Da "Un fulmine sul 220" di Carlo Emilio Gadda


Se tutto è ragione a sto mondo, e se ogni fatto deve avere la sua causa, dove cercarla, dove cercarla per un fatto simile? Sono cose che fanno dubitare della Divina Provvidenza! Ma no, no, Vergine Santa, è impossibile, è impossibile, bisogna proprio diventar matti.
Tra le lacrime, si soffiavano il naso: breve e sommessa, in un bel fazzolettino donna Ernesta, moglie del Pizzigoni, perentorio e potente, seduto e piantato a gambe larghe, in un gran fazzolettone, il Pizzigoni medesimo, liquidissima e complicata, con un seguito di rumori brodosi e spugnosi, la sorella del Pizzigoni, signorina Teresa; e la signora Adalgisa, l'altra cognata, piena di singhiozzi di protesta, contro il destino. Era lei che parlava e protestava per tutti. -
Erano tutti abbastanza ben vestiti; lui d'un vestitone blu, dove poteva starci abbastanza comodo, per quanto enorme fosse, con una cravatta verde scuro, cioè anzi marrone, da funzionario delle Ferrovie dello Stato, ma era invece il gerente della vecchia ditta Pizzigoni Giovanni e Figli, quella del Ponte Vetero, nota casa fabbricante di cartonaggi. Sua sorella era adorna di una volpe un po' patita, ma pur sempre patetica, e nel cappello di una penna eretta, la dirittura della quale puntava verso l'alto e contrastava singolarmente con il suo silenzio piangente, rotto soltanto dai soffiamenti di quel naso così acquatico.
Donna Ernesta, come al solito, si era meravigliata anche lei, sull'esempio dell'altrui meraviglia, e piangeva anche lei dato che gli altri piangevano. Era una figura molto distinta, dal viso dolce e rassegnato, natante in un boa nero e piumoso; soffuso di quella dolcezza un po' accorata della donna lombarda, con due orecchini un po' troppo lunghi, che il boa veniva a nascondere, con un senso pieno di buone intenzioni casalinghe La sua voce, un po' velata, la si sentiva raramente, poche volte era lei che parlava e quelle poche si era certi di assaporare un congiuntivo sbagliato. Ma la signora Adalgisa pareva proprio la più disperata di tutti.
Robusta ancora e vegeta, eccelleva nel lasciar andare certi schiaffi ai suoi quattro figli che li sentivano di là dal "tavolato" i vicini, per solito con la bocca piena e il fiato corto. Erano quattro maschi, uno più brutto e più disperato dell'altro, come accade spesso nelle più distinte famiglie lombarde. Questi quattro esseri non avevano ancora avuto occasione di manifestare la loro maschilità se non rincasando a pranzo dopo scorribande sporchi e frusti; e "con via il culo", come diceva con bella e casalinga ipotiposi lombarda la loro casalinga mamma, alludendo al fondo dei pantaloni. Gli schiaffi li prendevano in silenzio, sorvolando via con una naturalezza tranquilla a mangiar altre castagne, dopo il contraccolpo rapido con cui la stabilità della persona aveva reagito alla manata materna. Ossuti e nasuti, era un po' una cera di famiglia, infarinati di castagne lesse tutto il davanti dei giubbetti, e coi ginocchi nudi ridotti dal freddo e dalla terra come al derma rugoso dell'elefante, salutavano i raffinati parenti mettendosi le lunghe dita nel lungo naso dove frugavano e frugavano con la paziente sagacia d'un chirurgo indefesso che accanitamente cerchi e più non trovi quel che s'era messo a cercare. Oppure, dopo un lungo silenzio pieno di otto occhî imbecilli, uscivano improvvisamente in una sghignazzata collettiva di cui nessuno riusciva a spiegarsi il perché. Finché tre o quattro schiaffi tremendi li lasciavano completamente interdetti, loro e anche tutto il parentorio, incerto fra la cristiana compassione e il cristiano senso del "ben meritato!".
Ma insomma, sono particolari di poca importanza: nonostante i pantaloni frusti dei quattro disperati e l'acquisita parentela dei Pizzigoni, (parenti però, a loro volta, dei nobili Pizzigoni di Gavirate, quelli di via Spiga), la famiglia da cui discendevano Donna Ernesta e suo fratello il nob. Gianmaria Cavigioli, era una delle più distinte famiglie della nostra vecchia e cara Milano.
Gente ancora di vecchio stampo, intendiamoci, ossia, quel che è giusto è giusto: non si può pretendere di rimaner sempre allo stesso punto, una nazione moderna deve pur evolversi, deve progredire, anche il compianto nob. Emmanuele Lattuada lo diceva sempre, fra un domino e l'altro, alla Patriottica, suscitando la giusta ammirazione. Ma si dice per dire, la serietà, la dirittura del carattere, quel bisogno di fondarsi sul solido, quei principî sani e nello stesso tempo moderni, che sono la più sicura base della famiglia e nello stesso tempo della società: che sono l'"arra", come diceva la Perseveranza.


© 
Carlo Emilio Gadda 


 

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