| Da "Il maestro di Vigevano" di Lucio Mastronardi, Einaudi 1962 |
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Mi è nato il figlio. Come l'ho visto, mi è nato con
lui un sospetto: che non sia mio! Ha i capelli rossi,
tutt'una testa rossa ha, e la faccia piena di efelidi.
Questo mi dà il sospetto che non sia mio. Nella mia
famiglia non c'è un rosso e nemmeno in quella di
mia moglie. Avevo il bimbo in braccio e guardavo mia moglie e mi sembrava di vedere il suo solito sorriso ironico. « Questo non è mio! », pensavo. -Non può essere mio! -dissi a mezza voce. -Grazie tante, -disse Ada. Ella è tornata a dormire nella camera di Rino. Il bimbo non lo tengo in braccio; non posso tenerlo in braccio; mi dà l'impressione di tenere in braccio una bestia. Una sensazione ignobile. « E se fosse tuo? » Lo dissi ad Ada di togliermi questo dubbio. -Preferisco la certezza che non sia mio al dubbio, -le dissi. -Ti compatisco, -mi rispose. Sento che sono da compatire; ma è un tormento pensare di avere un figlio che non è mio, o che potrebbe essere anche mio. Ho fatto passare la vita di Ada in questi mesi. SI, abbiamo avuto liti e anche forti; ci sono stati screzi e più che screzi, e poi, a pensarci, quella notizia così all'improvviso, quell'essere incinta dopo anni che seguitiamo con quel calendario di due alla settimana; e i capelli rossi, insomma tante cose mi fanno dubitare che sia mio. -Fra noi due non c'è più niente! -disse Ada. Io sto per ore a fissare quella testa visca e penso: « È mio ? » O sono io che non sono più padrone del mio cervello? Lo paragono a Rino; sono proprio opposti l'uno l'altro. In questo rosso non c'è la minima aria di famiglia. -Ma da dove viene questo angelo ? -Mia moglie mi guarda ironica. -Ti compatisco, -mi ripete. Il dubbio mi durò un giorno una notte un giorno una notte un giorno, finche il piccolo mori; Per quelle notti e quei giorni non riuscivo a stare in pace. « È mio?» L 'interrogativo mi martellava la testa. La sua morte l'accolsi come una liberazione, come una gioia: come si accoglie la notizia che un parente antipatico che si è insediato in casa dopo qualche giorno se ne vada. « Sono felice », mi dicevo. E mi rispondevo: « Felice perché ti è morto tuo figlio? » -Ora sarai felice! -mi disse Ada. -Dimmi la verità! Ella mi guardò col solito sorriso ironico. -Se non ci fosse Rino mi sarei già spartita da un avanzo di umanità come te! Ecco i soldi che ci hai prestati. Prese i soldi e con atto di disprezzo quasi me li gettò in faccia. I soldi caddero sulla tavola. Ci sono diversi modi per umiliare una persona. Uno di questi è di non rispondere agli sgarbi, tanto più se sono violenti. - Ci credo che il figlio sia mio! -dissi con aria trasognata. Ella fece gli occhi scintillanti. -Puoi farne a meno, sai! Perché, piuttosto, non te ne vai! lo, se fossi un uomo e mi venissero di quei dubbi, me ne sarei già andata. Quelle parole erano come tanti pugni per me. Se ne accorse. -Non un minuto di più... Subito me ne sarei andata se fossi al tuo posto! Mi mordevo le labbra a sangue. Mia moglie tornò a dormire con me ma fra noi vi era un abisso scavato. Non ci parlavamo;. dormivamo come due amici e basta. Ogni tanto mi assaliva il dubbio che io avessi gioito della morte di mio figlio; e mi dicevo che quel figlio non doveva essere mio. « Perché ha la testa rossa? », mi domandavo. Mi sembravo meschino; sentivo nausea di me, di questi dubbi che mi tormentavano l'esistenza. Ada mi ha restituito la mia buonuscita. Non l'ho presa. Allora lei me l'ha versata alla banca e me l'ha intestata. Ha messo il libretto nel mio cassetto e io ho finora finto di non averlo mai visto. Era notte e io mi aggiravo nella stanza col mio dubbio. Ada stava stesa fissando il soffitto, la proiezione delle ombre che passavano per strada. -Ada, se tu mi dicessi qualcosa; se tu mi domandassi perché metto in dubbio la paternità/ Ada, sarebbe un'altra cosa. Forse ci crederei! Ella fece il solito sorriso ironico, che divenne sarcastico, che divenne un ghigno e emanò una puzza atroce. Seguitava a sorridere e il suo sorriso cambiava, si ripeteva crudele, mentre la puzza mi prendeva alla testa. -Lascia che ti spieghi. Tu sei stata per le fabbriche; sei stata in mezzo a uomini, lavori, cerca di metterti nei miei panni ! Ella seguitava a sorridere senza rispondere. -Ti ho già risposto che farei se fossi al tuo posto, -disse poi. Perché non me ne andavo da quella casa? Cosa c'era che mi tratteneva Il in quelle quattro pareti? Pensai che c'era Rinuccio e mi dissi: Rinuccio è una scusa. Mi trattiene la paura, mi trattiene. -Ti disprezzo! -disse lei con un'aria malinconica, pietosa. Quella parola e quella faccia furono come due pugni nello stomaco. -Ti disprezzo, -ripete lei. -Me ne vado! Mi fai troppa pena! E io penso che sono qui, sono sveglio, sono vivo, sono io, e mi aggiro in questa camera che risente degli odori di mia moglie, di quell'essere con cui sono convissuto tanti anni e che non conosco. Non conosco mia moglie. La quale mi conosce bene se mi disprezza. Guardo dalla finestra le strade, le case, le luci, e penso che sono qui, chiuso qui sono, ancora qui sono in questa casa, con una donna che dubito che mi abbia tradito, e rimango qui con lei ancora, ancora qui con lei, sotto lo stesso tetto, mentre lei mi dice che se fosse al mio posto se ne andrebbe via. Mi sto mordendo un dito e il dolore mi dà una sensazione di piacere. Affondo i denti nella carne, sento che soffro e penso: perché ho dato le dimissioni da maestro? Ecco, se avessi avuto il mio posto, il mio stipendio, me ne sarei andato! Si che me ne sarei andato! E intanto rimango qui, ancora qui, ancora qui, ancora qui, qui, e so di rimanerci ancora. La testa rossa del bambino mi balla davanti. Anzi la concretizzo. Fisso una lampadina rossa posta su una parete di legno di una casa in costruzione, la fisso, la fisso, quel rosso è la testa del figlio che mi è morto. Ma Cristo era mia quella testa, era mia sì o no... © Lucio Mastronardi, Einaudi, 1962 - Tutti i diritti riservati |