«Esistono parrucche che recitano da sole». Aprì
un cassetto. « Questa qui, questa parrucca bionda...
quante volte ha recitato al mio posto! ». Si sfilò dalla
testa la parrucca con un movimento brusco. Il suo
gesto fu talmente inatteso e l'effetto talmente crudo
che si sporsero tutti in avanti, affascinati e silenziosi, dalla panca su cui stavano appollaiati. Tibor alzò
una mano a coprirsi la bocca. Sapevano che l' attore
portava la parrucca. Sapevano che cambiava capigliatura secondo i colori delle stagioni: talvolta era
bionda, pallida e trasognata, talvolta nera e ardente.
Ma il gesto con cui si era strappato i capelli dalla testa si trasmise ai ragazzi con una scossa empatica di
dolore fisico: se l'attore, con mossa audace, si fosse
strappato un braccio o avesse cominciato a svitarsi la
testa, la loro sorpresa non sarebbe stata maggiore. Il
cranio dell'attore sbucò, da sotto la capigliatura, candido e liscio come la cera. La sua testa calva era talmente nuda, emanava un senso di impudicizia fisica
così pienamente scoperto, che l'attore pareva essersi liberato di tutti gli abiti con un solo gesto per rimanere nudo dalla testa ai piedi. Passò le mani bianche sulla cute glabra e levigata, si chinò con aria indifferente verso lo specchio e si esaminò con occhio
da intenditore.
« Bisogna fare attenzione, » disse, infilando l'esanime chioma bionda su un pugno per poi accarezzarla con delicatezza « bisogna fare attenzione a non
bagnarsi i capelli. Questa è la cosa più importante.
Voglio rivelarlo a voi che siete ancora giovani. lo
purtroppo non sono stato avvisato in tempo. C' è
gente che mentre fa il bagno immerge la testa nell'acqua e poi si strofina il capo con il sapone. E la
peggiore sciocchezza che si possa commettere. C'è
chi, dopo essersi lavato, si sciacqua i capelli. Per effetto dell'acqua il cuoio capelluto viene aggredito
dalla forfora, i capelli diventano secchi, opachi, e si
spezzano. Badate che l'acqua non tocchi mai i vostri
capelli. Esistono ottime lozioni e detergenti in polvere... Un momento! ». Si chinò verso lo specchio
strizzando gli occhi per esaminarsi il volto da vicino.
Davanti allo specchio e senza la parrucca, il suo
volto era curiosamente privo di espressione, sembrava privo di vita. Erano vivi soltanto gli occhi: i lineamenti si erano completamente rilasciati come se
con un solo gesto -quando si era strappato la parrucca- l'attore avesse cancellato dal proprio volto
tutti i segni incisi su di esso dalla vita e dal tempo,
ogni ruga espressiva, ogni piega della sua personalità: adesso era nudo, vuoto e morto. Era una materia da plasmare a suo piacimento. Si afferrò con due
dita la punta del naso facendo girare la testa di qua
e di là quasi fosse un oggetto estraneo. Di fronte ai
ragazzi sedeva un uomo solitario, mai visto, una cosa che il padrone poteva usare come gli pareva. Si
massaggiò il viso con estrema cura, come se fosse solo, roteò gli occhi, si coprì il doppio mento con il
palmo della mano, reclinò il busto e si osservò tra le
palpebre socchiuse come un pittore che esamini la
sua opera.
« Ho circa trentaquattro facce» disse in tono distaccato. « Trentaquattro o trentasei, è da parecchio
che non le conto. Ho un sacerdote negro, cari miei...
E un Cyrano. E ho un Cesare senza capelli, dotato di
una calvizie assolutamente genuina, con due pieghe
qui ai lati della bocca e basta... Guardate! ».
Prese un carboncino e tracciò due linee accanto
agli zigomi. I ragazzi rimasero stupefatti: il viso smagrì, tutti i lineamenti si assottigliarono, divennero
angolosi e appuntiti, solcati da pieghe rigide, e la
sua calvizie cominciò a vivere come il simbolo di un
destino, il contrassegno visibile delle sofferenze segrete di un uomo che nessun successo, nessuna vittoria, nessun trionfo umano potranno mai compensare.
« Il mio Cesare » disse « non si cinge la fronte di alloro. Porta alta la sua vergogna con aria di sfida.
Che la vedano pure, e che tremino. Sotto questo
cranio calvo si annida il destino dei mondi... ».
