Da "Paesi tuoi" di Cesare Pavese, Oscar Mondadori, 1970

    

Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le il giovane scrittore rimpiangerà sempre con malinconia i luoghi e i paesaggi del suo paese, visti come simbolo di serenità e spensieratezza, e come luoghi dove trascorrere sempre le vacanze. Una volta nella città piemontese, però, il padre muore di lì a poco: questo episodio inciderà molto sull'indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso. Già nell'età dell'adolescenza, infatti, Pavese manifestava attitudini assai diverse da quelle dei suoi coetanei. Timido ed introverso, amante dei libri e della natura, vedeva il contatto umano come il fumo negli occhi, preferendo lunghe passeggiate nei boschi in cui osservava farfalle e uccelli. Rimasto dunque solo con la madre, anche quest'ultima aveva subito un duro contraccolpo alla perdita del marito. Rifugiatasi nel suo dolore e irrigiditasi nei confronti del figlio, cominciò a manifestare freddezza e riserbo, attuando un sistema educativo più consono ad un padre "vecchio stampo" che a una madre prodiga di affetto. Un altro aspetto inquietante che si ricava dalla personalità del giovane Pavese è la sua già ben delineata "vocazione" al suicidio (quella che lui stesso chiamerà il "vizio assurdo"), che si riscontra in quasi tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto quelle dirette all'amico Mario Sturani. Il profilo e le ragioni del temperamento pavesiano, segnato da profondi tormenti e da una drammatica oscillazione fra il desiderio di solitudine e il bisogno degli altri, è stato letto in più modi: per alcuni sarebbe il fisiologico risultato di un'introversione tipica dell'adolescenza, per altri la risultante dei traumi infantili sopra richiamati. Per altri ancora, invece, vi si cela il dramma dell'impotenza sessuale, forse indimostrabile ma che trapela in controluce in alcune pagine del suo celebre diario "Il Mestiere di vivere". Compiuti gli studi a Torino, ebbe come professore di liceo Augusto Monti, figura di grande prestigio della Torino antifascista e al quale molti intellettuali torinesi di quegli anni devono molto. Al liceo, prende anche parte ad alcune iniziative politiche, a cui aderisce con riluttanza e resistenza, assorbito com'è da problematiche squisitamente letterarie. Successivamente, si iscrive all'Università nella Facoltà di Lettere. Mettendo a frutto i suoi studi di letteratura inglese, dopo la laurea (tesi "Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman"), si diede a un'intensa attività di traduzioni di scrittori americani (ad esempio, Sinclair Lewis, Hermann Melville, Sherwood Anderson). Nel 1931 Pavese perde la madre, in un periodo già pieno di difficoltà. Lo scrittore, infatti, non è iscritto al partito fascista e la sua condizione lavorativa è molto precaria, riuscendo solo saltuariamente a insegnare in istituti scolastici pubblici e privati. Dopo l'arresto di Leone Ginzburg, un celebre intellettuale antifascista, anche Pavese fu condannato al confino, per aver tentato di proteggere una donna iscritta al partito comunista; passò un anno a Brancaleone Calabro, dove iniziò a scrivere il sopracitato diario, "Il mestiere di vivere" (edito postumo nel '52). Intanto, diviene, nel '34, direttore della rivista "Cultura". Tornato a Torino, pubblica la sua prima raccolta di versi, "Lavorare stanca" ( 1936), che fu quasi ignorata dalla critica; continua però a tradurre scrittori inglesi e americani (John Dos Passos, Gertrude Stein, Daniel Defoe) e collabora attivamente con la casa editrice Einaudi. Durante la guerra si nasconde a casa della sorella Maria, a Monferrato, il cui ricordo è descritto ne "La casa in collina". Il primo tentativo di suicidio avviene al suo ritorno in Piemonte, quando scopre che la donna di cui era innamorato, nel frattempo, si era sposata. Dal 1936 al 1949 la sua produzione letteraria è ricchissima. Alla fine della guerra si iscrisse al PCI e pubblicò sull'Unità "I dialoghi col compagno" (1945) mentre nel 1950 pubblica "La luna e i falò", vincendo nello stesso anno il Premio Strega con "La bella estate". Il 27 agosto 1950, in una camera d'albergo a Torino, Cesare Pavese, a soli 42 anni, si tolse la vita. Lasciò scritto a penna sulla prima pagina di una copia de "I dialoghi con Leucò", prefigurando il clamore che la sua morte avrebbe suscitato: "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi." (da © Biografie On-Line Leonardo.it: http://biografie.leonardo.it/home.htm).

