Da "Le braci" di Sandor Marai, 1942

    

In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.
"Cosa vuoi?" disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato. Da anni ormai non apriva ne leggeva lettere. La corrispondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato nell'ufficio dell'intendente.
"L'ha portata un messo" disse il guardacaccia, e rimase fermo sull'attenti.
Il generale riconobbe la grafia, prese la lettera e se la ficcò in tasca. Entrò nel vestibolo, al fresco, e porse in silenzio il bastone e il cappello al guardacaccia. Frugò nel taschino dei sigari e ne trasse gli occhiali, si accostò alla finestra e nella semioscurità, sotto la luce che filtrava attraverso le fessure delle persiane socchiuse, cominciò a leggere la lettera.
"Aspetta!"  ordinò, richiamando il guardacaccia che si allontanava per riporre il bastone e il cappello.
Accartocciò la lettera e la rimise in tasca.
"Di' a Kalman che prepari la carrozza per le sei. Il landò, perché verrà a piovere. Che indossi la livrea di gala. Anche tu." disse con enfasi improvvisa, come se qualcosa lo avesse fatto infuriare. "E che tutto risplenda. Che si mettano immediatamente a lustrare la carrozza e i finimenti. Tu ti metti in livrea. Hai capito? E siederai a cassetta accanto a Kalmcin".
"Ho capito, Eccellenza" assentì il guardacaccia sostenendo lo sguardo del padrone. "Per le sei."
"Partirete alle sei e mezzo" disse il generale, e cominciò a muovere silenziosamente le labbra, come se stesse facendo dei calcoli. "Ti presenterai all'Aquila Bianca. Dirai soltanto che ti ho mandato io e che è arrivata la carrozza per il signor capitano. Ripeti". Il guardacaccia ripete le sue parole. A quel punto - come se volesse aggiungere ancora qualcosa -il generale sollevò la mano e alzò lo sguardo verso il soffitto. Ma poi salì al piano di sopra senza dir niente. Il guardacaccia, irrigidito sull'attenti, lo seguì con espressione imbambolata, in attesa che la figura tarchiata dalle spalle possenti scomparisse dietro la balaustra di pietra, alla svolta del pianerottolo.
Il generale andò nella sua stanza, si lavò le mani e si accostò allo scrittoio alto e stretto, ricoperto di panno verde macchiato di inchiostro, dove erano allineati il calamaio, la penna e diversi quaderni sovrapposti con cura, in ordine millimetrico, con la copertina di tela cerata a quadretti, di quelli che usano gli scolari per i compiti. Al centro dello scrittoio c'era una lampada dal paralume verde: l'accese, perché la stanza era al buio. Dietro le persiane chiuse, nel giardino avvizzito e bruciato dall'arsura, l'estate divampava con le sue ultime forze, come un incendiario che nella sua collera dissennata dia fuoco a tutto prima di fuggire in capo al mondo. Il generale tirò fuori la lettera, lisciò con cura il foglio di carta e sotto la luce forte, con gli occhiali sul naso, lesse ancora una volta quelle brevi righe ben allineate, vergate con una grafia appuntita. Intrecciò le mani dietro la schiena e proseguì la lettura.
Sul muro c'era un calendario con cifre grandi come pugni. Quattordici agosto. Il generale rovesciò la testa all'indietro e si mise a contare. Quattordici agosto. Due luglio. Calcolava il tempo trascorso tra un giorno remoto e il giorno presente. Quarantun anni, disse infine a fior di labbra. Da qualche tempo parlava a voce alta nella sua stanza anche quando era solo. Quarant'anni, disse quindi perplesso. Arrossì come uno scolaretto che non si raccapezzi tra le difficoltà di un compito imprevisto, rovesciò la testa all'indietro e chiuse gli occhi lacrimosi da vecchio. Dal colletto della giacca color granturco.1sbucava il collo rosso e gonfio. Due luglio milleottocentonovantanove, ecco la data della caccia, mormorò. Quindi ammutolì. Appoggiò i gomiti sulla scrivania, meditabondo come uno studente che ripassa le lezioni, e tornò a fissare gli occhi sulla lettera, su quelle poche righe vergate a mano. Quarantuno, disse infine con voce arrochita. E quarantatre giorni. Ecco quanto tempo è trascorso. Cominciò a passeggiare su e giù, come se si fosse. tranquillizzato. La stanza aveva il soffitto a volta, sorretto al centro da una colonna. Al posto di questa sala un tempo c'erano due stanze, una camera da letto e uno spogliatoio. Molti anni prima -ormai ragionava solo in termini di decenni, non amava i numeri esatti, come se ogni numero gli ricordasse qualcosa che era meglio dimenticare -aveva ordinato di demolire il muro tra le due stanze. Venne lasciata in piedi solo la colonna su cui poggiavano le volte. La casa era stata edificata duecento anni prima; l'aveva fatta costruire un fornitore dell'esercito che vendeva avena alla cavalleria austriaca e più tardi aveva ottenuto il titolo di principe. La costruzione risaliva a quell'epoca. Il generale era nato lì, in quella stanza. All'epoca il locale sul retro, quello più buio, con la finestra che affacciava sul giardino e sugli edifici di servizio, era la camera di sua madre, mentre l'altro, più chiaro e arioso, era lo spogliatoio. Qualche decennio addietro, quando si era trasferito in questa ala dell'edificio e aveva fatto demolire il muro divisorio tra le due stanze, esse si erano trasformate in un vano ampio e male illuminato. C' erano diciassette passi di distanza dalla porta fino alletto. E diciotto passi dal muro adiacente al giardino fino alla terrazza. Li aveva contati spesso, lo sapeva con esattezza. Viveva in quella stanza, che sembrava costruita su misura per lui, come un infermo ormai assuefatto alle dimensioni spaziali della propria malattia. Passavano anni senza che si recasse nell'altra ala del castello, dove c'era una fuga di saloni verdi, azzurri e rossi con lampadari dorati. Là le finestre si aprivano sul parco, sugli ippocastani che in primavera, con le loro infiorescenze rosate e il loro rigoglio verde cupo, si spingevano fino ai balconi. Gli alberi erano disposti pretenziosamente a semicerchio di fronte all'estremità dell'ala meridionale del castello, davanti alle balaustrate di pietra sorrette da putti grassocci. Quando usciva, il generale arrivava fino alla cantina del vigneto o nel bosco, oppure- tutte le mattine, anche d'inverno, anche quando pioveva -al ruscello delle trote. Tornato a casa, saliva nella sua stanza passando per il vestibolo e consumava i suoi pasti lassù.
"Dunque è tornato" disse ora ad alta voce in mezzo alla stanza. "Quarantun anni. E quarantatre giorni".
E vacillò, come se pronunciando quelle parole avesse esaurito le forze, come se solo adesso si rendesse conto dell'enorme quantità di tempo che significano quarantun anni e quarantatre giorni. Si sedette sul vecchio sedile di cuoio con la spalliera. C'era un campanello d'argento a portata di mano sul tavolino: se ne servì per suonare.
"Fai salire Nini" disse al valletto. E aggiunse educatamente: "Dille che la prego di salire". Non si mosse, rimase seduto così, col campanello d'argento in mano, finche non arrivò Nini.


©
Sandor Marai, 1942


 
 

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