"Il richiamo della foresta" di Jack London

Jack London (il cui vero nome era John Griffith London), scrittore statunitense nato a San Francisco nel 1876, è una delle più singolari e romanzesche figure della letteratura americana. Figlio illegittimo, allevato da una madre spiritista, da una nutrice nera e da un padre adottivo che passava da un fallimento commerciale all'altro, si fece precocemente adulto sui moli di Oakland e sulle acque della baia di San Francisco insieme a compagnie poco raccomandabili. Se la strada fu la culla della sua adolescenza, Jack London era uso frequentare ladri e contrabbandieri, costretto ai mestieri più disparati e non sempre legali. Nella sua giovinezza passò da un lavoro all'altro senza troppe difficoltà: cacciatore di foche, corrispondente di guerra, avventuriero, venne coinvolto egli stesso nelle famose spedizioni in Canada alla ricerca del mitico oro del Klondìke. Jack London ha comunque sempre coltivato e custodito dentro di sé il "morbo" della letteratura, essendo costituzionalmente un gran divoratore di libri di ogni genere. Cimentatosi ben presto anche con la scrittura London riuscì a essere per circa un quinquennio scrittore tra i più famosi, prolifici, e meglio retribuiti che si ricordino, pubblicando in tutto qualcosa come quarantanove volumi. Il suo spirito era però perennemente insoddisfatto e ne sono testimonianza i continui problemi di alcool e gli eccessi che hanno contrassegnato la sua vita. Una stupenda trasfigurazione di quello che Jack London era, sia sul piano sociale che interiore, la fece lui stesso nell'indimenticabile "Martin Eden", storia di un giovane marinaio dall'animo ipersensibile che si scopre scrittore e una volta raggiunta la fama si autodistrugge, anche a causa delle netta percezione di essere comunque un "diverso" rispetto alla società fine e colta rappresentata dalla benestante ed educata borghesia. Jack London scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi come "Il richiamo della foresta" (pubblicato nel 1903) a "Zanna Bianca" (1906), a quelli appunto autobiografici, fra cui si ricordano fra l'altro "In strada" (1901), il già citato "Martin Eden" (1909) e "John Barleycorn" (1913); si è cimentato anche con la fantapolitica ("Il tallone di ferro") e ha scritto numerosi racconti, tra cui spiccano "Il silenzio bianco", e "Farsi un fuoco" (1910). Più volte si è dedicato al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica ("Il popolo dell'abisso", celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell'East End di Londra). Il suo stile narrativo rientra a pieno titolo nella corrente del realismo americano che, ispirandosi al naturalismo di Zola e alle teorie scientifiche di Darwin, privilegiando i temi della lotta per la sopravvivenza e del passaggio dalla civiltà allo stato primitivo. Gli scritti di Jack London hanno avuto, e continuano ad avere, una diffusione enorme, specie tra il pubblico popolare d'Europa e dell'Unione Sovietica. Non altrettanta fortuna ha però avuto questo irruento ed istintivo scrittore presso i critici, specie quelli accademici; soltanto in anni recenti si è assistito, sia in Francia sia in Italia, a una larga rivalutazione, soprattutto a opera di critici militanti della sinistra, grazie alle tematiche affrontate nei suoi romanzi, spesso orientate alla descrizione di ambienti rozzi e degradati tipici delle classi subalterne, con storie incentrate su avventurieri e diseredati, impegnati in lotte spietate e selvagge per la sopravvivenza, in ambienti esotici o insoliti: i mari del Sud, i ghiacciai dell'Alaska, i bassifondi delle grandi metropoli. Al di là di queste rivalutazioni postume, di cui in fondo London per sua fortuna non ha mai avuto bisogno, è sempre stato riconosciuto a questo scrittore anti-accademico un talento narrativo "naturale", meglio espresso nella dimensione ridotta dei racconti. La sua narrativa è caratterizzata infatti da un grande ritmo, da intrecci avvincenti e originalità nella scelta dei paesaggi. Il suo stile è asciutto, giornalistico. Quella che viene ora rivalutata è però la sua capacità di cogliere con immediatezza contrasti e contraddizioni non solo personali, ma collettivi e sociali, in particolare taluni conflitti caratteristici del movimento operaio e socialista americano di fine secolo. Sulla morte di Jack London non vi è una chiara e precisa cronaca: una delle ipotesi più accreditate è che, distrutto dal vizio dell'alcool, sia morto suicida il 22 novembre 1916 a Glen Ellen, in California. (da © Biografie On-Line Leonardo.it: http://biografie.leonardo.it/home.htm)
 

"Erano trasandati,vestiti di stracci, e avevano un'aria malvagia. Altri aguzzini, giudicò Buck. Si scagliò rabbiosamente contro le sbarre, ma gli uomini risero e lo stuzzicarono con i loro bastoni: Buck subito li addentò, conficcando i denti nel legno, fin quando non si rese conto che era proprio quello che gli uomini volevano. Allora si accucciò e tristemente lasciò che la gabbia fosse caricata,su un carro. Lui e la gabbia in cui era imprigionato passarono poi per molte mani. Impiegati delle poste lo presero in consegna; fu trasportato su un altro carro; un carrello lo portò, insieme a scatoloni e pacchi, su un traghetto; venne scaricato dal traghetto in un grande deposito ferroviario, e infine depositato in un vagone postale. Per due giorni e due notti il vagone postale fu trainato in coda a locomotive fischianti e per due giorni e due notti Buck non mangiò né bevve.
