Da "Frankenstein" di Mary Godwin Shelley, Oscar Classici Mondadori, 1991

    

Mentre dicevo questo, all'improvviso scorsi a una certa distanza la figura di un uomo che veniva verso di me a una velocità sovrumana. Balzava sopra quei crepacci di ghiaccio, tra i quali io avevo camminato con estrema cautela; anche la sua statura, man mano che si avvicinava, sembrava superiore a quella umana. Ero turbato, mi si annebbiò la vista, e sentii che venivo meno, ma fui presto rianimato dal freddo vento delle montagne. Vidi, mentre la forma avanzava (vista aborrita e tremenda!), che si trattava dell'essere miserabile che avevo creato. Tremavo di rabbia e di orrore, deciso ad attendere il suo arrivo, per poi ingaggiare con lui una lotta mortale. Si avvicinò: la sua espressione parlava di una angoscia amara unita a sdegno e malvagità, mentre la sua bruttezza disumana lo rendeva quasi troppo orribile a guardarsi. Ma me ne resi appena conto; rabbia e odio mi avevano privato della voce, e mi ripresi solo per investirlo con parole piene di furioso disprezzo.
«Demonio» esclamai «come osi avvicinarti a me? Non temi la feroce vendetta del mio braccio levato sulla tua ignobile testa? Vattene via, spregevole insetto! O meglio, resta, che ti possa schiacciare e ridurre in polvere! Oh!, se potessi, estinguendo la tua miserabile esistenza, ridar vita a quelle vittime che hai così diabolicamente assassinato!»
«Mi aspettavo questa accoglienza» disse il demonio. «Gli uomini odiano i disgraziati; quanto, dunque, devo essere odiato io, la più miserabile di tutte le creature viventi! Anche tu, mio creatore, detesti e disprezzi me, la tua creatura, a cui sei legato da vincoli che si possono sciogliere solo con l'annientamento di uno di noi. Tu hai intenzione di uccidermi. Come osi giocare così con la vita? Fai il tuo dovere verso di me, e io farò il mio verso di te e il resto dell'umanità. Se ti adeguerai a queste condizioni, lascerò in pace te e loro; ma se rifiuti, riempirò le fauci della morte finche non si sarà saziata del sangue dei tuoi cari ancora superstiti.»
«Mostro aborrito! Demone che sei! Le torture dell'inferno sono troppo blande per punire i tuoi crimini. Diavolo miserabile! Mi rimproveri di averti creato; vieni avanti, dunque, che io possa estinguere la scintilla che ho dato senza riflettere.»
La mia rabbia non aveva limiti, mi slanciai contro di lui, spinto da tutti quei sentimenti che portano un essere ad attentare all'esistenza di un altro.
Egli mi schivò facilmente, e disse: «Calmati! Ti prego di ascoltarmi prima di riversare il tuo odio sulla mia testa esecrata. Non ho forse sofferto abbastanza, perché tu cerchi di accrescere la mia pena? La vita, anche se fosse solo un accumularsi di angosce, mi è cara e la difenderò. Ricordati, tu mi hai fatto più forte di te: la mia statura è superiore alla tua, le mie membra più agili. Ma non mi lascerò indurre a lottare con te. Sono la tua creatura, e sarò persino docile e mansueto col mio naturale signore e padrone, se anche tu farai la tua parte doverosa verso di me. Oh, Frankenstein, non essere giusto con tutti mentre calpesti me solo, a cui la tua giustizia, e persino la tua clemenza e il tuo affetto, sono più che dovuti. Ricorda che sono la tua creatura; dovrei essere il tuo Adamo, ma sono piuttosto l'angelo caduto, che tu scacci dalla gioia senza alcuna colpa. Ovunque vedo beatitudine da cui io sono irrevocabilmente escluso. Ero buono e benevolo: l'infelicità mi ha reso un demonio. Fammi felice, e sarò di nuovo virtuoso».
«Vattene! Non starò ad ascoltarti. Non ci può essere comunanza tra me e te: siamo nemici. Vattene, o proviamo le nostre forze in una lotta in cui uno dei due deve morire.»