Prese la parrucca bionda e se la sistemò con cura
sul capo.
«Essere o non essere, questo è il problema».
Passò davanti ai ragazzi con andatura solenne e si
piegò di lato accennando un inchino:
« E io ti dico, Polonio... ».
Il suo sguardo si perse nel vuoto con un bagliore
di follia amletica. Attorcigliò una ciocca di capelli
biondi e se la tirò lentamente sulla fronte, arricciò
le labbra e avanzò di qualche passo con aria sognante. Adesso era qualcuno di cui non conosceva la parte ma solo il sorriso beffardo; un uomo che aveva
sfiorato per strada. « Quante volte ha recitato al mio
posto... » disse pensieroso. Tornò a sedersi davanti
allo specchio e si tolse la parrucca bionda, mettendo di nuovo a nudo la calvizie. Tirò fuori dal cassetto una mezza dozzina di parrucche, quindi cominciò a sparpagliarle sul tavolo e a calcarsele in testa
una dopo l'altra con aria distratta. La sua faccia si
trasformava via via. Ora era estremamente giovane,
e un attimo dopo appariva decrepita e scaltra. Sul
suo volto scorrevano in un baleno vite, riflessi di
epoche remote e di persone; non spiegava a chi stesse pensando, giocava con il suo volto come un grande artista con il suo strumento musicale. Riusciva a
gonfiare il naso fino a renderlo camuso, i suoi lineamenti elastici ora si dilatavano ora si raggrinzivano
fino a coprirsi di rughe.
Teneva a portata di mano diversi attrezzi: pennelli, matite per il trucco, ovatta e stoppa, alcol e mastice. Si attaccò una mosca sul mento e due sottili favoriti sugli zigomi, tirò su una gamba bofonchiando
e sibilando tra i denti come un gottoso, ordinò a
bassa voce di portargli del vin brulé. Giocava con la
sua faccia e con la stoppa come si fa con le decalcomanie. Evocò distrattamente, con pochi tratti appena accennati ma in maniera inconfondibile, i volti
noti di alcuni personaggi del passato. Quindi allontanò da se tutti gli arnesi.
«Forse» disse «un giorno m'inventerò una faccia
con cui potrò convivere a lungo. Non è facile. La
stoppa, i capelli e il belletto aiutano solo fino a un
certo punto. Questa qui » e si diede un colpetto sul
viso con due dita «è materia obbediente, basta sapere come trattarla. Naturalmente si raggrinzisce e diventa coriacea. La carne ha una sua vita, amici miei,
così come l' anima. Bisogna comandarla a bacchetta
e ammaestrarla. Questa mia figura » e guardò con
distacco il proprio corpo scuotendo la testa « l'ho
consumata e ormai mi ha stancato. In un'altra città,
la prossima volta, voglio presentarmi alla gente sotto spoglie diverse. Magari come un giovinetto nel
fiore degli anni. Non so. Forse mi ridurrò a fare il
vegliardo. Le rughe diventano più rigide, sono disobbedienti. Sto invecchiando».
Stizzito, si diede un buffetto sul doppio mento.
« Quanto mi piace questa qui» disse e affondò le
dita in una massa stopposa. « E questa, e questa »
lanciando per aria le parrucche. « Credetemi, se indossassi la testa rossiccia di Tito, chi mi
riconoscerebbe più? ...».
E si infilò in testa la capigliatura rossiccia di Tito.
Le ciocche dai riflessi fulvi aderivano alla sua fronte
sfiorando la radice del naso. Si colorò le guance di
rosso con tocco leggero, e le labbra si inturgidirono
conferendogli un aspetto giovanile; accentuò il fuoco dello sguardo con la fuliggine di uno zolfanello,
e le pupille languide e smarrite si colmarono di luce. La testa risplendeva di giovinezza, fulva, voluttuosamente impura, arrogantemente impudica. Era
mutata anche la sua voce. Riprese a parlare in tono
profondo e autoritario.
« Ho trentaquattro facce» gridò gonfiando il doppio mento. « Oppure trentasei? Chi mi conosce? Scompaio come l'anima invisibile, sguscio tra le mani. Il
mio mondo è l'immortalità, perché sguscerò via anche dalle mani della morte. Essa non conosce il mio
volto. Non riuscirebbe a vedere quello vero neanche se mi sorprendesse a casa da solo» .
©
Sandor Màrai
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