L'anno prima ne era morto un altro che pareva dovesse diventare il più grande di tutti. Era Manuel Garcia,
Maera. Era ragazzo con Juan Belmonte nel barrio di Triana
a Siviglia, e quando Belmonte che lavorava da operaio
diurno e non aveva nessuno che lo proteggesse, lo mandasse a una scuola per toreri e lo sovvenzionasse per imparare a combattere facendo esercizio coi vitelli, voleva
far pratica con la cappa, nuotavano con Maera e qualche
volta Varelito, un altro ragazzo del luogo, attraverso il
fiume mettendo le cappe e una lanterna su un tronco e
poi, nudi e gocciolanti, scavalcavano lo steccato del corral dov'erano chiusi i tori da combattimento di Tablada
e svegliavano qualche grande toro adulto. Mentre Maera
reggeva la lanterna, Belmonte faceva passare il toro con
la cappa. Quando Belmonte divenne matador, Maera, alto, bruno, slanciato, dagli occhi infossati, la faccia azzurrognola anche dopo una rasatura accurata, arrogante, dinoccolato e ritroso, gli fece da banderillero. Fu un grande banderillero e negli anni che rimase con Belmonte combattendo da novanta a cento volte per stagione, lavorando con ogni specie di tori,
finì per conoscere i tori meglio
di tutti, perfino di Joselito. Belmonte non piazzò mai le
banderillas perché non era capace a correre. Joselito piazzava quasi sempre le banderillas nei tori che uccideva e
nella loro gara Belmonte usava Maera come antidoto a
Joselito. Maera sapeva banderillear come Joselito, e Belmonte lo faceva vestire nei costumi più 'goffi e malfatti
che un torero potesse indossare perché non sembrasse qualcosa di più di un peon; per soffocare la sua personalità
e mostrare che lui, Belmonte, aveva un banderillero, un
semplice peon che poteva competere come banderillero
col grande matador Joselito. Nell'ultimo anno di attività
di Belmonte, Maera gli chiese un aumento di paga. Prendeva 250 pesetas per combattimento e ne chiese 300. Belmonte, pur guadagnandone 10.000 per combattimento,
gli rifiutò l'aumento. «Benissimo, farò il matador e te
la farò vedere » disse Maera. « Farai ridere » gli disse Belmonte. « No » disse Maera « farai ridere tu quando sarò
riuscito. »
Dapprincipio Maera, come matador, aveva molti difetti e atteggiamenti da peon da superare, difetti come
movimento eccessivo (un matador non dovrebbe mai correre), e poi non aveva stile con la cappa. Era abile e scientifico ma non raffinato con la muleta, e uccideva bene
ma astutamente. Però aveva un'esperienza completa di
tori e una maestria così assoluta e costitutiva che gli rendeva facile tutto quello che lui capiva; e lui capiva tutto.
Era anche molto coraggioso. Era l'uomo più orgoglioso
che io abbia mai conosciuto.
In due anni corresse tutti i difetti della sua cappa, imparò ad usare a meraviglia la muleta; era sempre uno dei
più bravi, sensazionali e compiuti banderilleros che abbiano mai lavorato e divenne uno dei matadores migliori
e più soddisfacenti che ho mai visto. Era così coraggioso
che faceva vergognare gli stilisti che non lo erano, e la
corrida era per lui così importante e meravigliosa, che
nel suo ultimo anno di vita la sua presenza nell'arena sollevò l'intera faccenda dal livello di minimo sforzo, maggior guadagno e tori meccanici in cui era caduta e, con
lui nell'arena, ritornò ad acquistare dignità e passione..
Se Maera si trovava nella Plaza c'era una buona corrida
per almeno due tori, e ogni volta che lui interveniva nel
combattimento con gli altri quattro. Quando i tori non
gli venivano incontro, egli non mostrava il fatto alla folla
chiedendone indulgenza e simpatia, ma andava con arroganza incontro ai tori, dominando e sfidando il pericolo.
Destava sempre emozione, e alla fine migliorò senza posa
il suo stile, divenne un artista. Ma durante tutto l'ultimo
anno che combatte era evidente che stava per morire. Aveva la tisi galoppante e si. aspettava di morire prima che
finisse l' anno. Nel frattempo si dava molto da fare. Fu
incornato gravemente due volte, ma non vi fece caso. Lo
vidi combattere una domenica con una ferita di cinque
pollici nell'ascella ricevuta il giovedì. Vidi la ferita, la vidi fasciare prima e dopo il combattimento e lui non vi
fece caso. Gli faceva male come può far male dopo due
giorni una ferita causata da un corno spuntato, ma lui
non faceva caso al dolore. Si comportava come se non
l'avesse. Non l'alleviava o evitava sollevando il braccio;
lo ignorava. Era molto al di là del dolore. Non ho mai
visto un uomo a cui il tempo sembrasse così breve come
a lui in quella stagione.
La volta successiva che lo vidi era stato incornato nel
collo a Barcellona. La ferita fu chiusa da otto punti, e
lui combatte il giorno dopo col collo bendato. Aveva il
collo rigido ed era furioso. Era furioso per quella rigidità
contro cui non poteva far nulla e per il fatto che doveva
portare una bendatura che gli spuntava dal colletto.