Nella sua ira aveva accolto ringhiando gli addetti ferroviari e questi l'avevano ricambiato prendendolo in giro. Quando lui si scagliava contro le sbarre, fremendo e con la schiuma alla bocca, loro ridevano e lo schernivano. Ringhiavano e abbaiavano come cani odiosi, miagolavano, sbattevano le braccia e gracchiavano. Tutto ciò era molto stupido, e Buck lo sapeva, ma proprio per questo lo trovava ancora più offensivo.
La sua rabbia cresceva. La fame non gli dava tanto fastidio quanto la mancanza d'acqua. La sofferenza e la collera l'avevano gettato in uno stato pietoso. Sensibile e nervoso com'era, l'odioso trattamento subìto gli aveva provocato un attacco di febbre, ora alimentata dall'infiammazione alla gola e alla lingua, gonfie e brucianti.
Di una cosa, però, era contento: non aveva più la corda intorno al collo. Quella corda aveva dato ai suoi aguzzini un vantaggio scorretto, ma ora avrebbe mostrato loro chi era. Mai più sarebbero riusciti a mettergli un'altra corda, di questo era sicuro.
Per due giorni e due notti non mangiò e non bevve, accumulando una tale riserva di collera da far temere per il primo che gli fosse capitato a tiro. Si era trasformato in un demonio furioso, con gli occhi iniettati di sangue. Era così cambiato che neppure il giudice l'avrebbe riconosciuto. Gli addetti al vagone postale tirarono un sospiro di sollievo quando a Scattle lo scaricarono dal treno. Quattro uomini lo trasportarono con cautela in un cortiletto chiuso da un alto muro. Un omone, con un maglione rosso con il collo ripiegato, venne fuori e firmò il registro di consegna al conducente del carro. Ecco un altro aguzzino, indovinò Buck, e si scagliò furiosamente contro lo sbarre.
Dopo aver sorriso trucemente, l'uomo afferrò un'ascia e un bastone. - Non lo farà uscire adesso? - chiese il conducente.
- Sì, invece - rispose l'uomo e, piantata l'ascia nella cassa, cominciò a far leva. I quattro che avevano trasportato la cassa si arrampicarono precipitosamente sul muro, e da quella postazione sicura si prepararono ad assistere allo spettacolo. Buck si lanciò verso le schegge di legno, affondandovi i denti e lottando con esse. In qualsiasi punto cadesse l'ascia all'esterno della cassa, Buck era lì, e ringhiava da dentro, tanto ansioso e furioso di venir fuori quanto l'uomo con il maglione rosso si dimostrava calmo nel farlo uscire.
