Io piangevo sui libri. Come accade anche per gli
uomini, ci sono libri e libri. A pensarci bene, a pensarci molto bene, anche i fumetti sono libri. Bei libri
con belle illustrazioni. Giocattoli divertenti, effimere farfalle cartacee, i fumetti hanno un vantaggio
immenso rispetto agli altri libri: non fanno piangere
i bambini. Perché bambini allegri non hanno alcun
bisogno di piangere sui libri. La domanda « essere o
non essere » non ha alcun valore, per loro. Sono
bambini, nient'altro che bambini, e avranno poi tutto il tempo per pensare. Invece io leggevo un libro,
e piangevo. Piangevo di impotenza e di invidia. Volevo andare là, in battaglia, ma non potevo farlo.
Non potevo fare un bel niente, ci ero abituato, però
piangevo lo stesso. Certi libri ti fanno cambiare il
modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti
morire, oppure vivere diversamente.
Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o
chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come
gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono.
lo non leggevo tanto per leggere, io volevo capire
com'era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al
mondo. Lo chiedevo alle persone, ma loro non mi
rispondevano. Cercavo risposte nei libri, ma anche
loro erano sfuggenti. I libri raccontavano in dettaglio, in ogni dettaglio, come vivere se hai tutto. I
personaggi dei libri soffrivano, e io ero allibito. lo,
vivo e reale, non capivo quegli eroi libreschi, non
ammettevo le loro sofferenze cartacee. Erano fasulli, come gli insegnanti a scuola. Gli insegnanti ci
consigliavano di leggere, e io leggevo. Leggevo tutto
d'un fiato, leggevo descrizioni noiose e infinite di vite insignificanti di uomini deboli e pigri. Gli insegnanti li definivano eroi, ma io non capivo in che
cosa consistesse il loro eroismo.
D'Artagnan, un eroe? Ma quale eroe, se aveva
braccia e gambe? Aveva tutto, lui: era giovane, bello,
sano, aveva una spada e sapeva tirare di scherma.
Dov'era l'eroismo? Un vigliacco e un traditore che
infilava una sciocchezza dopo l'altra per la gloria e il
denaro era forse un eroe? Leggevo il libro e ne capivo meno della metà. Adulti e bambini, tutti quanti pensavano che i moschettieri fossero degli eroi. Io
non lo mettevo in dubbio, non aveva senso farlo. In
ogni caso, non era da eroi come quelli che potevo
prendere esempio.
Ho letto varie volte quel grosso libro. E ho letto
anche la continuazione della celebre storia dei prodi moschettieri. Che non mi ha deluso. Uno sfortunato deforme -il signor Coquenard -fa ciò che è
tenuto a fare un vero eroe: muore. Muore lasciando
a Porthos moglie e denaro. Il signor Coquenard
non mi faceva compassione. Se quel misero vecchio
avesse avuto la forza e la destrezza di mettere del veleno nel vino di Porthos, sarei stato dalla sua parte.
Invece i miracoli non esistono. E il povero storpio
trascinò lentamente la sua disgustosa esistenza, dando risalto con la sua sedia da invalido alle gesta degli eroi veri. Poveraccio.
Gli altri non erano meglio. Miserabili omuncoli
degni solo di disprezzo. Insetti che solo in minima
parte ricordavano un essere umano. Sacchi di sterco
che non erano buoni né per il paradiso, né per l'inferno. Uomini d'armi incapaci di vivere o di morire.
Solo alcuni si meritavano -più o meno -il mio rispetto. Porthos, ad esempio. Porthos mi piaceva
molto più di Coquenard. Per lo meno era morto da
uomo.
Gwynplaine è un cretino che soffre per una roba
da niente. Ha la faccia deturpata, figurarsi. Cirano si
comporta un po' meglio. Con un buon paio di braccia e una spada affilata, la bellezza diventa opinabile. La spada è un ottimo argomento. Ma alla fine mi
ha deluso anche Cirano. Forte con gli uomini, quando c'era di mezzo l'amore diventava uno smidollato
e un piagnone.
Invidiavo Quasimodo. Gli uomini lo guardavano
con ribrezzo e pietà, come guardano me. Lui però
aveva braccia e gambe. Oltre che tutta la cattedrale
di Notre-Dame, a Parigi.
Gli eroi dei libri non erano eroi, oppure lo erano
solo in parte. Ogni tanto capitava che i migliori di
essi, pur se controvoglia, si comportassero da uomini. Si concedevano di vivere giusto qualche minuto
prima di morire. E solo prima di morire mi piacevano. Solo una morte dignitosa li riconciliava con una
vita insignificante.
Era raro che piangessi sui libri. Ragioni per piangere ne avevo a iosa anche senza il dolore fasullo dei
libri. Un libro vero c'era, però. Quel libro non mentiva.
Pavka Korcagin cavalcava e maneggiava la sciabola come e quanto i moschettieri. Pavka Korcagin era
un ragazzo forte e coraggioso. Combatteva per le
idee, lui, se ne infischiava del denaro e degli onori.
La budiinovka -misera copia in panno dell'elmo di
un cavaliere -non poteva certo difenderlo da una
vile pallottola. La sua sciabola affilata nulla poteva
contro un Mauser. Lui lo sapeva, ma andava egualmente a combattere. E ci tornava, non una volta soltanto. Avventandosi sempre là dove la battaglia infuriava maggiormente. E vinceva, vinceva sempre.
Con la sciabola e con la parola. Quando il corpo cedette, quando la sua mano non fu più in grado di
reggere la lama, Pavka cambiò arma, e la penna valse quanto la baionetta. Lui ci riuscì. L'ultimo cavaliere all'arma bianca. L'ultimo vichingo del Ventesimo secolo.
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta
quasi nulla? Come può giustificare la sua miseranda
subesistenza di semicadavere? Perché vive? Non lo
sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come
Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi
la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo lentamente sui taSti del computer, una lettera
dopo l'altra. Forgerò con cura la mia baionetta: il
mio libro. So di avere diritto a un solo colpo, so che
non ci sarà una seconda occasione. Mi impegno, ce
la metto tutta. La baionetta va a colpo sicuro, lo so.
La baionetta è perfetta, non ti tradisce.
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