Da "L'ignoranza" di Milan Kundera, Adelphi, 2001


"Cosa fai ancora qui?". La sua voce non era cattiva, ma non era neppure gentile; Sylvie si stava irritando.
"E dove dovrei essere?" chiese Irena.
"A casa tua!".
"Vuoi dire che qui non sono più a casa mia?".
Naturalmente non voleva cacciarla dalla Francia, né farla sentire una straniera indesiderabile: "Sai benissimo cosa voglio dire".
"Sì, lo so, ma ti sei dimenticata che qui ho il mio lavoro? la mia casa? i miei figli?".
"Senti, conosco Gustaf. Farà di tutto perché tu possa tornare nel tuo paese. E le tue figlie... Non raccontarmi storie! Ormai hanno la loro vita! Dio Santo, Irena, quel che sta succedendo da voi è così affascinante! In una situazione del genere le cose si sistemano sempre".
"Ma Sylvie! Non ci sono solo gli aspetti pratici, il lavoro, la casa. Vivo qui da vent'anni. La mia vita è qui!".
"C'è una rivoluzione da voi!". Lo disse in un tono che non ammetteva repliche. Poi rimase zitta. Con quel silenzio, voleva dire a Irena che quando accadono grandi cose non si deve disertare.
"Ma se torno nel mio paese non ci vedremo più" disse Irena per mettere l'amica in imbarazzo.
Questa demagogia dei sentimenti andò a vuoto. La voce di Sylvie si fece calorosa: "Ma cara, verrò a trovarti! Te lo prometto, davvero!".
Erano sedute l'una accanto all'altra davanti a due tazze di caffè vuote da un pezzo. Irena vide lacrime di emozione negli occhi di Sylvie, che si chinò verso di lei e le strinse la mano: "Sarà il tuo grande ritorno". E di nuovo: "Il tuo grande ritorno".
Ripetute, le parole acquistarono una tale forza che, dentro di sé, Irena le vide scritte con la maiuscola: Grande Ritorno. Smise di ribellarsi: fu stregata da immagini che d'improvviso affiorarono da vecchie letture, da film, dalla sua memoria e forse da quella dei suoi antenati: il figlio perduto che ritrova la vecchia madre; l'uomo che si ricongiunge all'amata cui l'aveva strappato una sorte feroce; la casa natale che ciascuno porta dentro di sé; il sentiero riscoperto dov'è rimasta l'impronta dei passi perduti dell'infanzia; Ulisse che rivede la sua isola dopo anni di vagabondaggio; il ritorno, il ritorno, la grande magia del ritorno.

... 
In greco "ritorno" si dice nóstos. Álgos significa "sofferenza". La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale; gli spagnoli dicono añoranza, i portoghesi saudade. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall'impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio. Il che, in inglese, si dice homesickness. O, in tedesco, Heimweh. In olandese: heimwee. Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione. Una delle più antiche lingue europee, l'islandese, distingue i due termini: söknudur: "nostalgia" in senso lato; e heimfra: "rimpianto della propria terra". Per questa nozione i cechi, accanto alla parola "nostalgia" presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commuovente frase d'amore ceca: styská se mi po tobe: "ho nostalgia di te"; "non posso sopportare il dolore della tua assenza". In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar ("provare nostalgia"), che viene dal catalano enyorar, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell'ignoranza. Tu sei lontano, e io non so che ne è di te. Il mio paese è lontano, e io non so cosa succede laggiù. Alcune lingue hanno qualche difficoltà con la nostalgia: i francesi non possono esprimerla se non con il sostantivo di origine greca e non hanno il verbo relativo; possono dire: je m'ennuie de toi ("sento la tua mancanza"), ma il verbo s'ennuyer è debole, freddo, e comunque troppo lieve per un sentimento così grave. I tedeschi utilizzano di rado la parola "nostalgia" nella sua forma greca e preferiscono dire Sehnsucht: "desiderio di ciò che è assente"; ma la Sehnsucht può applicarsi a ciò che è stato come a ciò che non è mai stato (una nuova avventura) e quindi non implica di necessità l'idea di un nóstos; per includere nella Sehnsucht l'ossessione del ritorno occorrerebbe aggiungere un complemento: Sehnsucht nach der Vergangenheit, nach der verlorenen Kindheit, nach der ersten Liebe ("desiderio del passato, dell'infanzia perduta, del primo amore").