«Come posso toccarti il cuore? Nessuna supplica ti farà volgere benevolmente gli occhi verso la tua creatura, che implora da te bontà e compassione? Credimi, Frankenstein: avevo una disposizione benigna, la mia anima ardeva di amore e di umanità; ma non sono forse solo, miseramente solo? Tu, mio creatore, mi aborrisci; che speranza posso nutrire nei confronti dei tuoi simili che non mi debbono nulla? Mi disprezzano e mi odiano. Le montagne deserte e i ghiacci desolati sono il mio rifugio. Ho vagato qui per molti giorni; le caverne di ghiaccio, che io solo al mondo non temo, sono ora la mia abitazione, l'unica che l'uomo non mi rifiuti. Questi cieli desolati io li saluto riconoscente, perché sono più buoni con me dei tuoi simili. Se la moltitudine degli uomini sapesse della mia esistenza, farebbe come te, e si armerebbe per distruggermi. Non devo dunque odiare coloro che mi aborriscono? Non verrò a patti con i miei nemici. Sono infelice, ed essi condivideranno la mia miseria. Tuttavia, è in tuo potere aiutarmi, e liberarli da un male che solo tu puoi evitare di rendere così grande che non soltanto tu e la tua famiglia ma migliaia di altri sarebbero inghiottiti dai turbini della sua furia. Abbi compassione, e non disdegnarmi. Ascolta la mia storia: quando l'avrai sentita, abbandonami o compiangimi, come ti parrà più giusto. Ma ascoltami. Ai colpevoli, per quanto sanguinosi siano i loro crimini, è concesso dalle leggi umane di parlare in propria difesa prima di essere condannati.
Ascoltami, Frankenstein! Tu mi accusi di assassinio; eppure, tu stesso vorresti, con la coscienza tranquilla, distruggere la tua creatura. Oh, sia lode all'eterna giustizia dell'uomo! Tuttavia non ti chiedo di risparmiarmi: ascoltami soltanto, e poi, se puoi e se vuoi, distruggi pure l'opera delle tue stesse mani.»
«Perché mi riporti alla memoria» ribattei «delle circostanze che mi fanno rabbrividire, se rifletto che ne sono stato la sciagurata causa e l'autore? Sia maledetto il giorno, aborrito demonio, in cui per la prima volta hai visto la luce! Maledette (anche se maledico me stesso) le mani che ti hanno formato! Mi hai reso infelice oltre ogni dire. Tu non mi hai lasciato possibilità di decidere se sono giusto verso di te oppure no. Vattene! Liberami dalla vista della tua forma detestabile.»
«Così te ne libero, mio creatore» disse, e mi pose sugli occhi le sue mani odiose che allontanai con violenza; «così ti tolgo dagli occhi una vista che detesti. Tuttavia puoi ascoltarmi e concedermi la tua compassione. Te lo domando in nome delle virtù che possedevo un tempo. Ascolta la mia storia; è lunga e strana, e la temperatura di questo luogo non è adatta ai tuoi sensi delicati; vieni nella mia capanna sulla montagna. Il sole è ancora alto in cielo; prima che scenda a nascondersi dietro quei precipizi innevati e vada a illuminare un altro mondo, avrai sentito la mia storia e potrai decidere. Dipende da te se io abbandonerò per sempre la vicinanza degli uomini e condurrò una vita innocente, o se invece diventerò il flagello dei tuoi simili, e l'autore della tua rapida rovina.»
Così dicendo, mi fece strada attraverso i ghiacci; lo seguii. Il mio cuore era così gonfio che non gli risposi; ma, mentre procedevo, soppesavo i vari argomenti che aveva usati e decisi, almeno, di ascoltare il suo racconto. Ero in parte spinto dalla curiosità, e la compassione rafforzò questa decisione. Avevo supposto fin qui che fosse l'assassino di mio fratello, e cercavo ansiosamente una conferma o una smentita di questa convinzione. Per la prima volta sentivo anche quali fossero i doveri di un creatore verso la sua creatura, e che avrei dovuto renderlo felice prima di lamentarmi della sua malvagità. Tutti questi motivi mi spinsero ad accettare la sua richiesta. Attraversammo quindi il ghiacciaio e scalammo la roccia di fronte a noi. L'aria era fredda e la pioggia aveva cominciato a cadere di nuovo; entrammo nella capanna, quel demonio con un'aria esultante, io col cuore pesante e lo spirito depresso. Ma acconsentii ad ascoltarlo e, dopo che mi fui seduto accanto al fuoco che il mio odioso compagno aveva acceso, egli cominciò così il suo racconto.


 
 

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