| Da "I lavoratori del mare - Mastro Lethierry" di Victor Hugo |
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Mastro Lethierry, l'uomo più influente di Saint-Sampson,
era un marinaio formidabile. Aveva navigato moltissimo.
Era stato mozzo, veliere, gabbiere, timoniere, nostromo, pilota, capitano. Ora era armatore. Nessun altro conosceva il
mare quanto lui. Era intrepido nei salvataggi. Nei giorni di
burrasca, se ne andava lungo il greto e guardava all'orizzonte. Che c'è laggiù? C'è qualcuno in pericolo. È una barca
peschereccia di Weymouth, un "dentale" di Aurigny, una
bischina di Courseulle, lo yacht di un lord? E un inglese,
un francese, un povero, un ricco? È il diavolo? Non importa! Saltava in una barca, chiamava due o tre uomini robusti
(talvolta ne faceva anche a meno, costituendo da solo tutto
l'equipaggio) staccava la gomena, impugnava i remi, si spingeva in alto mare, montava, scendeva e montava ancora sulle creste dei flutti, si inoltrava in mezzo all'uragano, sfidava
il pericolo. Lo si vedeva da lontano così, in mezzo alle raffiche, ritto sul suo legno, grondante di pioggia, assediato dai
lampi, con la faccia di un leone dalla criniera di schiuma. A
volte trascorreva un'intera giornata combattendo col rischio, sulle onde, sotto la grandine, al vento, abbordando
vascelli in procinto di affondare, salvando uomini, salvando
merci, gareggiando con la tempesta. La sera, poi, tornava a
casa e faceva un paio di calze a maglia. Visse così per cinquant'anni: dai dieci ai sessanta, finché insomma fu giovane. A sessant'anni si accorse che non era più capace di sollevare, con un braccio solo, l'incudine del la fucina di Varclin; quell'incudine pesava trecento libbre. Improvvisamente, venne imprigionato dai reumatismi. Gli toccò di rinunciare al mare. Dall'età eroica, passò all'età patriarcale. Fu solo un buon uomo. Aveva contemporaneamente raggiunto i reumatismi e l'agiatezza. Questi due prodotti del lavoro si fanno compagnia volentieri. Dal giorno in cui diventò ricco, si trovò paralizzato. Questo è il coronamento della vita. Si dice allora a se stessi: godiamo! Nelle isole come Guernesey, la popolazione è composta di uomini che hanno trascorso la vita a fare il giro del loro podere e di uomini che l'hanno trascorsa a fare il giro del mondo. Sono due specie di lavoratori: quelli della terra e quelli del mare. Mastro Lethierry era di questi ultimi. Tuttavia, conosceva la terra. Aveva avuto una rude vita di lavoratore, aveva viaggiato sul continente, era stato per qualche tempo carpentiere navale a Rochefort e poi a Cette. Abbiamo parlato di giri del mondo: ebbene egli aveva compiuto il giro della Francia come carpentiere e aveva lavorato nelle saline della Franca Contea. Era un galantuomo che aveva avuto una vita da avventuriero. In Francia aveva imparato a leggere, a pensare, a volere. Aveva compiuto di tutto, e, da ciò che aveva fatto, era stato sempre capace di ricavare nient'altro che probità. La sua più profonda natura era quella del marinaio. L'acqua gli apparteneva. "I pesci son gente di casa per me" soleva dire. Insomma, tutta la sua esistenza, meno due o tre anni, era stata dedicata all'oceano, buttata nell'acqua, come diceva. Aveva navigato nei grandi mari, nell' Atlantico e nel Pacifico; ma preferiva la Manica. Esclamava con amore: «Quella sì che è dura!». Vi era nato e voleva morirvi. Dopo aver fatto due o tre volte il giro del mondo, sapendo ormai di che si trattava, era tornato a Guernesey e non si era più mosso. Ormai i suoi viaggi furono, da allora in poi, a Granville e a Saint-Malo. Mastro Lethierry era di Guernesey, cioè normanno, cioè inglese, cioè francese. Questa quadruplice patria in lui era come immersa, annegata nella sua grande patria: l'oceano. Durante tutta la vita, dovunque, egli aveva conservato le sue usanze di pescatore normanno. Ciò non gli impediva di sfogliare qualche volta un opuscolo, di dilettarsi con un libro, di conoscere nomi di filosofi e di poeti e di balbettare un po' tutte le lingue. |