Da "Il Giuoco delle perle di vetro"  di Hermann Hesse, Oscar Mondadori 1984

"Ora lascio la storia e affermo che il risultato, l'applicazione a noi e ai nostri giorni è la seguente: il nostro sistema ha già sorpassato il culmine di sviluppo e di fortuna che il giuoco misterioso degli eventi concede talvolta alle cose belle e desiderabili. Siamo in un periodo di decadenza che può forse trascinarsi ancora a lungo, ma in nessun caso ci potrà toccare alcunché di più alto, di più bello e desiderabile di quanto abbiamo già avuto. Siamo in declino, siamo, credo, storicamente maturi per scomparire dalla scena, e così avverrà senza alcun dubbio, se non oggi o domani, certo posdomani. Non lo deduco soltanto da un giudizio troppo morale delle nostre prestazioni e capacità, ma ancor più dai moti che vedo prepararsi nel mondo esterno. Tempi critici si avvicinano, dappertutto si avvertono i prodromi, il mondo vuole spostare un'altra volta il centro di gravità. Trapassi di potere si stanno preparando e non avverranno senza guerre e violenze, dall'Oriente lontano si approssima una minaccia non solo alla pace, ma anche alla vita e alla libertà. Se anche il nostro paese e la sua politica si manterranno neutrali, se tutto il nostro popolo avrà la costanza unanime di attenersi (come non fa) al passato e di conservarsi fedele agli ideali castalii, lo farà invano. Già ora alcuni dei nostri parlamentari dicono molto chiaramente che la Castalia è per la nazione un lusso piuttosto caro. Non appena si sarà costretti a predisporre un riarmo considerevole, benché soltanto a scopo di difesa, e ciò può avvenire molto presto, si introdurranno misure di stretta economia, una gran parte delle quali colpirà anche noi per quanto il governo ci veda con benevolenza. Noi siamo orgogliosi che l'Ordine e la continuità della cultura spirituale da esso garantita richiedano dal paese sacrifici relativamente modesti. In confronto con altre epoche, specie coi primi tempi dell'era appendicistica dalle università riccamente dotate, dagli innumerevoli commendatori e dai lussuosi istituti, questi sacrifici non sono certo grandi. Diventano poi insignificanti se li paragoniamo a quelli che la guerra egli armamenti inghiottirono nel secolo guerresco. Sennonché proprio questi armamenti ridiventeranno forse tra poco una suprema necessità, nel parlamento torneranno a dominare i generali e quando il popolo fosse invitato a scegliere, a decidere se sacrificare la Castalia o esporsi al pericolo della guerra e della rovina, sappiamo fin da ora quale sarà il suo voto. Senza alcun dubbio verrà subito in auge un'ideologia bellica che conquisterà specialmente la gioventù, una concezione universale fatta di luoghi comuni, secondo la quale gli scienziati e l'erudizione, il latino e la matematica, la cultura e l'esercizio dello spirito hanno diritto di vivere solo in quanto possono servire a scopi bellici.
L'onda è già in arrivo e un giorno ci spazzerà via tutti. Forse sarà un bene e una necessità. Per ora, colleghi reverendissimi, secondo la nostra comprensione degli avvenimenti, secondo la misura del nostro risveglio e del nostro coraggio, ci spetta quella limitata libertà di decidere e agire che è concessa agli uomini e fa della storia universale la storia dell'umanità. Se vogliamo, possiamo anche chiudere gli occhi perché il pericolo è ancora lontano; probabilmente noi, Magistri di oggi, potremo ancora condurre tranquillamente a termine il nostro compito e apprestarci a morire in pace, prima che il pericolo ci sovrasti e divenga a tutti evidente. Per me però, e forse non solo per me, questa tranquillità non sarebbe la pace della coscienza. Non vorrei rimanere in carica tranquillo a elaborare Giuochi di perle accontentandomi del pensiero che l'avvenire non dovrebbe trovarmi più in vita. Mi sembra invece necessario ricordare che anche noi, gente lontana dalla politica, apparteniamo alla storia e contribuiamo a farla. Perciò all'inizio del memoriale ho detto che la mia capacità di Magister è ridotta o almeno turbata perché non posso impedire che una gran parte dei miei pensieri sia assorbita dal pericolo futuro. Io rifiuto, è vero, alla mia fantasia di giocare con le forme che la sventura potrebbe assumere per noi e per me. Ma non posso ignorare il quesito: che cosa dobbiamo, che cosa debbo fare per affrontare il pericolo? A questo proposito mi sia concessa ancora una parola.
