Da "Nel magma" di Mario Luzi



Presso il Bisenzio


La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
pigri nell'andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».
Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto
[un'inquietudine.
«Ci fu solo un tempo per redimersi» qui il tremito
si torce in tic convulso «o perdersi, e fu quello.»
Gli altri costretti a una sosta impreveduta
dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
muovono i piedi in cadenza contro il freddo
e masticano gomma guardando me o nessuno.
«Dunque sei muto?» imprecano le labbra tormentate
mentre lui si fa sotto e retrocede
frenetico, più volte, finché‚ è là
fermo, addossato a un palo, che mi guarda
tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
quel poco ch'è visibile, è deserto;
la nebbia stringe dappresso le persone
e non lascia apparire che la terra fradicia dell'argine
e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
E io: «E' difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti». «Quali parti?»
Come io non vado avanti,
mi fissa a lungo ed aspetta. «Quali parti?»
I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
«E' difficile, difficile spiegarti.»
C'è silenzio a lungo,
mentre tutto è fermo,
mentre l'acqua della gora fruscia.
Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

Ma uno d'essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
si fa da un lato, s'attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
mentre seguo lento loro inghiottiti dalla nebbia. A un passo
ormai, ma senza ch'io mi fermi, ci guardiamo,
poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
«O Mario» dice e mi si mette al fianco
per quella strada che non è una strada
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
«guardati, guardati d'attorno. Mentre pensi
e accordi le sfere d'orologio della mente
sul moto dei pianeti per un presente eterno
che non è il nostro, che non è qui né ora,
volgiti e guarda il mondo come è divenuto,
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l'ardimento,
ma la ripetizione di parole,
la mimesi senza perché né come
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.»
Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
Rispondo: «Lavoro anche per voi, per amor vostro».
Lui tace per un po' quasi a ricever questa pietra in cambio
del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
E come io non dico altro, lui di nuovo: «O Mario,
com'è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende».
Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato dall'affanno
mentre i passi dei compagni si spengono
e solo l'acqua della gora fruscia di quando in quando.
«E' triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte.»
E lui, ora smarrito ed indignato: «Tu? tu solamente?».
Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
e agita il capo: «O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri».
E piange, e anche io piangerei
se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.

Rimango a misurare il poco detto,
il molto udito, mentre l'acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
«Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta.»



Tra le cliniche


Lucciole nel buio, nel frondoso
di città, com'è questa, rare di case, dolorose d'ospedali,
bucano la tenebra insidiosa, lampeggiano
più nitide che altrove, più crudeli si perdono alla vista inquieta
dei degenti. «Dove stavi di casa?
dove? T'ho cercato lontano non da meno
della rondine quando vola alta
che esplora le regioni bianche della pioggia
e le invadono intanto il nido le zecche»
mormora qualcuno tra sé e sé
mentre franano lucciole e risalgono
il nero di voragini, di buche
oscuramente note ai sensi,
mentre danza svegliata dal letargo
la farfalla del sangue su per i pensieri malfermi brulicando.

«Ero poco lontana,
ero dentro di te
quando tu ne uscivi alla cerca»
risponde qualche larva
dai cunicoli della notte non si sa se piangendo o irridendo;
e intanto s'alzano dalla loro quiete infida,
per nulla rassegnata, anni d'oscurità e di passione,
mettono in croce anima e corpo tra rimpianti e smanie.

Qui presso queste cliniche,
nell'ora che le lucciole piluccano
la zocca d'uva della notte e tracce
d'una felicità non mai raggiunta
o fuggita di mano s'inseguono, diventano cocenti
per i deboli, per i male in salute,
m'unisco a tutta questa forza instabile
di cruccio e d'inappagamento, tocco
l'elemento insociabile che tiene sospeso il mondo.

Salute e malattia, s'affretta a distinguere la mente,
salute e malattia, ripete
fin quando non combacino le parti
di questa conoscenza avuta a sprazzi nel buio.



Nel caffè


Mentre la valle s'infittisce e pettina
con tutti i suoi cipressi il filo d'aria
tra pioggia e avvisi d'altra pioggia, qui
nel caffè fuori mano di vetri e fronde,
nido ai convegni di straforo, accorre
e si stipa una moltitudine sorda che esala fumo.

«Perché non parlare un po' tra noi»
mi dice uno forato nella gola
premendosi una garza sull'incavo
o poco sopra, e si siede al mio tavolo
nel posto dirimpetto rimasto vuoto.

Lo guardo e vedo che i suoi occhi grigi
vogliono dire assai più che non dica
quella bocca vizza e mi fissano ridendo.
«Sarà un modo di stare ancora l'uno
vicino all'altro, come un tempo, nello stesso banco»
aggiunge, e più con gli occhi che con quella voce rauca raspando.

A un tratto, prima di ravvisarlo, so chi è
da quella tenerezza d'uomo stretto al ricordo
che fu anche del ragazzo, il ragazzo un po' femmina che turba un niente.
«Mai non avrei pensato a te, mio caro;
scusami» e allunghiamo le mani sopra il tavolo
a stringerci le nuche lanose e opache.
E così ci facciamo un po' di festa
guardandoci negli occhi ancora vivi
e cercando d'indovinare il resto.
Di nuovo si comprime la garza sull'incavo
e riprende con quella voce afona,
dura: «Forse dovrei darti un ragguaglio
di tanti anni fino a questa croce.
Non ne vale la pena. Preferisco che tu immagini.
Certo, so bene quello che mi aspetta».
Lo guardo che abbassa le palpebre e mi appare calmo.

Io non so dire altro, penso a questo incontro
se si può cavarne un senso che non sia di rimorso e basta
e sto senza parole qui davanti
a lui ch'è troppo mio compagno
perché possa consolarlo
o mentire. Né lui chiede conforto
ma un attimo di comunione piena
per sé quanto per me, ed offre questa pace in cambio.

«Ho seguito i tuoi successi» riprende quella voce quasi gorgogliando.
«Oh, non sono senza contrasti, ma ciò non ha importanza»
mi schermisco io ed avvampo sotto la sua occhiata bianca.
«Abbiamo avuto in sorte tempi duri
ma non fummo da meno anche se ne siamo usciti un tantino empi.»
«C'è stato poco tempo per pregare...»
«Poco tempo infatti. Ma ho fiducia che l'azione
sia preghiera anch'essa pel futuro
ed espiazione del passato» dice e arrossisce a sua volta
e in quel pudore lo rivedo meglio quale fu nell'infanzia.

A mano a mano che il colloquio avanza
e i silenzi si fanno più frequenti
e lunghi vediamo, lui
l'amenità d'oasi del luogo di là dai vetri
sparire dietro una coltre di pioggia, ed io
la sala invasa da una nube di fumo diventare ingombra.

Dicono a una radio di Eichmann.
Dove avrebbe qualcuno or non è molto
o versato o represso qualche lacrima,
danzano al fruscio basso di un disco
non però così basso da non soverchiare il transistor.

«So quel che pensi, eppure hai torto» dice
con un sorriso divenuto blando
mentre guarda fuori, mentre l'ora si fa tarda,
«non posso non sentire in questo scalpiccio un che di santo.»
E frattanto penso con un brivido
a noi quando saremo sull'uscita
sul punto di dirci addio sotto la pioggia
e sotto il pigolio degli uccelli tramato fitto.



©  Mario Luzi
 

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