- E ora a noi due, demonio dagli occhi rossi - disse, una volta ottenuta un'apertura sufficiente a far passare Buck. Contemporaneamente lasciò cadere l'ascia e impugnò nella mano destra il bastone. E Buck era davvero un demonio dagli occhi rossi quando si preparò a balzare, il pelo irto, la schiuma alla bocca e un bagliore di follia negli occhi iniettati di sangue. Lanciò direttamente sull'uomo i suoi sessantaquattro chili, accresciuti dal furore represso di due giorni e due notti di prigionia. Ma a mezz'aria, proprio quando le mascelle stavano per serrarsi sull'uomo, ricevette un colpo tremendo che lo paralizzò e gli fece serrare i denti per il dolore. Fece un giro su se stesso e toccò terra sulla schiena e sul fianco. Non era mai stato bastonato e non capì. Con un ringhio che assomigliava a un grido, si rimise in piedi e balzò in aria. Di nuovo un colpo lo fermò e di nuovo finì rovinosamente a terra. Questa volta capì che era stato il bastone a colpirlo, ma la sua follia non gli consentì di agire con prudenza. Una dozzina di volte caricò e altrettante volte il bastone bloccò la carica e lo abbatté al suolo.
Dopo un colpo particolarmente violento, Buck strisciò sulle zampe, troppo stordito per attaccare, poi si alzò barcollante. Il sangue gli scorreva dal naso, dalla bocca e dalle orecchie, spruzzando e macchiando la splendida pelliccia. L'uomo gli si avvicinò e intenzionalmente gli assestò un colpo micidiale sul naso. Tutto il dolore provato fino a quel momento scomparve di fronte all'acuto spasimo infertogli da quel colpo. Con un ruggito da belva feroce si scagliò nuovamente contro l'uomo. Ma questi, passando il bastone nella mano sinistra, con freddezza gli afferrò la mascella inferiore e la torse verso il basso e all'indietro. Facendo una giravolta nell'aria, Buck rovinò a terra. Per l'ultima volta attaccò. l!uomo allora gli sferrò il colpo di grazia, che di proposito aveva tenuto per ultimo. Buck crollò al suolo, tramortito. - Caspita, ci sa fare a domare i cani - gridò con entusiasmo uno degli uomini seduti sul muro. - Druther doma un cavallo selvaggio al giorno e due la domenica - fu la risposta del conducente mentre saliva sul carro e avviava i cavalli.
Buck riprese conoscenza, ma non le forze. Rimase dove era caduto e da li osservò l'uomo con il maglione rosso.
- Risponde al nome di Buck - disse l'uomo fra sé, citando la lettera del taverniere che annunciava la consegna della cassa e del suo contenuto.
- Be, Buck, ragazzo mio, - proseguì con tono affabile - abbiamo avuto la nostra piccola controversia e la cosa migliore è dimenticarla. Tu hai imparato qual è il tuo posto e io conosco il mio. Se fai bravo, tutto andrà per il meglio; se fai il cattivo, ti faccio sputare le budella, chiaro?
Mentre parlava accarezzava senza timore la testa che aveva cosi spietatamente picchiato, e benché al contatto di quella mano istintivamente il pelo si rizzasse, Buck sopportò senza protestare. Quando l'uomo gli portò dell'acqua, bevve avidamente, e più tardi divorò un generoso pasto di carne cruda, prendendola pezzo per pezzo dalla mano dell'uomo. Era stato picchiato, lo sapeva, ma non era stato spezzato. Comprese, una volta per tutte, che non aveva alcuna possibilità di farcela contro un uomo armato di bastone; aveva imparato la lezione e non l'avrebbe mai più dimenticata. Quel bastone fu una rivelazione. Segnò la sua introduzione nel regno della legge primitiva, ed egli imparò la lezione al volo. La vita prese un aspetto più crudele, e Buck si preparava ad affrontare quell'aspetto con coraggio, e con tutta l'astuzia latente nella sua natura.
I giorni passavano e arrivarono altri cani, in gabbia o legati,alcuni docili, altri furiosi e ringhianti come era stato lui: uno dopo l'altro li osservò passare sotto il dominio dell'uomo con il maglione rosso. Ogni volta che assisteva allo spettacolo brutale, la lezione gli si imprimeva nella mente: un uomo con un bastone dettava la legge, era il padrone cui obbedire, anche se ciò non significava necessariamente diventare suo amico. Di questa colpa Buck non si macchiò mai, benché avesse visto cani bastonati che dopo si strusciavano contro l'uomo, scondinzolando e leccandogli la mano. Vide anche un cane morire nella lotta per la supremazia perché non aveva voluto fare amicizia ne piegarsi."



 

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