Da "La recita di Bolzano" di Sándor Márai, Adelphi Edizioni, 2000



Quando la fanciulla -a capo chino e senza provocare alcun rumore, come sanno fare solo le persone che camminano spesso a piedi nudi -uscì dalla stanza, Balbi disse: «Mi sono spaventato sul serio. Stavi lì con quel pugnale in mano come un assassino pronto a colpire la sua vittima».
«Non sono un assassino» disse l'altro gravemente, ansimando un poco, e andò a rimettere il pugnale sulla mensola del camino. «Sono soltanto uno scrittore».
«Uno scrittore?» esclamò Balbi. Era rimasto a bocca aperta. «E che cosa hai scritto? ...» chiese dopo un po', incredulo e confuso.
«Ho scritto, ho scritto» borbottò il forestiero. Mugugnava come se disprezzasse il suo interlocutore, tanto da non voler neanche rispondere seriamente alla sua domanda, ritenendolo comunque indegno di una replica che non sarebbe riuscito a capire. «Per cominciare, ho scritto un mucchio di cose. Anche delle poesie» disse allegramente, con l'orgoglio di chi può documentare i suoi meriti.
«Per denaro?» domandò Balbi.
«Anche per denaro» rispose l'altro. «Un vero scrittore scrive sempre per denaro, non lo capisci, zuccone? Ma queste sono cose che tu non puoi comprendere. Mi dispiace veramente, Balbi, di non averti infilato questo pugnale tra le costole prima di arrivare a Valdobbiadene, quando ti sei comportato da insolente rischiando di mandare a monte la nostra fuga. Se l'avessi fatto, adesso magari sarei davvero un assassino, come hai detto tu poco fa, ma se non altro ci sarebbe un buffone ignorante di meno su questa terra, e il mondo finirebbe per essermi riconoscente. Non mi perdonerò mai di averti tirato fuori da quel buco infestato dai topi di fogna».
«Senza di me non ti saresti salvato neppure tu» disse tranquillamente il monaco. Non si era risentito per gli insulti. Andò a sedersi nella poltrona, allargò le gambe, intrecciò le mani sul ventre prominente, cominciò a girare i pollici e sbatté le palpebre.
«Questo è vero» rispose l'altro con equanimità. «Quando si è nei guai, ci si aggrappa anche al cappio del patibolo».
Si squadrarono a vicenda. «Sì, è stato un vero peccato» ripete il forestiero, quindi alzò le spalle, indicando così che è inutile affliggersi troppo per ogni occasione che si perde nel corso della vita. «Sono cose che non puoi capire, pancione. Non puoi capire che io sono uno scrittore. Cosa hai scritto, tu, in vita tua? Lettere d'amore al mercato, a cinque centesimi l'una, per delle sguattere scalcagnate, oppure contratti falsi per conto di imbroglioni e commercianti di mezza tacca, o ancora valanghe di lettere supplichevoli indirizzate ai tuoi superiori, i quali sono stati così incauti e corti di memoria da non spedirti alle galere quando era il momento».
«Eppure,» disse il monaco con aria mite e cordiale «eppure, Giacomo, la mia salvezza è stata proprio la scrittura. Cerca di ricordare. Ci scrivevamo lettere che somigliavano a quelle di due innamorati. Ci scrivevamo lettere lunghe e appassionate, e il carceriere Lorenzo era il nostro messaggero d'amore: in quelle lettere ci siamo presentati a vicenda e ci siamo confidati tutto del nostro passato e del nostro presente. Se non sapessi scrivere, non avrei mai iniziato quella corrispondenza con te e non mi sarei mai salvato. Tu mi disprezzi, mi consideri un uomo da poco. So che ti farebbe piacere uccidermi. Sei ingiusto. So anch'io che la scrittura è una cosa magnifica, qualcosa di simile al potere».
«Qualcosa di simile al potere?» ripeté il suo compagno di evasione, squadrando il monaco con arroganza e scetticismo tra le palpebre socchiuse, la testa rovesciata all'indietro. «E' molto di più. E non è qualcosa di simile, Balbi, mettitelo bene in testa, la scrittura non è affatto simile al potere, la scrittura è il potere, l'unico potere autentico. Hai ragione, la tua libertà la devi alla scrittura. Non ci avevo pensato, vedi. E hanno ragione i testi sacri, quando dicono che anche i poveri di spirito sono partecipi della grazia divina. La scrittura è la forza più grande che esista, la parola scritta è più forte del papa e del re, è più forte del doge. Come dimostra anche il nostro esempio. Abbiamo concertato la nostra fuga grazie alla scrittura, le lettere hanno spezzato le nostre catene, le lettere ci sono servite per intrecciare corde e lacci, e dall'inferno ci hanno ricondotti sulla terra. Qualcuno sostiene» disse pensieroso «che le lettere possano condurci anche dalla terra in paradiso. Ma io non ci credo».