"Cominciò a lavorarmi sulla porta. Io gli avevo detto che non era la prima volta che uscivo di là e che un uomo come lui doveva provare anche quello, ma ecco che si mette a ridere facendo il malizioso come fossimo uomo e donna in un prato, e si butta sotto braccio il fagotto e mi dice: -Bisognerebbe non avere mio padre-. Che gli scappasse da ridere me l'aspettavo, perché un goffo come quello non esce di là dentro senza fare matterie, ma era un ridere con malizia, di quelli che si fanno per aprire un discorso. -Stasera mangerai la gallina con tuo padre- gli dico guardando la strada. -La prima volta che si esce dal giudiziario, a casa 'ti fanno la festa di nozze.- Lui mi veniva dietro e mi stava attaccato come se il carrettino dei gelati che passava a tutta corsa minacciasse noi due pedoni. Non aveva mai traversato un corso, si vede, o mi stava già lavorando. Mi ricordo che ne io ne lui ci voltammo a guardare le Carceri. Faceva effetto vedere le piante spesse del viale e faceva anche un gran caldo, tanto che sudavo tutto, per via della cravatta stretta. Faceva caldo come là dentro, e a un certo punto avevamo scantonato in mezzo al sole.
-Non c'è nessuno in queste strade- sento che dice tutto calmo, come se fosse a casa sua. Pareva già tranquillo e neanche s'accorgeva che andavamo come i buoi senza sapere dove, lui col suo fazzoletto rosso al collo, il suo fagotto, e le sue brache di fustagno. Questi goffi di campagna non capiscono un uomo che, per quanto navigato, messo fuori un bel mattino si trova scentrato e non sa cosa fare. Perché uno poteva anche aspettarselo ma, quando lo rilasciano, lì per lì non si sente ancora di questo mondo e batte le strade come uno scappato da casa.
-Andiamo almeno all'ombra; non ci costa un centesimo- gli dico tirandolo sul marciapiede.
Lui viene e ripiglia a lamentarsi. Faceva il discorso che mi aveva già fatto disteso sulla branda uno di quei giorni. Che suo padre in quella stagione aveva bisogno di braccia e aveva gridato ai carabinieri che aspettassero a prendergli il figlio dopo il raccolto, e al carcere mandamentale s'era fermato sotto la grata a minacciarlo e voleva intentare causa per danni ai padroni della casa bruciata.
-Quanti anni ha tuo padre?- gli dico.
-Più di sessanta.-
-E con più di sessanta è ancora così dritto?-
Qui Talino tornò a ridere come se fossimo soci. Si lamentava e rideva, e teneva tutto il marciapiede. Cominciava a passar gente e si scontravano, perché Talino camminava come se fosse in piazza solo. Andavamo decisi verso il centro e non so chi guidasse: lui veniva con me, io lo guardavo, lo lasciavo camminare, e venivo con lui. Cercavo un bar che non mi conoscessero, per prendere un caffè e pensarci sopra.
Era già mez;ogiorno passato e l'avevo solamente seduto nel giardino della stazione. Aveva in mano il suo foglio di via e tornò a chiedermi fIno a quando era valido.
-Io non torno al paese- dice. -Mio padre mi ammazza.- Così grand'e grosso, parlava come se fosse ancora davanti alla guardia, e si asciugò il sudore del collo. -Mio padre non si è ancora sfogato e per fare il raccolto ha dovuto pagare la giornata a un altro. Mio padre è peggio della giustizia.-
-Se ti hanno messo fuori. Non è ancora contento?-
- Non vuol dire. L'avessero preso lui, si sfogava lo stesso con qualcuno.-
Visto che non se ne andava, tirai fuori una sigaretta. Tanto lui non fumava. Piegò il foglio e se lo mise nel taschino della camicia, e guardò la fontana.
Io avevo fame. -Torna a casa, Talino- gli dico. -Vorrei potermene andar io da questi marciapiedi. Cosa vuoi fare qui, che non conosci nessuno?-
Allora mi guardò con un occhio solo, come aveva fatto uscendo di là dentro, e a me veniva la rabbia. Cosa credi di fare, goffo, con la gente civile? volevo dirgli; ritorna alla tua stalla. Non è abbastanza stare un mese nella cella insieme con te, che non sai neanche parlare?
Invece non dissi niente del tutto, e guardai anch'io la fontana.
Faceva caldo anche sotto le piante e il giardino era vuoto. A quell'ora le balie correvano a casa col carrettino, e tutti mangiavano. -Visto che ci sono- diceva lui -voglio vedere Torino...-
-Lo sai che sono disoccupato e stasera non so dove dormo?- gli gridai allora in faccia. Lui non s'accorse che avevo perduto la testa, o al- meno, fece finta, perché ci doveva essere abituato con suo padre. Si vede di qui che non era goffo come sembrava. Adesso che mi aveva fatto dire la verità, cambiò registro.
-Il foglio mi dà quattro giorni di tempo. Tanto il grano è già tagliato. Basta che torniamo per batterlo. Voglio fermarmi. Chi sa quando scapperò un'altra volta da Monticello.-
