"... La mia lettura preferita era la poesia. E le mie tasche erano sempre piene di volumi di liriche, i cui autori sono poi
scomparsi senza lasciare tracce nel deserto della letteratura.
Chi ricorda ancora il nome di Albert Ehrenstein? La sua voce aveva il tono ancestrale di un uomo preistorico smarrito
nell'immensità del tempo e dello spazio. Mi sovvengo di
una raccolta di novelle, Tubutsch, che mi trascinai dietro per
settimane intere; novelle che non avevano ne un preciso
«significato» ne un «contenuto epico», ma erano circonfuse di un alone visionario, e pervase di una musicalità limpida e irrequieta che risuona in ogni singola riga di questo
scrittore viennese caduto nell'oblio; e io gli ero grato di
quella musica. Per diverse settimane, al cafe Merkur, cercai
di tradurre, in qualche modo, alcune sue poesie. Il nome di
Franz Kafka era quasi sconosciuto in Germania. I delicati
acquerelli di Else Lasker-Schuler vivono ancora oggi nella
mia memoria come paesaggi greci intravisti in un sogno.
Allora venivano tradotte in tedesco le liriche di Brezina, e
fu la casa editrice Insel a incaricarsi di far conoscere a nuovi lettori la giovane letteratura ceca, fino a quel momento
isolata dal resto del mondo. Per parecchio tempo credetti
di aver scoperto un grande poeta in un giovane tedesco di
nome Kurt Heynecke. E può darsi che in quel periodo, a
tratti, egli lo sia stato veramente. August Stramm imbastiva guazzabugli futuristi che allora ammiravo moltissimo.
Werfel, di cui era apparso il primo romanzo, aveva già la
voce limpida. Gottfried Benn, Theodor Daubler, Rene
Schickele, Alfred Doblin collaboravano alle nuove riviste
letterarie. Il mondo editoriale tedesco a poco a poco si stava
riprendendo dall'intossicazione propagandistica dei tempi
di guerra.
Tra questi poeti, soltanto uno o due hanno conservato la
loro fama fino a oggi, e forse solo le opere di Werfel e Kafka
sono sopravvissute alle mode e ai giudizi contemporanei.
Kafka, in particolare, esercitò su di me una profonda influenza. In quell'ambito ristretto che non tiene conto delle
preferenze del grande pubblico, dove i valori si misurano
secondo il metro della letteratura europea, questo giovane
scrittore ceco-tedesco, morto a poco più di quarant'anni lasciando in eredità un' opera frammentaria, viene ormai considerato un classico. Trovai Kafka nello stesso modo in cui
un sonnambulo trova la strada giusta. Frugando in una libreria, molto semplicemente estrassi da una pila di libri un
quadernetto intitolato La metamorfosi, cominciai a leggerlo,
e subito seppi di aver trovato lo scrittore che faceva per me.
Kafka non era tedesco. Non era neppure ceco. Era uno
scrittore e basta, così come lo sono, inconfondibilmente e i
inequivocabilmente, tutti i più grandi. L'istinto che permet1te a un giovane scrittore di individuare il modello necessario alla sua evoluzione ha qualcosa di meraviglioso. Non ho
mai «imitato» Kafka; ma oggi mi rendo conto che alcuni
suoi scritti, il suo modo di vedere gli oggetti, la sua particolare prospettiva mi hanno aiutato a illuminare alcune zone
oscure del mio intimo. E difficile determinare l'«influenza»
letteraria, è difficile rendere giustizia a coloro che stimolano in chi scrive il processo della visione letteraria. Non solo
la vita, ma anche la letteratura è ricca di misteriose affinità.