«In che cosa credi?» domandò il monaco in tono invitante e incuriosito.
«Nel destino,» rispose l'altro con naturalezza «nel destino, che siamo noi stessi a plasmare e che poi accettiamo. Credo nella vita, in quelle diversità che alla fine combaciano sempre perfettamente, quando mille particolari si ricompongono sino a formare un tutto unitario, un uomo, una vita. Credo nell'amore e nella mutevolezza della fortuna. E credo nella scrittura, perché la scrittura ha potere sul destino e sul tempo. Nulla di ciò che fai, desideri, ami e dici è destinato a durare. Passano le donne, tramontano gli amori. Sfumano le emozioni, e la polvere del tempo ricopre le tracce delle azioni compiute. Ma la scrittura rimane. Come ti dicevo, sono uno scrittore » disse allegro, con l'aria entusiasta di chi ha fatto una bella scoperta.
Si passò le mani tra i capelli arruffati e raddrizzò il capo con un gesto che gli era consueto, come il virtuoso che si accinge a sollevare il violino per appoggiarselo al mento e aggredire le corde con l'archetto. Si era abituato ad assumere quella posa in gioventù, quando suonava il violino in un'orchestra d'archi a Venezia.
Attraversò in fretta la stanza camminando in modo strano, come se zoppicasse un po' per il nervosismo. E sussurrò:
«A volte mi stupisco anch'io».
«Di cosa ti stupisci?» lo spronò Balbi con la curiosità di un bambino.
«Mi stupisco di essere uno scrittore» gli rispose l'altro con naturalezza. «Non c'è niente da fare, Balbi, sono veramente uno scrittore, e fammi la cortesia di non raccontarlo a nessuno: non mi piacciono i piagnistei che si fanno per vantarsi. Lo dico soltanto a te, perché ti considero una nullità. Si può scrivere in diversi modi. C'è chi se ne sta seduto in una stanza e scrive, senza fare nient'altro. Questi sono gli scrittori felici. Può anche darsi che abbiano una vita infelice: sono sempre soli, guardano le donne che passano come i cani guardano la luna, ululano per comunicare le loro sofferenze al mondo intero, si lagnano pubblicamente del fatto che ogni cosa li addolora, il sole, le stelle, l'autunno e la morte. Hanno una vita infelice, eppure sono loro gli scrittori felici: vivono solo per scrivere, incapaci di occuparsi d'altro, mangiano sostantivi a colazione e si addormentano con un aggettivo tondo e succulento fra le braccia. Mentre dormono, un sorriso amaro aleggia sulle loro labbra. E quando si svegliano, fissano il cielo con occhi strabici, perché vivono in uno stato di estasi perenne, in una specie di cieca esaltazione dovuta al fatto che, grazie agli aggettivi e ai sostantivi, balbettando o con scioltezza, sospirando o con voce squillante, alla fine arrivano sempre e comunque a esprimere qualcosa: un'impresa in cui persino il Padreterno è riuscito soltanto una volta. Questi sono gli scrittori felici, che passeggiano tra noi con aria infelice, e le donne li trattano con gentilezza e compassione, un po' come dei fratellini ritardati che a loro, da brave sorelle maggiori più sagge, tocca consolare e preparare alla morte. Non mi piacerebbe essere uno di questi scrittori» disse con un'ombra di disprezzo. «Non sono altro che scrittori... Poi ci sono quelli che trattano la penna come se impugnassero lo stiletto o la spada, scrivono con il sangue, schizzano bile sulla carta, puoi trovarli nel loro studio, con il berretto da notte ornato di frange calcato in testa, mentre inveiscono contro sovrani e cortigiani, strozzini e traditori; costoro sono mercenari e combattenti al servizio di un ideale, in lotta per una delle tante cause dell'umanità... lo ne ho conosciuto uno. Una volta mi sono recato da Voltaire, lo storpio... Non interrompermi, tanto non lo hai mai sentito nominare. Gli mancavano tutti i denti, però sapeva mordere, re e regine si facevano in quattro pur di entrare nelle sue grazie, e quel poveraccio sdentato, con una fragile penna tra le dita gonfie e deformate dalla gotta, riusciva a tenere in soggezione mezzo mondo. Riesci a capire? ...Io sì. Questi sono gli scrittori per i quali la scrittura è soltanto un mezzo, giacche pretendono di cambiare il mondo, sono gli scrittori infelici: sono potenti, in quanto dotati di spirito e di forza, ma in loro non vi sono né il silenzio né la devozione, ed è per questo che sono infelici. Sono quelli che sanno come pugnalare un re o sovvertire l'ordine del mondo mediante una parola, però non sanno come esprimere ciò che costituisce il significato più misterioso dell'esistenza, ossia l'entusiasmo di vivere qui, su questa terra, la felicità di non essere soli ma in compagnia di stelle, di donne e di demoni