| "Introduzione a Lorenzo Stecchetti" di Olindo Guerrini, 1877 |
A me che pongo il mio nome sotto queste poche righe d'introduzione come
ad uno de'più intimi amici dell'autore
ed a lui congiunto per sangue; a me che
più di tutti fui a parte delle sue gioie e
de'suoi dolori, è toccato il triste incarico
di tesserne la biografia. Non abuserò certo
della pazienza di chi legge, tanto più che
le vicende del mio povero amico non
offrono nulla di cosi straordinario da tentare il narratore od il lettore. La sua
storia è tutta in quattro parole: mori a
trent'anni.
Lorenzo Stecchetti mio cugino (le nostre madri furono sorelle) nacque il 4
ottobre 1845 in Fiumana, piccolo comune
del Forlivese, che giace in una di quelle
fertili valli cui sovrastano i primi contrafforti dell'Appennino e precisamente,
nel villino chiamato Casella. Di famiglia
non ricca ma agiata, nel 1847 gli mancò
il padre, nel 1850 la madre, e mio padre
assunse la tutela dell'orfano. Fu educato
nel Collegio Municipale di Ravenna, quindi,
dopo il 1859, nel Nazionale di Torino. Ne
uscì nel 1863, e compì gli studi in quel
Liceo Cavour, allora del Carmine, per venire finalmente nel 1865 ad intraprendere
il corso di Giurisprudenza in questa Università di Bologna. La nostra conoscenza,
che non aveva altro legame se non le
poche e quasi dimenticate memorie dell' infanzia, si riannodò qui a Bologna tanto
da divenire vera ed intima amicizia. Qui
vivemmo dal 1865 al 1868 la vita lieta
e spensierata dello studente, meno nei
pochi mesi del 1866 nei quali altri doveri ci chiamarono; e qui egli dimenticava troppo spesso il codice per Byron,
Heine e De Musset, che egli chiamava la sua Trinità.
Dopo la laurea rimase a Bologna. In
una notte d'inverno del 1870, che non
saprei precisare (era carnevale), nella sua
cameretta in via Zamboni, egli mi leggeva qualcuno dei canti che ora si trovano in questa raccolta, e,
poiché io lo
confortavo a pubblicarli, mi rispose scherzando che il farlo sarebbe stata mia cura
quando egli fosse morto. Pur troppo lo
scherzo divenne profezia. In quello stesso
inverno sputò sangue.
Lo sapemmo tardi perché in principio
egli nascose quasi con pudore la sua malattia, ma pur lo sapemmo, e noi tutti che
lo amavamo fummo ben dolorosamente
sorpresi. Egli no; e quando gliene parlai
per la prima volta, sorrise amaramente
dicendo: -Tanto a che servivo io ? Meglio cosi.- Era già rassegnato.
Cosa strana per un tisico, egli non
ebbe mai illusioni sul proprio stato. Continuò tuttavia il suo solito metodo di vita
ed agli estranei non parve mutato né al
fisico né al morale. Solo diventò meno
gaio. Alle volte interrompeva a mezzo il
riso incominciato e diventava improvvisamente serio. Molte cose che prima amava
con tutto l' ardore della sua bella giovinezza, gli divennero indifferenti. Anche
l'anima si ammalava.
Viaggiò. Gli avevano prescritto il
clima di Napoli, ultimo rimedio che si
consiglia ai disperati per tisi, a fine di
prolungar loro l'agonia. E questa agonia
fu per lui orribile, straziante. Non si potranno mai dire le profonde disperazioni
di un'anima che a poco a poco si sente
mancar tutto d'intorno. Ed egli che non
sperava, cercava d' illudersi, voleva far
credere a sé stesso di sperare ancora. Scriveva ad una donna:
Mi si spezza la testa. Io son malato
E la febbre mi brucia entro le vene.
Sono debole, giallo, dimagrato.
Ma quando penso a te mi sento bene.
Ma quando penso a te cessa il dolore
E la speranza mi ritorna in core.
Per non soffrir così vorrei morire,
Ma quando penso a te voglio guarire.
(Taccio per ragioni troppo facili a capirsi, tutto
ciò che riguarda ad amori del povero defunto. Del
resto il lettore ne troverà molte tracce in questo libro.
I versi qui sopra citati furono scritti sul dorso di un
biglietto da visita ed inviati da Napoli ad una persona
che ce li volle gentilmente favorire con altre cose pubblicate in questa raccolta.
L' autore diceva di non aver tempo di esser poeta e non aveva alcuna stima de'propri lavori che gettava qua e là sopra
foglietti volanti che durammo molta fatica a riunire.
