Da "Lo scherzo" di Milan Kundera, Adelphi, 1993


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Così, dopo molti anni, mi ritrovai a casa. Stavo sulla piazza principale (dove ero passato innumerevoli volte da bambino, da ragazzo e da giovane) senza provare alcuna emozione; al contrario, pensavo che quella piazza così piatta, coi suoi tetti sovrastati dalla torre del municipio (simile a un soldato con un elmo antico), sembrava un grande cortile di caserma, e che il passato militare di quella città morava, un tempo baluardo contro le scorrerie dei turchi e magiari, aveva impresso sul suo volto i segni di una irrimediabile volgarità. 
Per molti anni nulla mi aveva richiamato nella mia città natale; mi dicevo di esserle divenuto indifferente e mi sembrava naturale: non vivendoci ormai da quindici anni, non mi sono rimasti che un paio di conoscenti o amici (e questi preferisco evitarli), mia madre vi è sepolta in una tomba estranea della quale non mi curo. Ma mi ingannavo: quella che chiamavo indifferenza era in realtà rancore; i suoi motivi mi sfuggivano, perché nella mia città natale mi erano accadute cose belle e cose brutte, come in ogni altra città, ma quel rancore c'era; me ne ero accorto proprio in relazione a questo viaggio. 

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[...] ma questo cambiamento di posizione era soltanto razionale, frutto di una scelta, e non poteva eliminare il mio pianto interiore sul «destino perduto». Lucie aveva miracolosamente calmato quel pianto interiore. Mi era bastato sentirmela accanto con tutto il caldo cerchio della sua vita, nella quale non giocavano alcun ruolo il problema del cosmopolitismo e dell'internazionalismo, la vigilanza e la circospezione, le dispute sul concetto di dittatura del proletariato, la politica con la sua strategia e la sua tattica. 
Era su queste preoccupazioni (così tipiche di quell'epoca che la loro terminologia diventerà ben presto incomprensibile) che io ero naufragato e tuttavia proprio ad esse mi ero aggrappato. Davanti alle varie commissioni potevo addurre decine di motivi per i quali ero diventato comunista, ma quello che nel movimento soprattutto mi aveva affascinato, anzi ammaliato, era il "volante della storia" vicino al quale (realmente o in apparenza) mi ero trovato. A quel tempo, infatti, noi decidevamo davvero dei destini delle persone e delle cose; e in particolare nelle università: allora c'erano pochi comunisti nel corpo docente, per cui nei primi anni le università erano state rette quasi soltanto dagli studenti comunisti, che da soli decidevano della composizione del corpo docente, della riforma dell'insegnamento e dei programmi. L'ebbrezza che vivevamo è generalmente chiamata ebbrezza del potere, ma (con un po' di buona volontà) potrei trovare parole meno severe: eravamo stregati dalla storia; ci ubriacavamo dell'idea di essere saltati in groppa alla storia e di sentirla sotto di noi; certo, in realtà tutto ciò si era poi rivelato per la maggior parte una brutta sete di potere, ma (così come tutte le vicende umane sono ambigue) c'era in questo allo stesso tempo (e forse soprattutto in noi giovincelli) l'illusione del tutto idealistica che proprio noi stavamo inaugurando quell'epoca dell'umanità in cui l'uomo (ogni uomo) non sarebbe stato né fuori della storia, né sotto il suo tallone, ma l'avrebbe diretta e creata. 

Ero convinto che fuori di quel cerchio, lontano dal volante della storia (che io avevo toccato con ebbrezza) non esisteva vita ma soltanto il vegetare, la noia, l'esilio, la Siberia. E adesso all'improvviso (dopo sei mesi di Siberia) vedevo una possibilità di vita del tutto nuova e inaspettata: mi si era aperto davanti, sotto l'ala della storia in pieno volo, il campo dimenticato del quotidiano nascosto, e su quel campo c'era una donna povera, misera eppure degna di amore: Lucie. 

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A quel tempo non riuscivo a provare per lui altro che odio, e l'odio getta una luce troppo violenta, nella quale si perde la plasticità degli oggetti. Nel comandante non vedevo altro che un topo di fogna vendicativo e perfido, oggi invece lo vedo soprattutto come un giovane che recitava una parte. Non è colpa dei giovani se recitano; sono incompleti, ma vengono gettati in un mondo già completo e devono agire come se fossero completi anche loro. Si affrettano perciò a usare le forme, i modelli e gli esempi che trovano piacevoli, quelli che sono di moda, quelli che stanno loro bene - e recitano. 
Anche il nostro comandante era così incompleto, ed era stato messo all'improvviso davanti alla nostra truppa, del tutto incapace di capirla; ma sapeva come cavarsela, perché tutto quello che aveva letto e sentito gli aveva offerto una maschera già pronta per situazioni analoghe: l'eroe dal sangue freddo dei romanzetti da quattro soldi, il giovane dai nervi d'acciaio che sgomina la banda di delinquenti, nessun appello ai sentimenti, solo una fredda calma, la battuta secca e a effetto, la fiducia in sé e la fede nella forza dei propri muscoli. Maggiore era la sua consapevolezza del proprio aspetto infantile, maggiore il fanatismo con cui si dava alla parte del superuomo di ferro, maggiore l'enfasi con cui la recitava davanti a noi. 

Ma era forse la prima volta che incontravo un attore [...]


 

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