che vegliano su di noi, lo sgomento che ci coglie al pensiero di dover morire. Ecco cosa non sono capaci di esprimere, per quanto grande sia il loro potere sulla terra, coloro che si limitano a usare la penna come uno stiletto o una spada... Essi hanno potere sui destini, sui troni, sugli ordinamenti umani, ma non hanno un vero potere sul tempo. E poi ci sono gli scrittori come me. Sono i casi più rari» aggiunse compiaciuto. «Sì» disse Balbi con venerazione. «Ma dimmi, padrone e maestro, perché sono questi i casi più rari?». La sua voce, rauca e cavernosa a causa del carcere, del vino e dei malanni che si era buscato nelle stamberghe e sui pagliericci delle serve, esprimeva un interesse rispettoso in cui vibrava un'ombra di cauta diffidenza. Sedeva a bocca aperta, girando i pollici, come se fosse capitato in un teatro dove l'attore recitava in una lingua che lo spettatore comprendeva a fatica. «Perché io ci rimetto di persona» disse Giacomo arrabbiato. «Hai capito, pancione con i piedi piatti, hai capito, eroe delle stamberghe e dei bordelli, hai capito finalmente? Io sono lo scrittore che ci rimette di persona! Volevi sapere che cosa ho scritto? ...Fino a oggi non molto, lo confesso. Alcune poesie, sì... un paio di saggi sulla magia... Nulla di veramente valido. Nel corso degli anni sono stato ambasciatore, prete, soldato, violinista, mi sono laureato in scienze religiose e profane, grazie a Bettina, che aveva quattordici anni e mi ha introdotto a quelle profane, e al dottor Cozzi, che a Padova se ne stava seduto nella stanza accanto, non sapeva nulla degli insegnamenti di Bettina e mi ha rivelato gli affascinanti segreti della cultura. Ma la questione è un'altra, e quello che ho scritto non ha nessuna importanza. Quel che importa sono soltanto io, lo scrittore, io come persona: perché essere qualcuno conta più che fare qualcosa, ed è anche più difficile, cerca di capirlo una buona volta! Gozzi non è d'accordo. Cozzi dice che solo i cattivi scrittori vogliono vivere, mentre i buoni scrittori si accontentano di scrivere. Ma io contesto l'affermazione di Gozzi, perché le battaglie laiche si conducono così, mediante affermazioni e negazioni recise e veritiere. Anche se Cozzi mi considera un cattivo scrittore, sono importante io, soltanto io: perché voglio vivere. Non posso scrivere se prima non ho conosciuto il mondo. E sono appena all'inizio» disse abbassando la voce, con aria trasognata. «Ho quarant'anni. Ho appena cominciato a vivere, e non si può mai vivere abbastanza. Non sono ancora sazio di vedere l'alba, non conosco ancora tutti i sentimenti e le emozioni degli esseri umani, non ho ancora irriso a sufficienza la presunzione dei funzionari, dei superiori e delle autorità, non ho ancora zittito abbastanza spesso i preti, quei grassoni, non mi sono ancora sbellicato abbastanza di fronte alla stupidità della gente, di fronte alla vanità, all'ambizione, alla lussuria e all'avarizia degli uomini, non mi sono ancora svegliato abbastanza spesso fra le braccia delle donne, tanto da conoscerle così come sono in realtà, tanto da apprendere sulla loro diversa realtà qualcosa che conti più dello squallido, inconsistente segreto che nascondono sotto le sottane, e che eccita soltanto la fantasia degli adolescenti e dei poeti... Non ho ancora vissuto abbastanza, Balbi» ripeté, sinceramente turbato. «E non voglio perdermi niente, capisci! Piuttosto rinuncio alla gloria mondana, rinuncio alla ricchezza e alle gioie del focolare: non è ancora arrivato il momento di passeggiare su e giù in pantofole sotto il pergolato, ascoltando il canto degli uccelli e stringendo sotto il braccio il De consolatione philosophiae del pagano Boezio e le opere del saggio Orazio, il quale mi ha insegnato che l'uomo giusto è affiancato da due sorelle celesti che vegliano su di lui, la conoscenza e la pietà... Non voglio ancora abbandonarmi alla pietà. Voglio vivere, per poter scrivere in futuro. E ciò costa molto caro. Devo vedere tutto, cerca di capirmi, compagno di sventura e di galera, devo vedere le camere in cui dormono gli uomini e ascoltare i loro gemiti quando invecchiano e sono costretti a pagare in moneta sonante i favori delle donne, devo conoscere le madri e le sorelle, le amanti e le spose che mi diranno tutte, anche con una semplice stretta di mano, qualcosa di vero e di credibile sulla vita. Sono uno scrittore, dunque devo vivere. Gozzi dice che vogliono vivere soltanto i cattivi scrittori. Ma Gozzi non è un uomo, non è altro che un topo di biblioteca pavido e infingardo, e non scriverà mai nulla che duri nel tempo».