Così Il sonetto -Forse una volta, ecc.- fu scritto col lapis sulla
balaustrata di una villa nei dintorni di Bologna. La persona cui era diretto lo trascrisse,
lo conservò e ce ne diede copia. N.d.a.)
Ma anche la speranza era fuggita.
Questa crudele agonia si prolungò per
molto tempo con una lunga vicenda di
miglioramenti e di peggioramenti. Pareva
che la morte, condannandolo a questo
lento martirio, gli dicesse come Vitellio
alle sue vittime: voglio che tu senta di
morire.
In una sua breve dimora in Bologna
prese parte ad una lotta personale che
ebbe luogo nei fogli pubblici. Assunse in
quell'occasione il pseudonimo shakespeariano di Mercutio e combatté colla penna
audacemente, sì che quel pseudonimo non
è forse dimenticato in Bologna, ed abbiamo
creduto bene di trovargli posto sul frontispizio di questo canzoniere.
Ci asteniamo però dal riprodurre i versi amari che l' autore scrisse in quei giorni: prima
perché
di argomento troppo municipale, poi perché la persona contro la quale erano diretti ha pagato in ben altra guisa, i suoi
debiti colla società.
Finite queste lotte, finì anche l' energia
momentanea che lo aveva sostenuto, peggiorò, e dovette cercare aure più miti.
Finalmente, sul finire del 1875, lo vedemmo
improvvisamente ricomparire a Bologna,
bianco, macilento, curvo come un vecchio;
gli occhi soli erano vivi. Non ascoltò gli
amici che lo pregavano di ritornare a Napoli od a Pisa, e volle inesorabilmente
ritornare ai suoi monti, dove l' inverno
incrudeliva. Io ho sempre pensato che
avesse deciso di finirla una volta.
Il 2 febbraio 1876 mi giunse un telegramma che diceva -Vieni a vedermi morire.
Renzo.-
Il giorno dopo partii e lo trovai in letto
alle prese colla morte. Il freddo era acuto
ed il suo triste paesello coperto di neve,
velato di nebbia.
Quando entrai non disse altro che -grazie.- Mi aspettava e mi tese la
mano umida ed agghiacciata, dove non
erano più che le ossa e la pelle.
La notte lo vegliai io, seduto al suo
scrittoio, frugando fra le sue carte, povere
foglie cadute da una pianta moribonda
prima di portare i suoi frutti. Che cuore
fu il mio, povero amico, leggendo i tuoi
canti d'amore vicino al tuo letto di morte!
Venne il giorno e la morte si avvicinava a gran passi. Il parroco faceva uffici
per salire ad esercitare il suo ministero. Ne
parlai al moribondo: rispose, no.
Verso il mezzodì la sua voce sfinita
e fioca era ridotta ad un soffio, tanto che
per udire le sue rare parole dovevo chinarmi sopra di lui, quasi coll'orecchio sulle
labbra. Fece aprire la finestra per vedere
il sole, quest'ultimo desiderio dei moribondi: ma il sole non c'era.
Alle due pomeridiane mi prese per
mano. A poco a poco le forze lo abbandonarono. Intesi la parola fine, poi più
nulla.
È sepolto nel cimitero del suo paese
sotto al quinto cipresso a sinistra di chi entra. La pietra funeraria non porta che
i nomi e le date. I suoi averi li lasciò
tutti alla beneficenza.
Non ci dissimuliamo che questi versi
escono alla luce in un'epoca poco propizia. L'individualismo ha fatto ormai una virtù dell'egoismo.
Per questo nessuno bada a ciò che pensa o soffre il suo vicino e la massima ognuno per
sé e Dio
per tutti è diventata il canone della vita
sociale. Le gioie e i dolori del poeta non
ci riguardano più, non ci commuovono,
spesso anche ci fanno ridere scetticamente.
Questo pensiero ci ha spesso tormentato
nell'attendere alla pubblicazione dei canti
del nostro povero amico; ma tuttavia ci
sorrise la speranza che il libro potesse
pure incontrare qualche anima aduggiata
dall'egoismo; ci sorrise la speranza che
un nome a noi caro fosse pure imparato
a conoscere da qualcheduno, che il nome
dell'amico nostro non passasse ignoto sulla
terra. Ci siamo ingannati?
Sperando che no, abbandoniamo il libro
alle tempeste della pubblicità. Potremo
aver errato credendo questi canti non indegni di essere conosciuti; ma se l'affetto
che portammo all'autore ci fece velo agli
occhi, voglia il lettore perdonarci, e quell'affetto stesso ci valga di scusa. Se errore
c'è, è tutto nostro, e per nostro lo accettiamo.
Bologna, 6 febbraio 1877.
Dott. OLINDO GUERRINl
© Olindo Guerrini 1877