Da "Morte nel pomeriggio" di Ernest Hemingway,  Oscar Mondadori, 1991


L'anno prima ne era morto un altro che pareva dovesse diventare il più grande di tutti. Era Manuel Garcia, Maera. Era ragazzo con Juan Belmonte nel barrio di Triana a Siviglia, e quando Belmonte che lavorava da operaio diurno e non aveva nessuno che lo proteggesse, lo mandasse a una scuola per toreri e lo sovvenzionasse per imparare a combattere facendo esercizio coi vitelli, voleva far pratica con la cappa, nuotavano con Maera e qualche volta Varelito, un altro ragazzo del luogo, attraverso il fiume mettendo le cappe e una lanterna su un tronco e poi, nudi e gocciolanti, scavalcavano lo steccato del corral dov'erano chiusi i tori da combattimento di Tablada e svegliavano qualche grande toro adulto. Mentre Maera reggeva la lanterna, Belmonte faceva passare il toro con la cappa. Quando Belmonte divenne matador, Maera, alto, bruno, slanciato, dagli occhi infossati, la faccia azzurrognola anche dopo una rasatura accurata, arrogante, dinoccolato e ritroso, gli fece da banderillero. Fu un grande banderillero e negli anni che rimase con Belmonte combattendo da novanta a cento volte per stagione, lavorando con ogni specie di tori, finì per conoscere i tori meglio di tutti, perfino di Joselito. Belmonte non piazzò mai le banderillas perché non era capace a correre. Joselito piazzava quasi sempre le banderillas nei tori che uccideva e nella loro gara Belmonte usava Maera come antidoto a Joselito. Maera sapeva banderillear come Joselito, e Belmonte lo faceva vestire nei costumi più 'goffi e malfatti che un torero potesse indossare perché non sembrasse qualcosa di più di un peon; per soffocare la sua personalità e mostrare che lui, Belmonte, aveva un banderillero, un semplice peon che poteva competere come banderillero col grande matador Joselito. Nell'ultimo anno di attività di Belmonte, Maera gli chiese un aumento di paga. Prendeva 250 pesetas per combattimento e ne chiese 300. Belmonte, pur guadagnandone 10.000 per combattimento, gli rifiutò l'aumento. «Benissimo, farò il matador e te la farò vedere » disse Maera. « Farai ridere » gli disse Belmonte. « No » disse Maera « farai ridere tu quando sarò riuscito. »
Dapprincipio Maera, come matador, aveva molti difetti e atteggiamenti da peon da superare, difetti come movimento eccessivo (un matador non dovrebbe mai correre), e poi non aveva stile con la cappa. Era abile e scientifico ma non raffinato con la muleta, e uccideva bene ma astutamente. Però aveva un'esperienza completa di tori e una maestria così assoluta e costitutiva che gli rendeva facile tutto quello che lui capiva; e lui capiva tutto. Era anche molto coraggioso. Era l'uomo più orgoglioso che io abbia mai conosciuto.
In due anni corresse tutti i difetti della sua cappa, imparò ad usare a meraviglia la muleta; era sempre uno dei più bravi, sensazionali e compiuti banderilleros che abbiano mai lavorato e divenne uno dei matadores migliori e più soddisfacenti che ho mai visto. Era così coraggioso che faceva vergognare gli stilisti che non lo erano, e la corrida era per lui così importante e meravigliosa, che nel suo ultimo anno di vita la sua presenza nell'arena sollevò l'intera faccenda dal livello di minimo sforzo, maggior guadagno e tori meccanici in cui era caduta e, con lui nell'arena, ritornò ad acquistare dignità e passione.. Se Maera si trovava nella Plaza c'era una buona corrida per almeno due tori, e ogni volta che lui interveniva nel combattimento con gli altri quattro. Quando i tori non gli venivano incontro, egli non mostrava il fatto alla folla chiedendone indulgenza e simpatia, ma andava con arroganza incontro ai tori, dominando e sfidando il pericolo. Destava sempre emozione, e alla fine migliorò senza posa il suo stile, divenne un artista. Ma durante tutto l'ultimo anno che combatte era evidente che stava per morire. Aveva la tisi galoppante e si. aspettava di morire prima che finisse l' anno. Nel frattempo si dava molto da fare. Fu incornato gravemente due volte, ma non vi fece caso. Lo vidi combattere una domenica con una ferita di cinque pollici nell'ascella ricevuta il giovedì. Vidi la ferita, la vidi fasciare prima e dopo il combattimento e lui non vi fece caso. Gli faceva male come può far male dopo due giorni una ferita causata da un corno spuntato, ma lui non faceva caso al dolore. Si comportava come se non l'avesse. Non l'alleviava o evitava sollevando il braccio; lo ignorava. Era molto al di là del dolore. Non ho mai visto un uomo a cui il tempo sembrasse così breve come a lui in quella stagione.