Non vorrei associarmi alla pretesa di Platone che nello stato debba regnare il sapiente. A quel tempo il mondo era più giovane e Platone, benché fosse il fondatore di una specie di Castalia, non era affatto un castalio bensì un aristocratico di nascita, un uomo di stirpe regale. Sì, anche noi siamo aristocratici e formiamo una nobiltà, ma è una nobiltà dello spirito, non del sangue. Non credo che gli uomini riusciranno mai a coltivare una nobiltà del sangue insieme con quella dello spirito: sarebbe un'aristocrazia ideale, ma non è altro che un sogno. Noi castalii, benché morigerati e intelligenti, non siamo idonei a regnare; se dovessimo farlo non useremmo l'energia e l'ingenuità che occorrono al vero regnante e assai presto trascureremmo il nostro campo e il nostro vero compito che è quello di favorire la perfetta vita spirituale. Per regnare non occorre affatto essere stupidi e brutali, come talvolta hanno creduto gli intellettuali vanitosi, ma ci vuole la gioia di agire verso l'esterno, la passione di identificarsi con mete e fini, e indubbiamente anche una certa destrezza e mancanza di scrupoli nella scelta delle vie che conducono al trionfo: dunque, tutte qualità che l'erudito (non vogliamo definirci sapienti) non deve avere e non ha, poiché la contemplazione è per noi più importante dell'azione, e nella scelta dei mezzi e dei metodi per raggiungere i nostri fini abbiamo imparato a essere il più possibile scrupolosi e diffidenti. Dunque a noi non spetta regnare e far politica. Noi siamo specialisti nell'indagine, nella misura, nell'analisi, siamo chiamati a custodire e vagliare costantemente tutti gli alfabeti, gli abbachi e i metodi, siamo i verifìcatori dei pesi e delle misure spirituali. Certo siamo anche molte altre cose, all'occasione possiamo essere innovatori, scopritori, avventurieri, conquistatori e interpreti, ma la nostra prima e più alta funzione, per la quale il popolo ha bisogno di noi e ci mantiene, è la pulizia di tutte le fonti del sapere. Nel commercio, nella politica, o che so io, il vendere lucciole per lanterne può essere talvolta un merito geniale, tra noi invece non lo è mai.
In precedenti agitati periodi, nelle così dette "grandi" epoche, durante guerre e rivoluzioni, si pretendeva che gli intellettuali s'inserissero nella politica. Così avvenne specialmente nella tarda era della terza pagina. Tra l'altro vi si chiedeva che lo spirito fosse politicizzato o militarizzato. Come le campane delle chiese venivano requisite per fondere cannoni, come l'immatura gioventù scolastica doveva colmare i vuoti delle truppe decimate, così si voleva sequestrare e adoperare lo spirito quale mezzo di guerra.
Va da se che una simile pretesa è inammissibile.