...
Sono
ormai due o tre ore che cammina per quei verdi quartieri. Giunge al parapetto che delimita un piccolo parco da cui si domina Praga: si vede la parte posteriore del castello, il suo lato segreto; è una Praga di cui Gustaf non sospetta l'esistenza; e subito le si fanno incontro i nomi che le erano cari quand'era ragazza: Mácha, poeta dei tempi in cui la nazione, come ninfa dalle acque, emergeva dalle brume; Neruda, cantore della povera gente ceca; le canzoni di Voskovec e Werich, degli anni Trenta, che a suo padre, morto quando lei era ancora bambina, piacevano tanto; Hrabal e Skvorecky, romanzieri della sua adolescenza; e i piccoli teatri e i cabaret degli anni Sessanta, così liberi, così allegramente liberi con il loro humour irriverente; era ciò che aveva portato con sé in Francia: il profumo inesprimibile di questo paese, la sua essenza immateriale.
Appoggiata al parapetto, guarda in direzione del castello: le basterebbe un quarto d'ora per arrivarci. È lì che comincia la Praga delle cartoline, la Praga sulla quale la Storia in delirio ha impresso le sue molteplici stigmate, la Praga dei turisti e delle puttane, la Praga dei ristoranti cari al punto che i suoi amici cechi non possono metterci piede, la Praga che danza contorcendosi sotto i riflettori, la Praga di Gustaf. Dice a se stessa che non c'è luogo che le sia più estraneo di quella Praga. Gustaftown. Gustafville. Gustafstadt. Gustafgrad.
Gustaf: lo vede, i lineamenti sfumati dietro il vetro opaco di una lingua che lei conosce poco, e quasi rallegrandosene dice a se stessa che è un bene, perché finalmente la verità è venuta a galla: non prova alcun bisogno di capirlo né di farsi capire da lui. Lo vede gioviale, in tee-shirt, che grida «Kafka was born in Prague!», e si sente invadere da un desiderio, dal desiderio irrefrenabile di avere un amante. Non per rimettere insieme la sua vita così com'è. Ma per buttarla completamente all'aria. Per avere finalmente il proprio destino.
Perché non si è mai scelta un uomo. Sono gli uomini che hanno sempre scelto lei. Martin ha finito per amarlo, ma all'inizio era solo un'occasione per sfuggire a sua madre. Nell'avventura con Gustaf credeva di aver trovato la libertà. Ma adesso sa che era solo una variante della relazione con Martin: ha afferrato una mano tesa, pronta a sottrarla a circostanze penose che lei non era in grado di affrontare.
Sa di essere incline alla gratitudine; l'ha sempre considerata il suo maggior pregio; quando la gratitudine lo ordinava, un sentimento d'amore accorreva come una docile serva. Aveva per Martin una sincera devozione, ed era sincera quella che nutriva per Gustaf. Ma c'è di che andarne fieri? La gratitudine non è forse solo un altro nome della debolezza, della dipendenza? Quel che adesso desidera è l'amore senza alcuna forma di gratitudine! E sa che un amore del genere occorre pagarlo con un gesto audace e arrischiato. Perché in amore lei non è mai stata audace, non sapeva neppure cosa volesse dire.
E come un'improvvisa folata di vento: a ritmo accelerato le scorrono davanti agli occhi vecchi sogni d'esilio, vecchie angosce: vede un gruppo di donne che le corrono incontro, la circondano e, alzando i boccali di birra e ridendo con perfidia, le impediscono di fuggire; è in un negozio dove altre donne, le commesse, si gettano su di lei e le infilano un abito che, sul suo corpo, si trasforma in camicia di forza.
Resta a lungo appoggiata al parapetto, poi si raddrizza. Si sente invadere dalla certezza che fuggirà; che non resterà più in questa città; né in questa città, né nella vita che questa città sta tessendo per lei.
Cammina e dice a se stessa che oggi sta finalmente facendo la passeggiata d'addio cui allora aveva dovuto rinunciare; può finalmente dire il Grande Addio alla città che ama più di ogni altra e che è disposta a perdere ancora una volta, senza rimpianti, per meritare una vita tutta sua.


 

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