"L'arte di fabbricare libri" di Washington Irving, Donzelli Editore, 2003



Mi sono spesso meravigliato del gran proliferare di carta stampata e mi sono chiesto come mai così tanti cervelli, che la Natura sembra aver condannato alla sterilità, siano invece capaci di una produzione tanto voluminosa. È pur vero però che, mentre l'uomo procede nel cammino della vita, diminuiscono di giorno in giorno i suoi perché e sempre più spesso scopre risposte molto semplici a ciò che gli appare incredibile o straordinario. Così mi è capitato, a spasso per questa grande metropoli, di imbattermi in una scena che mi ha svelato alcuni misteri dell'arte di fabbricare libri, ponendo fine in un istante alle mie perplessità.
Un giorno d'estate mi aggiravo, apatico e accaldato, per gli ampi saloni del British Museum; mi fermavo davanti alla bacheca dei minerali, oppure guardavo i geroglifici di una mummia egiziana, e ogni tanto cercavo, sempre con scarso successo, di decifrare i dipinti allegorici degli alti soffitti. Me ne stavo così soprappensiero, quando il mio sguardo fu attratto da una porta in fondo a una serie di sale: era chiusa ma ogni tanto si apriva e ne usciva furtivamente qualcuno, di solito vestito di nero, che sgusciava fra le stanze senza guardarsi intorno. L'atmosfera misteriosa destò la mia sopita attenzione e decisi di varcare quella soglia per esplorare l'ignoto. La porta cedette al tocco della mia mano, con la stessa facilità con cui si aprono i battenti dei castelli incantati al tocco dei cavalieri erranti e mi ritrovai in un'ampia sala, con enormi scaffali pieni di libri famosi; fra le mensole e la cornice di stucco del soffitto pendevano molti ritratti, antichi e anneriti, di scrittori del passato. C' erano lunghi tavoli dove numerosi personaggi pallidi e cadaverici, concentrati su tomi polverosi, sedevano per leggere, scrivere o rovistare tra i manoscritti coperti di muffa, prendendo di continuo appunti dai testi che consultavano. li silenzio più profondo regnava in questo luogo misterioso, rotto solo dal fruscio delle penne sui fogli o, di tanto in tanto, dai sospiri di qualcuno di questi saggi che si spostava sulla sedia mentre sfogliava un antico volume -sospiro che esalava senza dubbio dalla vuota flatulenza della ricerca erudita.
Ogni tanto uno di questi personaggi scriveva qualcosa su un pezzetto di carta, poi suonava un campanello e appariva un servitore che, preso silenziosamente il foglietto, scivolava fuori della stanza: per farvi ritorno carico di tomi pesantissimi che venivano subito ghermiti con le unghie e con i denti per essere divorati. Non avevo nessun dubbio, ero capitato in mezzo a un gruppo di stregoni, tutti assorti nello studio della magia nera. Questa scena mi ricordava un'antica favola araba, quella di un filosofo prigioniero nel cuore di una montagna in una biblioteca stregata che veniva aperta una sola volta l'anno. L'uomo, dopo aver costretto lo spirito del luogo a portargli libri d' ogni sorta sulla magia nera, allo scadere dell'anno, quando la porta incantata si aprì di nuovo, ne uscì tanto erudito sulla scienza proibita da potersi sollevare in tutta la sua potenza volando sopra la folla e prendere il controllo sulle forze della natura.
La mia curiosità era ora alle stelle, perciò chiesi a uno dei servitori che stava per lasciare la sala di darmi delle spiegazioni sulla strana scena che avevo davanti. Gli bastarono poche parole: quei misteriosi personaggi, da me erroneamente scambiati per maghi, erano in realtà scrittori, colti proprio nel momento in cui producevano i loro libri. Infatti mi trovavo nella sala lettura della biblioteca del British Museum, un'immensa collezione di testi di tutte le epoche e di tutte le lingue, in gran parte dimenticati o raramente letti. A queste miniere di cultura, nascoste e cadute nell'oblio, attingono molti autori moderni per trarne a piene mani materiale classico o «inglese puro, incontaminato», con cui arricchire la loro arida sorgente creativa.
Svelato ormai il segreto, mi sedetti in un angolo a seguire il procedimento di questa fabbrica di libri: mi colpì un individuo, molto magro e nervoso, che consultava solo volumi tarlati, scritti in caratteri gotici. Evidentemente stava costruendo un'opera molto erudita, un libro che di certo avrebbe trovato acquirenti fra tutti quelli che, per apparire colti, lo avrebbero messo nel punto più in vista della loro libreria, o addirittura lo avrebbero lasciato aperto sulla scrivania, ma di sicuro non lo avrebbero mai letto. L' osservai attentamente e vidi che ogni tanto estraeva dalla tasca un pezzo di biscotto che poi sbocconcellava; lascio a studiosi più bravi di me decidere se questo fosse il suo pranzo o se cercasse solo di alleviare i crampi allo stomaco causati dal suo lungo riflettere su libri così aridi.
