Da "Confessioni di un borghese" di Sándor Márai, Adelphi Edizioni, 2003



"... La mia lettura preferita era la poesia. E le mie tasche erano sempre piene di volumi di liriche, i cui autori sono poi scomparsi senza lasciare tracce nel deserto della letteratura. Chi ricorda ancora il nome di Albert Ehrenstein? La sua voce aveva il tono ancestrale di un uomo preistorico smarrito nell'immensità del tempo e dello spazio. Mi sovvengo di una raccolta di novelle, Tubutsch, che mi trascinai dietro per settimane intere; novelle che non avevano ne un preciso «significato» ne un «contenuto epico», ma erano circonfuse di un alone visionario, e pervase di una musicalità limpida e irrequieta che risuona in ogni singola riga di questo scrittore viennese caduto nell'oblio; e io gli ero grato di quella musica. Per diverse settimane, al cafe Merkur, cercai di tradurre, in qualche modo, alcune sue poesie. Il nome di Franz Kafka era quasi sconosciuto in Germania. I delicati acquerelli di Else Lasker-Schuler vivono ancora oggi nella mia memoria come paesaggi greci intravisti in un sogno. Allora venivano tradotte in tedesco le liriche di Brezina, e fu la casa editrice Insel a incaricarsi di far conoscere a nuovi lettori la giovane letteratura ceca, fino a quel momento isolata dal resto del mondo. Per parecchio tempo credetti di aver scoperto un grande poeta in un giovane tedesco di nome Kurt Heynecke. E può darsi che in quel periodo, a tratti, egli lo sia stato veramente. August Stramm imbastiva guazzabugli futuristi che allora ammiravo moltissimo. Werfel, di cui era apparso il primo romanzo, aveva già la voce limpida. Gottfried Benn, Theodor Daubler, Rene Schickele, Alfred Doblin collaboravano alle nuove riviste letterarie. Il mondo editoriale tedesco a poco a poco si stava riprendendo dall'intossicazione propagandistica dei tempi di guerra.
Tra questi poeti, soltanto uno o due hanno conservato la loro fama fino a oggi, e forse solo le opere di Werfel e Kafka sono sopravvissute alle mode e ai giudizi contemporanei. Kafka, in particolare, esercitò su di me una profonda influenza. In quell'ambito ristretto che non tiene conto delle preferenze del grande pubblico, dove i valori si misurano secondo il metro della letteratura europea, questo giovane scrittore ceco-tedesco, morto a poco più di quarant'anni lasciando in eredità un' opera frammentaria, viene ormai considerato un classico. Trovai Kafka nello stesso modo in cui un sonnambulo trova la strada giusta. Frugando in una libreria, molto semplicemente estrassi da una pila di libri un quadernetto intitolato La metamorfosi, cominciai a leggerlo, e subito seppi di aver trovato lo scrittore che faceva per me. Kafka non era tedesco. Non era neppure ceco. Era uno scrittore e basta, così come lo sono, inconfondibilmente e i inequivocabilmente, tutti i più grandi. L'istinto che permet1te a un giovane scrittore di individuare il modello necessario alla sua evoluzione ha qualcosa di meraviglioso. Non ho mai «imitato» Kafka; ma oggi mi rendo conto che alcuni suoi scritti, il suo modo di vedere gli oggetti, la sua particolare prospettiva mi hanno aiutato a illuminare alcune zone oscure del mio intimo. E difficile determinare l'«influenza» letteraria, è difficile rendere giustizia a coloro che stimolano in chi scrive il processo della visione letteraria. Non solo la vita, ma anche la letteratura è ricca di misteriose affinità. Mi sarà capitato non più di un paio di volte di incontrare un essere la cui familiarità -una complessa e dolorosa familiarità, che risale a un appuntamento mancato in qualche epoca remota -mi ha costretto a fermarmi di colpo e a mettere le carte in tavola. Talvolta incontriamo persone -quasi sempre si tratta di uomini, più raramente di donne, perche ogni donna attraente in parte la «conosciamo» già, in quanto ci ricorda Eva, la progenitrice quasi del tutto svanita dalla nostra memoria infedele -che non possiamo eludere: una parentela ci unisce, e c'è qualcosa di cui dobbiamo discutere, qui, ora, a quattr'occhi! Anche in letteratura capitano simili incontri. Una delle due anime affini chiama, attira irresistibilmente l'altra. L'universo e la voce di Kafka mi erano estranei, eppure fu questo scrittore -il quale, lo so bene, non ha mai avuto un «influsso» evidente sui miei scritti -a liberare le forze sopite dentro di me; ad un tratto vidi il mondo con occhi diversi, cominciai a ragionare diversamente, e al tempo stesso, mentre divenivo cosciente delle mie facoltà ma anche del compito che mi attendeva, venni colto da un sentimento di timore e di incertezza. Quando si ha paura si grida. Perciò, spinto dalla paura, cominciai a scrivere precipitosamente. Scrivevo poesie, e in quei mesi autunnali a Lipsia ne scrissi un numero sufficiente a riempire un libro -qualche tempo dopo, infatti, un editore di provincia le pubblicò in un volume dal titolo Voce umana. Nella nuova letteratura tedesca, a quei tempi, «l'uomo» e l'umanità oltraggiata erano il pezzo forte, come le foche in uno spettacolo di varietà. Si pubblicavano antologie con titoli come Menschheitsdiimmerung. Leonhard Frank, un giovane scrittore tedesco che in seguito ammutolì e praticamente scomparve, sulla copertina del suo nuovo libro affermava che «l'uomo è buono». Un titolo simile era già di per se sufficiente ad assicurare all'autore la simpatia degli editori e del pubblico. I letterati si erano lanciati sull'«umanitarismo» come se avessero individuato una specie di nuovo genere letterario, una materia mai trattata prima. Ma tutto ciò aveva un sapore alquanto cartaceo. L'umanità, che non era mai stata oltraggiata in maniera così vergognosa come nei cinque anni precedenti, si era trasformata all'improvviso in merce letteraria.
Continuando a starmene seduto al cafe Merkur incontrai un giovanotto di origine olandese il cui lungo nome melodioso -Adrian van den Brocken junior -mi affascinò moltissimo, e con lui fondai una rivista letteraria che chiamammo «Endymion». Di questa rivista apparve un solo numero, i cui costi divorarono l'intera eredità paterna di Adrian -circa seicento marchi. Non ho mai saputo con precisione che cosa ci indusse a battezzare la nostra impresa con il nome dell'infelice figlio di Zeus, di cui anche i miti sanno ben poco oltre al fatto che sua moglie lo sbaciucchiava ininterrottamente mentre lui era immerso nel sonno e che gli dèi lo punirono infliggendogli un numero spropositato di figlie. Forse ci piacque il timbro armonioso di quel nome greco. La nostra rivista ospitava esclusivamente poesie, scritte per la maggior parte da Adrian. Persino in una città come Lipsia, così aperta a ogni forma di esotismo, era facile prevedere che il nostro foglio non avrebbe attratto folle oceaniche di lettori. Ad ogni modo quell'operazione ebbe il merito di trasformare la mia solitudine all'estero: da quel momento in poi al cafe Merkur mi ritrovai in compagnia di diversi giovanotti stranieri, tutti appassionati di poesia e tutti in attesa di chissà che. Ma con nessuno ci fu vero affiatamento. Ero un giovane poeta solitario e pieno di stupore. Quanto al mio aspetto, all'epoca mi presentavo come un ragazzo allampanato dall'aria allucinata, con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, somigliante ai poeti tisici che si vedono nelle vecchie stampe.

© Sándor Márai 

 

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