Inutile dire che in caso di emergenza uno scienziato può essere distolto dalla cattedra o dalla scrivania e richiamato sotto le armi, che eventualmente può presentarsi volontario, che in un paese dissanguato dalla guerra deve ridurre tutti i bisogni materiali fino all'ultimo e fino alla fame. Quanto maggiore è la cultura di un uomo, quanto più ampi i suoi privilegi, tanto più grandi devono essere, nel momento del bisogno, i suoi sacrifici: noi speriamo che un giorno queste cose saranno ovvie per tutti i castalii. Ma se anche siamo disposti a sacrificare il nostro benessere, la comodità e la vita al popolo in pericolo, non vuol dire che si sia pronti a sacrificare lo spirito stesso, la tradizione e la morale della nostra spiritualità agli interessi del giorno, del popolo e dei generali. Vigliacco chi si sottrae alle fatiche, ai sacrifici e ai pericoli che il suo popolo deve affrontare, ma non meno vigliacco e traditore chi vien meno ai principi della vita spirituale per amore di interessi materiali, chi, per esempio, è disposto a lasciare ai potenti la decisione su quanto faccia due per due. Sacrificare il senso della verità, l'onestà intellettuale, l'osservanza delle leggi e dei metodi dello spirito a qualunque altro credo, anche a quello patriottico, è tradimento. Quando, nel conflitto di interessi e frasi fatte, la verità corre il rischio di essere svalutata, svisata e violentata come l'individuo, come il linguaggio, come le arti e ogni cosa organica e genialmente coltivata, il nostro unico dovere è quello di reagire e di salvare la verità, cioè l'aspirazione alla verità che è il nostro credo supremo. L'erudito che, oratore, scrittore o insegnante, dice scientemente il falso e favorisce scientemente menzogne e mistificazioni non solo agisce contro leggi organiche fondamentali, ma, ad onta di qualsiasi apparenza momentanea, non rende alcun servizio al suo popolo, gli reca invece grave danno, gli guasta l'aria e la terra, il cibo e la bevanda, gli avvelena il pensiero e il senso di giustizia, aiuta i malvagi e i nemici che vorrebbero distruggerlo. Dunque il castalio non deve darsi alla politica. In caso di necessità sacrificherà la propria persona, ma non mai la fedeltà allo spirito. Questo è benefico e nobile soltanto nell'ossequio alla verità; non appena il castalio la tradisce, non appena rinuncia al rispetto di essa e si fa venale e duttile, diventa il demonio in potenza, è molto peggiore della bestialità animale e istintiva che pur conserva ancora un po' della sua nativa innocenza.
Lascio a ciascuno di voi, stimati colleghi, di riflettere in che cosa consistano i doveri dell'Ordine quando questo e il paese sono in pericolo. Le opinioni saranno diverse. Anch'io ho la mia e nel considerare tutti i problemi che ho sollevati sono giunto, per quanto riguarda me, a una chiara visione del mio dovere e delle mie aspirazioni. E così vengo a una richiesta personale che rivolgo alla spettabile Autorità e con la quale conchiudo questo memoriale.
Fra tutti i Magistri che compongono la nostra Autorità, io, in quanto Magister Ludi, per la carica che ho, sono il più lontano dal mondo esterno. li matematico, il filologo, il fisico, il pedagogo e tutti gli altri Magistri lavorano in campi comuni col mondo profano; anche nelle scuole normali, non castalie, del nostro e di qualunque paese, matematica e fìlologia costituiscono le basi dell'istruzione, anche nelle università laiche si coltivano l'astronomia e la fisica, anche persone del tutto prive di erudizione fanno musica; tutte queste discipline sono antichissime, molto più vecchie del nostro Ordine, esistevano molto prima di esso e gli sopravvivranno. Soltanto il Giuoco delle perle di vetro è un'invenzione nostra, una nostra specialità, il nostro beniamino, il nostro trastullo, è l'ultima e più caratteristica espressione della nostra particolare specie di spiritualità. A un tempo è, nel nostro tesoro, il gioiello più prezioso e più inutile, più amato e più fragile. È la prima cosa che perirà quando la continuazione della Castalia diventerà problematica: non solo perché è quanto di più fragile possediamo, ma non fosse altro perché è senza dubbio, per i profani, la parte meno indispensabile della nostra provincia. Quando si tratterà di risparmiare al paese ogni spesa non necessaria, si limiteranno le scuole dell'elite, si ridurranno e infine si aboliranno i fondi per la conservazione e l'accrescimento di biblioteche e collezioni, ci taglieranno i viveri, non rinnoveranno le forniture di stoffe per vestirci, ma si manterranno tutte le discipline principali della nostra Universitas Litterarum, tranne il Giuoco delle perle. La matematica serve anche per inventare nuove armi da fuoco, ma nessuno, men che meno i militari, crederà che dalla chiusura del Vicus Lusorum e dall'abolizione del nostro Giuoco possa derivare il minimo danno al popolo e al paese. Il Giuoco delle perle di vetro è la parte più remota e più insidiata del nostro edificio. Ciò dipende forse dal fatto che proprio il Magister Ludi, il quale presiede alla disciplina meno conosciuta, è colui che presagisce per primo i terremoti imminenti o almeno comunica per primo questi presagi all'Autorità.