Aveva già il suo piano in mente. Diceva -torniamo-. Lo guardai di traverso.
-Tuo padre non ti vuole ammazzare?- dissi adagio.
-Se ritorno con te, le cose cambiano. Potresti lavorare alla macchina da battere, e aiutarci. Sei uno dritto e parli poco. Andresti d'accordo con mio padre. L 'hai detto tu che qui stai male.-
Per non sbagliare stavo zitto: avevo già parlato troppo. In cella gli aveva detto, per tirarlo su, che i marciapiedi di Torino mi bruciavano le suole e che se scampavo dal Tribunale c'era qualcuno in libertà che me l'aveva giurata. Erano i giorni che si sfregava contro l'uscio come un gatto e si svegliava con la faccia di chi ha preso dei pugni. A sentirlo allora, pareva che l'incendio fosse successo a casa sua.
E adesso mi guardava con quell'occhio storto, e per un momento non si sentivano più ne i salti dei tram ne la strada; era quasi la mezza; si sentì solo la fontana, che schizzava come una pompa.
Senza rispondergli ne sì ne no, lo condussi in trattoria. Toccava a me pagargli il boccone, perche mi aveva visto ritirare dalla guardia le ultime lire: e lui invece si era fatto prendere senza un soldo in tasca per non avere tentazioni.
Finito di mangiare la sapevo già più lunga.
M'incantava di parole per farmi dire se avevo ancora degli arretrati con la giustizia e capire se mi conveniva andare con lui. Io volevo sapere perché ci tenesse a portarsi al paese proprio uno già scottato e di città. Ci lavorammo tutti e due, e alla fine l'amico sapeva soltanto ch'ero un meccanico in gamba andato in malora per avere schiacciato un ciclista: ma io sapevo che lui non cercava soltanto un meccanico. Ma poteva anche darsi che fosse davvero per fare un piacere a quel padre più goffo di lui.
Allora gli domando se non ne aveva abbastanza di aver rischiato un processo per incendio doloso. -Cosa vuoi mescolare le razze- gli faccio.
-Chi va dentro perché un altro ha dato fuoco a un fienile, deve stare attento a chi gli dà del tu.- -Ma non ti hanno messo fuori perché non avevi fatto niente?- mi chiede, coi suoi occhi da bue.
Allora gli dissi che avevo da vedere qualcuno che non stava in trattoria, e lui vuotò il bicchiere e prese il fagotto. Non valeva la pena di dirgli di aspettarmi, perché non mi avrebbe creduto.
Ma portarmelo dietro non me la sentivo. -Talino- gli faccio, -non sono ancora deciso. Va' alla stazione e prendi il treno. Io vedrò come stanno le cose e niente di più facile che uno di questi giorni capiti a Monticello.- Non aveva un soldo e doveva accettare.
-Non mi fido- dice lui convinto. -Bisogna che arriviamo insieme. Se ti fermi a Torino più nessuno ti toglie. Piuttosto, guarda, partiamo subito. Stasera dormi già alla cascina.-
Uno di campagna è come un ubriaco. È troppo stupido per lasciarsela fare. Avevo voglia di piantarlo sulla porta e dire addio ai quattro soldi di quel pranzo.
Lui mi fa: -Non mancherà l'occasione di vedere le ragazze un'altra volta-.
Eravamo fermi sotto il sole che picchiava, lui col, suo cappellone e una barba di sei giorni. Con quella faccia voleva vedere le ragazze?
- Senti - gli dico - se sono le ragazze che ti fanno gola, ti porto al buon indirizzo e ti lascio i soldi per divertirti. Voglio soltanto pensarci sopra. Così mi costi già nove e cinquanta e sei sicuro che ritorno.-
-E questa sera andiamo via?-
-Si vedrà.-
Lo lasciai sotto il portone di Madama Angela, dandogli appuntamento alla stazione per le sette di sera. Mi ascoltava guardandosi attorno, e prese i soldi come un negoziante, tirando su per il naso, rosso sotto la barba, come uno già minchionato. Non dissi niente della barba, per non dovergliela pagare. Ma la faccia che faceva valeva più di cinque lire.
-Lo sai come si fa?-
-Sono stato soldato.-
Entrò con degli altri. Adesso ch'ero solo, camminavo più calmo. Feci il corso pensandoci sopra e fumando: era la prima sigaretta che mi godevo nella giornata. Gente come Talino stava bene in una vigna a tirarsi su i calzoni, ma non per le mie strade. Non sapeva neanche vivere in una cella. Pazienza quei soldi, ma non l'avrei veduto più.
Al caffè non mi aspettavano, e mi vedono arrivare che rido, perché mi figuravo Talino davanti a Madama Angela. Accendo un'altra sigaretta e vado al biliardo dove trovo Nicola, Damiano e suo fratello, che segnava i punti. Non posano neanche le stecche e mi dicono: -Guardalo qua-. Non so perché, mi scappava da ridere, e Damiano che perdeva mi dice: -Voltati, se vuoi ridere-. Dietro avevo lo specchio, ma non mi voltai. Gli dico invece: -Tu non hai bisogno di voltarti. Sei stupido davanti e di dietro-; e Nicola mi dice: -Ma non eri in prigione?-."


 
 

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