«E quando,» domandò Balbi «quando vuoi metterti a scrivere, Giacomo? ...Voglio dire, se intendi davvero vedere, ascoltare e fiutare tutto ciò di cui parli... Quando troverai il tempo per metterti a scrivere? Hai ragione, io non so nulla di queste cose. Tuttavia non sono un illetterato, e so per esperienza che ci vuole moltissimo tempo anche per scrivere una semplice lettera. Credevo che la scrittura, il lavoro di un letterato, esigesse un tempo ancora più lungo. Forse addirittura una vita intera».
«Alla fine» rispose l'altro alzando lo sguardo verso il soffitto, quindi cominciò a muovere silenziosamente le labbra, come se calcolasse qualcosa. «Mi metterò a scrivere alla fine».
Davanti alla finestra, nel cortile della locanda, qualcuno rideva. Qualcuno, con voce giovane, calda e un po' roca, rideva di gusto, e il forestiero corse ad affacciarsi sporgendosi dal davanzale. Agitò le mani in segno di saluto, si inchinò ripetutamente, e con un largo sorriso si portò due dita alle labbra e lanciò un bacio verso il basso.
«Bellissima!» esclamò. «Unica! A stasera! ...».
Si voltò indietro. Disse cupo:
«Se un giorno voglio scrivere, devo investire tutto quel che ho. La vita e tutto ciò che offre. Scrivere è un passatempo costoso... Devo aver visto tutto prima di poter descrivere le usanze della gente e i luoghi in cui sono stato felice, infelice o soltanto indifferente. Per il momento non ne ho il tempo.. E quelli» sbottò improvvisamente con rabbia, così furibondo che gli occhi sembrarono schizzargli dalle orbite «hanno avuto il coraggio di chiudermi in prigione! Venezia mi ha ripudiato, me, che anche sui tavolacci delle galere rimango un veneziano purosangue, pari al più nobile dei gentiluomini ritratti da Tiziano! Hanno osato impedirmi di essere uno scrittore, un vero scrittore, che vive e raccoglie tutti i giorni il materiale che gli occorre! Hanno osato giudicarmi, condannare uno scrittore, uno scrittore veneziano! I signori che governano Venezia hanno osato escludermi dalla vita, privarmi della luce del sole e della luna, sottrarre una fetta di tempo prezioso alla mia vita, a una vita che io, in fin dei conti, ho messo interamente al servizio della comunità... A modo mio, sissignore! Al servizio della comunità!... Quelle carogne hanno avuto la faccia tosta di togliermi sedici mesi di vita! Dannazione!» aggiunse con tono vivace e deciso. «Peste e dannazione su Venezia! Che vengano i mori, che vengano i turchi pagani con le chiome raccolte sotto il turbante e massacrino tutti i senatori, eccetto messer Bragadin, che è stato per me come un padre e non mi ha lesinato i suoi quattrini; a proposito, ora che ci penso, voglio scrivergli subito. Distruzione e vergogna su Venezia, che mi ha scaraventato fra i topi di fogna, proprio me, il suo figlio più vero! Renderle la pariglia sarà lo scopo della mia vita!».
«Sì» disse con entusiasmo Balbi, e il suo faccione grasso, giallo e bitorzoluto come una zucca, era raggiante. «Hai ragione, Giacomo, ti capisco bene. Sono pienamente d'accordo con te. Pur non essendo veneziano, tutto sommato sono un letterato anch'io. Dici bene: sia maledetta Venezia! Anch'io, credimi, anch'io...».
Ma non riuscì a terminare la frase. A un tratto il forestiero lo afferrò per il bavero e cominciò a stringergli il collo.

 

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