Mi sarà capitato non più di un paio di volte di incontrare un
essere la cui familiarità -una complessa e dolorosa familiarità, che risale a un appuntamento mancato in qualche epoca remota -mi ha costretto a fermarmi di colpo e a mettere
le carte in tavola. Talvolta incontriamo persone -quasi sempre si tratta di uomini, più raramente di donne, perche
ogni donna attraente in parte la «conosciamo» già, in
quanto ci ricorda Eva, la progenitrice quasi del tutto svanita
dalla nostra memoria infedele -che non possiamo eludere:
una parentela ci unisce, e c'è qualcosa di cui dobbiamo discutere, qui, ora, a quattr'occhi! Anche in letteratura capitano simili incontri. Una delle due anime affini chiama, attira irresistibilmente l'altra. L'universo e la voce di Kafka mi
erano estranei, eppure fu questo scrittore -il quale, lo so
bene, non ha mai avuto un «influsso» evidente sui miei
scritti -a liberare le forze sopite dentro di me; ad un tratto
vidi il mondo con occhi diversi, cominciai a ragionare diversamente, e al tempo stesso, mentre divenivo cosciente
delle mie facoltà ma anche del compito che mi attendeva,
venni colto da un sentimento di timore e di incertezza.
Quando si ha paura si grida. Perciò, spinto dalla paura,
cominciai a scrivere precipitosamente. Scrivevo poesie, e in
quei mesi autunnali a Lipsia ne scrissi un numero sufficiente a riempire un libro -qualche tempo dopo, infatti, un
editore di provincia le pubblicò in un volume dal titolo Voce
umana. Nella nuova letteratura tedesca, a quei tempi, «l'uomo» e l'umanità oltraggiata erano il pezzo forte, come le foche in uno spettacolo di varietà. Si pubblicavano antologie
con titoli come Menschheitsdiimmerung. Leonhard Frank, un
giovane scrittore tedesco che in seguito ammutolì e praticamente scomparve, sulla copertina del suo nuovo libro affermava che «l'uomo è buono». Un titolo simile era già di per
se sufficiente ad assicurare all'autore la simpatia degli editori e del pubblico. I letterati si erano lanciati sull'«umanitarismo» come se avessero individuato una specie di nuovo genere letterario, una materia mai trattata prima. Ma tutto ciò
aveva un sapore alquanto cartaceo. L'umanità, che non era
mai stata oltraggiata in maniera così vergognosa come nei
cinque anni precedenti, si era trasformata all'improvviso in
merce letteraria.
Continuando a starmene seduto al cafe Merkur incontrai
un giovanotto di origine olandese il cui lungo nome melodioso -Adrian van den Brocken junior -mi affascinò moltissimo, e con lui fondai una rivista letteraria che chiamammo
«Endymion». Di questa rivista apparve un solo numero, i cui
costi divorarono l'intera eredità paterna di Adrian -circa seicento marchi. Non ho mai saputo con precisione che cosa ci
indusse a battezzare la nostra impresa con il nome dell'infelice figlio di Zeus, di cui anche i miti sanno ben poco oltre al
fatto che sua moglie lo sbaciucchiava ininterrottamente
mentre lui era immerso nel sonno e che gli dèi lo punirono
infliggendogli un numero spropositato di figlie. Forse ci
piacque il timbro armonioso di quel nome greco. La nostra
rivista ospitava esclusivamente poesie, scritte per la maggior
parte da Adrian. Persino in una città come Lipsia, così aperta
a ogni forma di esotismo, era facile prevedere che il nostro
foglio non avrebbe attratto folle oceaniche di lettori. Ad ogni
modo quell'operazione ebbe il merito di trasformare la mia
solitudine all'estero: da quel momento in poi al cafe Merkur
mi ritrovai in compagnia di diversi giovanotti stranieri, tutti
appassionati di poesia e tutti in attesa di chissà che. Ma con
nessuno ci fu vero affiatamento. Ero un giovane poeta solitario e pieno di stupore. Quanto al mio aspetto, all'epoca mi
presentavo come un ragazzo allampanato dall'aria allucinata, con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, somigliante ai
poeti tisici che si vedono nelle vecchie stampe.
©
Sándor Márai
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