La volta successiva che lo vidi era stato incornato nel collo a Barcellona. La ferita fu chiusa da otto punti, e lui combatte il giorno dopo col collo bendato. Aveva il collo rigido ed era furioso. Era furioso per quella rigidità contro cui non poteva far nulla e per il fatto che doveva portare una bendatura che gli spuntava dal colletto. Un giovane matador che voglia osservare le regole dell'etichetta, per imporre un rispetto che non sempre sa ispirare, non mangia mai con la cuadrilla. Mangia da solo, mantenendo così l'abisso tra padrone e domestico che non saprebbe conservare mescolandosi con coloro che lavorano con lui. Maera mangiava sempre con la cuadrilla; mangiavano alla stessa tavola; viaggiavano tutti insieme e a volte, nelle ferias affollate, dormivano tutti nella stessa stanza, e tutti lo rispettavano come non ho mai visto una cuadrilla rispettare il matador.
Aveva nei polsi qualcosa che non andava. Sono la parte del corpo di più vitale necessità per un buon torero. Come il dito di un tiratore è sensibile ed educato ai minimi gradi della pressione per accostare e far partire la scarica dell'arma, così è col polso che un torero controlla e crea la grazia dell'arte con la cappa e la muleta. Tutta la statuarietà che consegue con la muleta, è opera del polso, ed è col polso che infigge le banderillas e col polso, questa volta rigido, che uccide impugnando nel palmo l'elsa pesante impellicciata di camoscio. Una volta Maera, uccidendo, si precipitò mentre il toro caricava e si appoggiò -con tutto il peso della spalla sulla spada; la punta della spada colpì una vertebra dentro l'apertura fra le scapole. Lui si precipitava e il toro si precipitava e la spada cedette fino a piegarsi su se stessa e poi schizzò in aria. Ceden do, gli slogò il polso. Lui raccolse la spada con la mano sinistra e la portò alla barrera; con la sinistra estrasse un'altra spada dalla guaina di cuoio che il portaspada gli tendeva.
« E il polso? » chiese il portaspada.
« Fottuto il polso » disse Maera.
Si diresse verso il toro, lo inquadrò con due passaggi della muleta mettendogliela davanti al muso umido e ritirandola in fretta mentre le zampe anteriori del toro si alzavano per seguirla e poi ricadevano nella posizione adatta all'uccisione ...- reggeva tanto la spada che la muleta con la sinistra -si passò la spada nella destra, si profilò, e diede la botta. Di nuovo colpì l'osso, insiste e la spada cedette, schizzò per aria e cadde. Questa Volta non andò a prendere una spada nuova. Raccolse la spada con la mano destra e mentre la sollevava gli vidi sudar la faccia dal dolore. Piantò il toro nella posizione voluta col panno rosso, si mise in posizione, mirò sulla lama e attaccò. Attaccò come se dovesse precipitarsi contro un muro di pietra, col peso, la statura e tutto quanto appoggiato alla spada, e la spada colpì l'osso, si piegò, questa volta non tanto perché il polso cedette prima, e cadde. Raccolse la spada con la mano destra e il polso non riuscì a reggerla; gli cadde. Sollevò il polso e lo batté col pugno sinistro chiuso, poi raccolse la spada con la sinistra, se la passò nella destra e mentre la reggeva gli si vedeva il sudore scorrere sulla faccia. Il secondo matador cercò di condurlo in infermeria, e lui si liberò e li mandò tutti al diavolo. « Lasciatemi stare » disse « andate a farvi fottere. » Attaccò altre due volte e due volte prese l'osso. Ora, avrebbe potuto ogni volta, senza pericolo ne dolore, far scivolare la spada nel collo del toro, farla entrare nel polmone o recidere la vena giugulare e ucciderlo senza complicazioni. Ma il suo onore esigeva che lo uccidesse tra le spalle, attaccando da uomo, sopra il corno, accompagnando col corpo la spada. E per la sesta volta diede la stoccata e la spada entrò dentro. Uscì dallo scontro col corno che gli rasentò il ventre, mentre alzava le spalle, vedendolo passare, e poi si rizzò, alto e con gli occhi cerchiati, la faccia inondata, i capelli appiccicati sulla fronte, a guardare il toro mentre vacillava, cedeva sui piedi e si rovesciava... Estrasse la spada con la destra, suppongo per punirla, ma la passò nella sinistra e portandola a punta in basso, si avviò verso la barrera. La collera gli era passata. Il polso destro era gonfiato fino a diventare doppio. Lui pensava già ad altro. Non volle andare in infermeria a farsi fasciare.
Qualcuno gli chiese del polso. Lui lo sollevò e gli ghigno sopra.
« Vai in infermeria, amico » disse un banderillero. « Mettitici dentro. » Maera lo guardò. Non pensava per niente al polso. Pensava al toro.
« Era fatto di cemento » disse. « Toro fottuto, fatto di cemento. »
Comunque morì quell'inverno a Siviglia con una cannula per polmone, soffocato da una polmonite che venne a liquidare la tubercolosi. In delirio rotolò sotto il letto, e sotto il letto combatte con la morte, morendo nel modo più difficile in cui può morire un uomo. Credo che quell'anno sperasse di morire nell'arena, ma non volle barare cercando la morte.


©  Ernest Hemingway


 

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