Secondo me, dunque, nel caso di sconvolgimenti politici e soprattutto bellici, il Giuoco delle perle può considerarsi perduto. Decadrà rapidamente, anche se numerosi individui gli resteranno affezionati, e non sarà più rimesso in onore. Non lo consentirà l'atmosfera susseguente a una nuova epoca di guerra. Scomparirà come certe raffinatissime consuetudini nella storia della musica, per esempio i cori di cantanti di professione intorno al 1600 o i canti figurati domenicali eseguiti nelle chiese intorno al 1700. A quel tempo le orecchie umane udirono suoni che nessuna scienza e nessuna magia possono risuscitare nella loro purezza angelica e radiosa. Così il Giuoco delle perle non sarà dimenticato, ma sarà irrevocabile, e coloro che ne studieranno la storia dall'origine al massimo sviluppo e alla fine, sospireranno e ci invidieranno per aver potuto vivere in un mondo spirituale, così pacifico, così coltivato e armonioso.
Ora, benché io sia Magister Ludi, non credo affatto compito mio (o nostro) quello di impedire o procrastinare la fine del nostro Giuoco. Anche le cose belle e bellissime sono caduche, non appena diventano storia e fenomeno sopra la terra. Noi lo sappiamo e possiamo esserne rattristati, ma non possiamo tentare seriamente di mutare la situazione che è ineluttabile. Se il Giuoco delle perle crollerà, la Castalia e il mondo subiranno una perdita, ma non la sentiranno sul momento, tanto saranno affaccendati, nella grande crisi, a salvare il salvabile. Si può pensare una Castalia senza Giuoco delle perle, ma non una Castalia senza rispetto della verità, senza fedeltà allo spirito. Un'Autorità pedagogica può fare a meno del Magister Ludi, ma questo "Magister Ludi" non significa, e noi l'abbiamo quasi dimenticato, in origine e nell'essenza, la specialità che indichiamo con queste parole. In origine Magister ludi significa semplicemente maestro di scuola. E di maestri di scuola, di buoni e valorosi maestri il nostro paese ha tanto maggior bisogno quanto più la Castalia è in pericolo e quanto più le sue parti preziose invecchiano e si vanno sgretolando. Più che mai abbiamo bisogno di maestri, di uomini che insegnino ai giovani il modo di misurare e di giudicare e siano loro di esempio nel rispetto della verità, nell'obbedienza allo spirito, nel servizio del verbo. E ciò non vale soltanto o in primo luogo per le nostre scuole scelte, che anch'esse dovranno tramontare, ma per le scuole del mondo dove cittadini e agricoltori, operai e soldati, uomini politici, ufficiali e regnanti, vengono formati e educati finché sono ancora fanciulli e plasmabili. Là sta il fondamento della vita spirituale del paese, non già nei seminari o nel Giuoco delle perle. Abbiamo sempre fornito al paese, come ho già detto, educatori e insegnanti: sono i migliori di noi. Ma dobbiamo fare molto più di quanto si è fatto finora. Non dobbiamo più contare che dalle scuole di fuori ci continui ad affluire l'etite degli intelligenti e ci aiuti a conservare la nostra Castalia. Dobbiamo sempre più riconoscere e sviluppare, come parte più importante e onorevole del nostro compito, il servizio umile e grave di responsabilità che rendiamo alle scuole del mondo. Cosi sono arrivato alla richiesta personale che vorrei rivolgere alla spettabile Autorità. Chiedo che essa mi esoneri dalla carica di Magister Ludi e mi affidi fuori, nel paese, una scuola comune, grande o piccola, e mi permetta di aggregare via via a questa scuola uno stato maggiore di giovani confratelli come insegnanti di mia fiducia, disposti ad aiutarmi fedelmente e far sì che i nostri principi vengano assorbiti dai giovani uomini di mondo.
Voglia la spettabile Autorità esaminare con benevolenza la mia motivata supplica e impartirmi gli ordini del caso.
Il Maestro del Giuoco delle perle di vetro"


 
 

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