualcosa?»
«Si.»
Ci sediamo a un tavolo di legno greggio, su panche rustiche. Vicino a noi un padiglione a forma di enorme squalo spalanca le fauci per racchiudere articoli di pesca. Guardo i suoi denti aguzzi che ci sovrastano in alto.
Sono stremato e infelice.
Gli chiedo:
«Vuoi una coca-cola?»
«Sì.»
Gli reggo il bicchiere mentre beve.
Quando ci rialziamo, gli dico:
«Cammina bene. Sta' attento.»
Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico.
Si volta per dirmi con la sua voce stentata:
«Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me.»
© Giuseppe Pontiggia
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