C'era anche un tipo vivace, vestito con colori sgargianti, allegro e ciarliero, che dava la sensazione di essere in piena armonia con il proprio editore. Dopo averlo scrutato con attenzione, lo riconobbi: era un diligente, versatile scrittore di opere di successo ed ero curioso di vedere come fabbricava i suoi prodotti. Era quello che si dava da fare più degli altri; immerso nella consultazione di numerosi libri, svolazzava fra le pagine dei manoscritti, prendendo uno spunto qui e uno là, «riga dopo riga, frase su frase, un po' da uno e un po' da un altro». Il suo testo era di sicuro un insieme eterogeneo come quello del calderone delle streghe nel Macbeth: qui un dito e lì un pollice, una zampa di rana e un pungiglione di verme cieco, con le sue chiacchiere fatte colare come «sangue di babbuino», «per rendere il miscuglio» «morbido e gustoso».
Dopo tutto, pensavo, questa mania di scopiazzare degli autori non avrà anche un risvolto positivo? Non sarà forse il mezzo usato dalla Provvidenza per tramandare attraverso i secoli i tesori di saggezza e conoscenza, di cui sono ricche le opere antiche condannate inevitabilmente all'oblio? Sappiamo che la Natura, nella sua grande sapienza, ha provveduto con un sistema molto ingegnoso al trasporto di semi da una regione a un'altra, utilizzando il becco di alcuni uccelli; così questi animali, che sembrano solo razziatori di orti e campi di grano, si trasformano in strumenti di cui la Natura si serve per perpetuare i suoi doni. Allo stesso modo i nobili concetti espressi dagli scrittori del passato sono catturati dalle incursioni degli scrittori da preda e lasciati cadere perché rifioriscano e diano frutti in una lontana epoca del futuro. Inoltre, molte opere subiscono una specie di metempsicosi, che le spinge a rinascere sotto nuove forme: ciò che prima era un pesante libro di storia rivive in forma di romanzo, una vecchia leggenda si trasforma in una commedia moderna e un sobrio trattato filosofico diventa il materiale per tutta una serie di saggi vivaci e spumeggianti. Più o meno, avviene la stessa cosa quando in America disboschiamo: lì dove abbiamo bruciato una foresta di pini maestosi, una nuova progenie di querce nane prende il suo posto e non si vede mai un tronco marcire al suolo senza aver dato I vita a una famiglia di funghi.
Non lamentiamoci quindi se gli scrittori del passato cadono nell'oblio, perché non fanno altro che sottostare alla grande legge della Natura che decreta che ogni forma di vita sotto le stelle abbia una durata limitata, aggiungendo, però, che gli elementi di cui è composta non moriranno mai. Sia nella vita animale sia in quella vegetale le generazioni si susseguono ma il principio vitale rimane, trasmesso ai posteri affinché le specie continuino a prosperare, così gli autori generano altri autori e, dopo aver dato vita ad una progenie numerosa, a una veneranda età trovano riposo accanto ai loro padri, cioè agli scrittori che li hanno preceduti, e dai quali hanno, a loro volta, attinto a piene mani.
Mentre me ne stavo assorto in questi pensieri un po' confusi, appoggiai il capo su una pila di fogli molto antichi: saranno state le emanazioni soporifere di quelle opere, o la profonda quiete della sala, o la stanchezza che mi veniva dall'aver camminato a lungo, o la brutta abitudine -di cui soffro -di appisolarmi nei luoghi e nei momenti meno opportuni, comunque sia, mi misi a sonnecchiare. La mia fantasia continuava a lavorare proponendomi la stessa scena, diversa solo per alcuni dettagli: sognai che la sala era sempre tappezzata da ritratti di scrittori del passato, ma ora ce n'erano molti di più, erano scomparsi i lunghi tavoli e al posto dei maghi c' era una folla logora e stracciata come quella che si può vedere accalcata intorno al deposito degli abiti usati, in Monmouth street. Mi sembrò che, ogni volta che prendevano in mano un libro, per una di quelle incongruità tipiche dei sogni, questo si trasformasse in un capo di vestiario di foggia straniera o antiquata, che quegli uomini si affrettavano a indossare. Notai anche che nessuno pretendeva di vestirsi con un abito completo, ma prendeva una manica da uno, un mantello da un altro, una tunica da un terzo, ornandosi con un pezzo alla volta, mentre qualcosa dei suoi stracci originali faceva sempre capolino da sotto gli eleganti indumenti presi in prestito.
