Da "Bianco su nero" di Rubén Gallego, Adelphi Edizioni 2002


Io piangevo sui libri. Come accade anche per gli uomini, ci sono libri e libri. A pensarci bene, a pensarci molto bene, anche i fumetti sono libri. Bei libri con belle illustrazioni. Giocattoli divertenti, effimere farfalle cartacee, i fumetti hanno un vantaggio immenso rispetto agli altri libri: non fanno piangere i bambini. Perché bambini allegri non hanno alcun bisogno di piangere sui libri. La domanda « essere o non essere » non ha alcun valore, per loro. Sono bambini, nient'altro che bambini, e avranno poi tutto il tempo per pensare. Invece io leggevo un libro, e piangevo. Piangevo di impotenza e di invidia. Volevo andare là, in battaglia, ma non potevo farlo. Non potevo fare un bel niente, ci ero abituato, però piangevo lo stesso. Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire, oppure vivere diversamente.
Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono.
lo non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com'era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo. Lo chiedevo alle persone, ma loro non mi rispondevano. Cercavo risposte nei libri, ma anche loro erano sfuggenti. I libri raccontavano in dettaglio, in ogni dettaglio, come vivere se hai tutto. I personaggi dei libri soffrivano, e io ero allibito. lo, vivo e reale, non capivo quegli eroi libreschi, non ammettevo le loro sofferenze cartacee. Erano fasulli, come gli insegnanti a scuola. Gli insegnanti ci consigliavano di leggere, e io leggevo. Leggevo tutto d'un fiato, leggevo descrizioni noiose e infinite di vite insignificanti di uomini deboli e pigri. Gli insegnanti li definivano eroi, ma io non capivo in che cosa consistesse il loro eroismo.
D'Artagnan, un eroe? Ma quale eroe, se aveva braccia e gambe? Aveva tutto, lui: era giovane, bello, sano, aveva una spada e sapeva tirare di scherma. Dov'era l'eroismo? Un vigliacco e un traditore che infilava una sciocchezza dopo l'altra per la gloria e il denaro era forse un eroe? Leggevo il libro e ne capivo meno della metà. Adulti e bambini, tutti quanti pensavano che i moschettieri fossero degli eroi. Io non lo mettevo in dubbio, non aveva senso farlo. In ogni caso, non era da eroi come quelli che potevo prendere esempio.
Ho letto varie volte quel grosso libro. E ho letto anche la continuazione della celebre storia dei prodi moschettieri. Che non mi ha deluso. Uno sfortunato deforme -il signor Coquenard -fa ciò che è tenuto a fare un vero eroe: muore. Muore lasciando a Porthos moglie e denaro. Il signor Coquenard non mi faceva compassione. Se quel misero vecchio avesse avuto la forza e la destrezza di mettere del veleno nel vino di Porthos, sarei stato dalla sua parte. Invece i miracoli non esistono. E il povero storpio trascinò lentamente la sua disgustosa esistenza, dando risalto con la sua sedia da invalido alle gesta degli eroi veri. Poveraccio.
Gli altri non erano meglio. Miserabili omuncoli degni solo di disprezzo. Insetti che solo in minima parte ricordavano un essere umano. Sacchi di sterco che non erano buoni né per il paradiso, né per l'inferno. Uomini d'armi incapaci di vivere o di morire. Solo alcuni si meritavano -più o meno -il mio rispetto. Porthos, ad esempio. Porthos mi piaceva molto più di Coquenard. Per lo meno era morto da uomo.
Gwynplaine è un cretino che soffre per una roba da niente. Ha la faccia deturpata, figurarsi. Cirano si comporta un po' meglio. Con un buon paio di braccia e una spada affilata, la bellezza diventa opinabile. La spada è un ottimo argomento. Ma alla fine mi ha deluso anche Cirano. Forte con gli uomini, quando c'era di mezzo l'amore diventava uno smidollato e un piagnone.
Invidiavo Quasimodo. Gli uomini lo guardavano con ribrezzo e pietà, come guardano me. Lui però aveva braccia e gambe. Oltre che tutta la cattedrale di Notre-Dame, a Parigi.
Gli eroi dei libri non erano eroi, oppure lo erano solo in parte. Ogni tanto capitava che i migliori di essi, pur se controvoglia, si comportassero da uomini. Si concedevano di vivere giusto qualche minuto prima di morire. E solo prima di morire mi piacevano. Solo una morte dignitosa li riconciliava con una vita insignificante.
Era raro che piangessi sui libri. Ragioni per piangere ne avevo a iosa anche senza il dolore fasullo dei libri. Un libro vero c'era, però. Quel libro non mentiva.
Pavka Korcagin cavalcava e maneggiava la sciabola come e quanto i moschettieri. Pavka Korcagin era un ragazzo forte e coraggioso. Combatteva per le idee, lui, se ne infischiava del denaro e degli onori. La budiinovka -misera copia in panno dell'elmo di un cavaliere -non poteva certo difenderlo da una vile pallottola. La sua sciabola affilata nulla poteva contro un Mauser. Lui lo sapeva, ma andava egualmente a combattere. E ci tornava, non una volta soltanto. Avventandosi sempre là dove la battaglia infuriava maggiormente. E vinceva, vinceva sempre. Con la sciabola e con la parola. Quando il corpo cedette, quando la sua mano non fu più in grado di reggere la lama, Pavka cambiò arma, e la penna valse quanto la baionetta. Lui ci riuscì. L'ultimo cavaliere all'arma bianca. L'ultimo vichingo del Ventesimo secolo.
Che cosa rimane a un uomo quando non gli resta quasi nulla? Come può giustificare la sua miseranda subesistenza di semicadavere? Perché vive? Non lo sapevo allora, e non lo so neanche oggi. Ma, come Pavka Korcagin, non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo lentamente sui taSti del computer, una lettera dopo l'altra. Forgerò con cura la mia baionetta: il mio libro. So di avere diritto a un solo colpo, so che non ci sarà una seconda occasione. Mi impegno, ce la metto tutta. La baionetta va a colpo sicuro, lo so. La baionetta è perfetta, non ti tradisce.


 

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