Un giovane matador che voglia osservare le regole dell'etichetta, per imporre un rispetto che non sempre sa
ispirare, non mangia mai con la cuadrilla. Mangia da solo, mantenendo così
l'abisso tra padrone e domestico che
non saprebbe conservare mescolandosi con coloro che lavorano con lui. Maera mangiava sempre con la cuadrilla;
mangiavano alla stessa tavola; viaggiavano tutti insieme
e a volte, nelle ferias affollate, dormivano tutti nella stessa
stanza, e tutti lo rispettavano come non ho mai visto una
cuadrilla rispettare il matador.
Aveva nei polsi qualcosa che non andava. Sono la parte del corpo di più vitale necessità per un buon torero.
Come il dito di un tiratore è sensibile ed educato ai minimi gradi della pressione per accostare e far partire la scarica dell'arma, così è col polso che un torero controlla
e crea la grazia dell'arte con la cappa e la muleta. Tutta
la statuarietà che consegue con la muleta, è opera del polso,
ed è col polso che infigge le banderillas e col polso, questa volta rigido, che uccide impugnando nel palmo l'elsa
pesante impellicciata di camoscio. Una volta Maera, uccidendo, si precipitò mentre il toro caricava e si appoggiò
-con tutto il peso della spalla sulla spada; la punta della
spada colpì una vertebra dentro l'apertura fra le scapole.
Lui si precipitava e il toro si precipitava e la spada cedette fino a piegarsi su se stessa e poi schizzò in aria. Ceden
do, gli slogò il polso. Lui raccolse la spada con la mano
sinistra e la portò alla barrera; con la sinistra estrasse un'altra spada dalla guaina di cuoio che il portaspada gli tendeva.
« E il polso? » chiese il portaspada.
« Fottuto il polso » disse Maera.
Si diresse verso il toro, lo inquadrò con due passaggi
della muleta mettendogliela davanti al muso umido e ritirandola in fretta mentre le zampe anteriori del toro si
alzavano per seguirla e poi ricadevano nella posizione adatta all'uccisione ...- reggeva tanto la spada che la muleta
con la sinistra -si passò la spada nella destra, si profilò, e diede la botta. Di nuovo colpì l'osso, insiste e la
spada cedette, schizzò per aria e cadde. Questa Volta non
andò a prendere una spada nuova. Raccolse la spada con
la mano destra e mentre la sollevava gli vidi sudar la faccia dal dolore. Piantò il toro nella posizione voluta col
panno rosso, si mise in posizione, mirò sulla lama e attaccò. Attaccò come se dovesse precipitarsi contro un muro
di pietra, col peso, la statura e tutto quanto appoggiato
alla spada, e la spada colpì l'osso, si piegò, questa volta
non tanto perché il polso cedette prima, e cadde. Raccolse la spada con la mano destra e il polso non riuscì a reggerla; gli cadde. Sollevò il polso e lo batté col pugno sinistro chiuso, poi raccolse la spada con la sinistra,
se la passò nella destra e mentre la reggeva gli si vedeva il sudore
scorrere sulla faccia. Il secondo matador cercò di condurlo in infermeria, e lui si liberò e li mandò tutti al diavolo.
« Lasciatemi stare » disse « andate a farvi fottere. »
Attaccò altre due volte e due volte prese l'osso. Ora,
avrebbe potuto ogni volta, senza pericolo ne dolore, far
scivolare la spada nel collo del toro, farla entrare nel polmone o recidere la vena giugulare e ucciderlo senza complicazioni. Ma il suo onore esigeva che lo uccidesse tra
le spalle, attaccando da uomo, sopra il corno, accompagnando col corpo la spada. E per la sesta volta diede la
stoccata e la spada entrò dentro. Uscì dallo scontro col
corno che gli rasentò il ventre, mentre alzava le spalle,
vedendolo passare, e poi si rizzò, alto e con gli occhi cerchiati, la faccia inondata, i capelli appiccicati sulla fronte, a guardare il toro mentre vacillava, cedeva sui piedi
e si rovesciava... Estrasse la spada con la destra, suppongo
per punirla, ma la passò nella sinistra e portandola a punta in basso, si avviò verso la barrera. La collera gli era
passata. Il polso destro era gonfiato fino a diventare doppio. Lui pensava già ad altro. Non volle andare in infermeria a farsi fasciare.
Qualcuno gli chiese del polso. Lui lo sollevò e gli ghigno sopra.
« Vai in infermeria, amico » disse un banderillero. « Mettitici dentro. » Maera lo guardò. Non pensava per niente
al polso. Pensava al toro.
« Era fatto di cemento » disse. « Toro fottuto, fatto di
cemento. »
Comunque morì quell'inverno a Siviglia con una cannula per polmone, soffocato da una polmonite che venne
a liquidare la tubercolosi. In delirio rotolò sotto il letto,
e sotto il letto combatte con la morte, morendo nel modo
più difficile in cui può morire un uomo. Credo che quell'anno sperasse di morire nell'arena, ma non volle barare
cercando la morte.
© Ernest Hemingway
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