C'era fra gli altri un parroco grasso, roseo e ben pasciuto, che osservava con una lente il ritratto di alcuni autori: in poco tempo trovò il modo di infilarsi l'ampio mantello di uno degli antichi padri e, avendo rubato la barba grigia di un altro, si sforzava di assumere un contegno estremamente saggio, ma la sciocca banalità del suo atteggiamento vanificava ogni tentativo. Un gentiluomo dall'aspetto malaticcio cercava di ricamare un velo con fili d'oro presi da diversi vecchi abiti di corte dell'epoca della regina Elisabetta; un altro si era sontuosamente addobbato con i ritagli di un documento manoscritto e, con un mazzo lino di fiori sul petto raccolto da The Paradise of Dainty Devices e il cappello di sir Philip Sidney di traverso sul capo, incedeva borioso dando una squisita sensazione di volgare eleganza. Un terzo, dall'aspetto mingherlino., si era audacemente vestito con ciò che aveva rubato da certi oscuri trattati di filosofia, così che di fronte aveva un'aria molto imponente, ma di spalle appariva tristemente cencio so perché, mi resi poi conto, dietro si era ricoperto con frammenti di pergamena di un autore latino.
A dire il vero, c' erano anche dei gentiluomini ben vestiti alla ricerca di qualche gioiello da aggiungere, come tocco finale, alloro abbigliamento e altri intenti a osservare gli abiti degli antichi, per assorbire il loro gusto e appropriarsi della loro anima; ma mi spiace dover ammettere che, come ho detto prima, la maggior parte era occupata a paludarsi da capo a piedi con gli indumenti più disparati. Non posso poi fare a meno di parlare di un tipo cordiale in brache grigiastre, con giarrettiere e cappello di gusto arcadico, che aveva un'estrema propensione per il bucolico e, anche se i suoi vagabondaggi rurali erano limitati ai soliti giri in Primrose Hill e alla solitudine di Regent's Park, si era addobbato con ghirlande e fiocchi presi dagli antichi poeti pastorali e, con il capo chinato da un lato, se ne andava in giro con un'aria di bizzarra apatia, «farfugliando di verdeggianti distese». Ma il personaggio che più mi colpì fu un vecchio pragmati1co signore in abiti clericali, con un testone quadrato e completamente calvo che, entrato nella sala ansImando e senza fiato, si fece prepotentemente largo tra la folla e, allungate le mani su un voluminoso in quarto greco, se lo schiaffò sul capo e impettito maestoso se ne andò via con quella formidabile parrucca riccioluta.
Al culmine di questa mascherata letteraria risuonò da ogni angolo il grido di «al ladro al ladro!». Mi guardai in giro e... incredibile! I quadri sulle pareti si erano animati e gli antichi scrittori cercavano di estrarre dalle tele prima la testa e poi una spalla per guardare con curiosità la folla multicolore e saltar fuori, alla fine, con sguardi inferociti, a reclamare le loro saccheggiate proprietà. Non ci sono parole per descrivere la scena che ne seguì. Un fuggi fuggi generale fra urla e grida e gl'infelici colpevoli che cercavano invano di scappare con la loro refurtiva; in un angolo una mezza dozzina di anziani monaci denudavano un professore dei nostri giorni, in un altro veniva aggredito un gruppo di moderni scrittori di teatro. Beaumont e Fletcher combattevano fianco a fianco come Castore e Polluce, e il massiccio Ben Jonson strabiliava i suoi nemici più di quando era andato volontario nelle Fiandre. Poi si scatenò una feroce battaglia, come sul cadavere di Patroclo, sul piccolo vivace saccheggiatore di cose alla rinfusa, paludato come un Arlecchino con pezze di mille colori. Che tristezza vedere tanti uomini che ero abituato a trattare con venerazione e rispetto prendere la fuga con pochi stracci per coprire le loro nudità! Proprio allora mi accorsi che il vecchio pragmatico signore con la parrucca greca riccioluta arrancava al colmo del terrore, con una decina di autori che gli davano addosso e gli stavano ormai alle costole: in un batter d'occhio si ritrovò senza parrucca, gli abiti a brandelli, e dall'alto della sua pompa magna si ridusse a un piccolo essere grinzoso «pelato ormai a pezzi» che fece la sua uscita in un turbinio di stracci cenciosi.
C'era un che di così ridicolo nella catastrofe di quel dotto Tebano che scoppiai a ridere senza ritegno, rompendo però l'incantesimo: il tafferuglio finì, la sala riprese il suo aspetto usuale, gli autori rientrarono nei quadri appesi con solennità discreta alle pareti, e mi risvegliai nel mio angolo, con tutti quei topi di biblioteca che mi guardavano con stupore. Nulla del mio sogno era stato reale, se non lo scoppio di risa, suono mai prima udito in quel grave santuario, e così poco gradito alle orecchie della cultura da scuotere l'intera confraternita. Il bibliotecario mi si avvicinò per controllare il biglietto d'ammissione: sulle prime non capii di cosa parlasse, poi mi fu chiaro che questo luogo era una specie di «riserva» letteraria, soggetta alle leggi venatorie, dove nessuno poteva sognarsi di cacciare senza licenza; dunque, ero un cacciatore di frodo e non mi parve il vero di ritirarmi precipitosamente, onde evitare che mi sguinzagliassero contro un intero branco di autori.

 

www.rottanordovest.com home page