Da "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald, Mondadori Editore, 1950


Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. «Quando ti vien voglia di criticare qualcuno» mi disse «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.»
Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati. La mente anormale è pronta a scoprire questa particolarità e ad aggrapparvisi, quando si manifesti in una persona normale, e così accadde che all'università fui ingiustamente accusato di essere un politicante perché ero al corrente dei dolori segreti di strani uomini sconosciuti. La maggior parte delle confidenze non erano provocate: spesso ho finto di aver sonno, o di esser preoccupato, o sono giunto a ostentare un'indifferenza ostile, quando capivo da qualche segno inconfondibile che si profilava all'orizzonte una rivelazione intima; perché le rivelazioni intime dei giovani, o almeno i termini nei quali questi le esprimono, di solito sono plagiarie e deformate da evidenti omissioni. L'evitare i giudizi è fonte di speranza infinita. Temo ancora adesso che perderei qualcosa se dimenticassi che, come mio padre mi ha snobisticamente insegnato e io snobisticamente ripeto, il senso della dignità fondamentale è distribuito con parzialità alla nascita.
Ma dopo essermi così vantato della mia tolleranza, voglio ammettere che essa ha i suoi limiti. La condotta può fondarsi sulla roccia salda o sulle paludi malfide, ma a un certo punto non mi importa più su che cosa si fondi. L'autunno scorso, quando ritornai dall'Est, mi pareva di desiderare che il mondo intero fosse in uniforme e in una specie di eterno "attenti" morale; non volevo più scorrerie ribelli e indiscrezioni privilegiate nel cuore umano. Soltanto Gatsby, colui che dà nome a questo libro, restava fuori dalla mia reazione: Gatsby, che rappresentava tutto ciò che suscita in me disprezzo genuino. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c'era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se egli fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a ventimila chilometri di distanza.
Questa capacità di reazione non aveva niente a che fare con l'impressionabilità flaccida che viene classificata col nome di "temperamento creativo": era una dote straordinaria di speranza, una prontezza romantica quale non ho mai trovato in altri, e quale probabilmente non troverò mai più. No: Gatsby alla fine si rivelò a posto; fu ciò che lo minava, la polvere sozza che fluttuava nella scia dei suoi sogni a stroncare momentaneamente il mio interesse nei dolori passeggeri e nei fuggevoli orgogli degli uomini. Appartengo ad una famiglia da tre generazioni agiata e influente in questa città del Middle West. I Carraway sono una specie di clan e secondo la tradizione discendono dai duchi di Buccleuch, ma il vero fondatore del mio ramo è stato il fratello di mio nonno, che è venuto qui nel '51, ha mandato un sostituto alla Guerra Civile e si è messo negli affari vendendo ferramenta all'ingrosso e creando un'azienda che mio padre manda avanti tuttora. Non ho mai visto questo prozio, ma pare che gli assomigli; in particolare, pare che assomigli al quadro piuttosto brutto appeso nello studio di mio padre. Mi laureai a New Haven nel 1915, esattamente un quarto di secolo dopo mio padre, e poco dopo partecipai a quella migrazione teutonica procrastinata, nota come la Grande Guerra. Apprezzai la controffensiva così profondamente da ritornare irrequieto. Invece di sembrarmi il caldo centro del mondo, il Middle West ormai mi parve l'estremità slabbrata dell'universo; così decisi di andare nell'Est a imparare il lavoro di borsa. Tutta la gente che conoscevo lavorava in borsa, perciò pensavo che almeno un posto per me vi fosse ancora. Tutte le zie e gli zii ne discussero come se mi stessero scegliendo un'università, e alla fine dissero: "Be'... sss-ì" con facce molto serie ed esitanti. Mio padre acconsentì a sovvenzionarmi per un anno, e, dopo vari rinvii, nella primavera del ventidue venni nell'Est, come credevo, per sempre. Era difficile trovare alloggio in città, ma faceva caldo e io arrivavo da una regione di ampie praterie e alberi incoraggianti; così, quando un collega d'ufficio propose di prendere una casa in società in una cittadina vicina, la sua mi parve un'idea straordinaria. Trovò la casa, un bungalow di cartapesta logora, per ottanta dollari al mese, ma all'ultimo momento la direzione lo mandò a Washington e io andai in campagna da solo. Avevo un cane -almeno lo ebbi per qualche giorno finche mi scappò -una vecchia Dodge e una domestica finlandese, che mi faceva il letto e la colazione e mormorava tra se frasi di saggezza finnica sul fornello elettrico.
Mi sentii solo per un paio di giorni, finche una mattina un tale, arrivato dopo di me, mi fermò per la strada.
«Da che parte, per West Egg?» chiese sgomento.
Glielo dissi. E quando ripresi a camminare non mi sentii più solo. Ero una guida, un esploratore di sentieri, un indigeno. Senza saperlo quel tale mi aveva conferito il diritto di cittadinanza nella zona.
E così col sole e le grandi esplosioni di foglie che crescevano sugli alberi, proprio come crescono le cose nei film accelerati, mi venne la solita convinzione che la vita ricominciasse con l' estate.
In primo luogo c'erano tante cose da leggere, e tanta buona salute da strappare alla giovane aria rincuorante.
Comprai una dozzina di volumi sulla banca, il credito e le garanzie degli investimenti di capitale, i quali dallo scaffale, rossi e oro come denaro nuovo di zecca, mi promisero di rivelarmi fulgidi segreti noti soltanto a Mida e Morgan e Mecenate. E avevo la ferma intenzione di leggere anche molte altre cose. Ero stato piuttosto intellettuale, in università -un anno avevo scritto una serie di articoli di fondo molto solenni e convenzionali per lo YaIe News -e ora tutte queste cose avrebbero di nuovo fatto parte della mia vita; sarei ridiventato il più limitato di tutti gli esperti, "l'uomo versato un po in tutto". Questa non è soltanto una battuta di spirito: dopo tutto la vita si osserva con maggior vantaggio da una finestra sola.
Fu un caso, che avessi affittato una villa in una delle cittadine più strane del Nord America. Si trovava su quella snella isola ribelle che si stende a est di New York e dove, fra le altre curiosità naturali, vi sono due insolite formazioni telluriche. A una trentina di chilometri dalla città due uova enormi, identiche nel contorno e divise soltanto da una baia, si gettano nel tratto d'acqua salata più addomesticata dell'emisfero occidentale, quel grande cortile sommerso che è lo stretto di Long Island. Non sono perfettamente ovali -come l'uovo della storiella di Colombo, sono tutt' e due schiacciate all'estremità sulla quale posano -ma la loro somiglianza fisica deve essere fonte di stupore perpetuo per i gabbiani che vi volano sopra. Per gli esseri non alati, il più interessante fenomeno è la loro diversità in ogni particolare che non sia la forma e la dimensione.
Io abito a West Egg, quella... be', quella meno alla moda delle due, per quanto questa sia la formula più superficiale per esprimere il contrasto bizzarro che esisteva tra loro. La mia casa era all'estremità dell'uovo, a una cinquantina di metri soltanto dallo stretto, presa tra due edifici enormi che venivano affittati a dodici o quindicimila dollari per stagione. Quello alla mia destra era qualcosa di colossale sotto tutti i punti di vista: una copia accurata di qualche Hotel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, incredibilmente nuova sotto una barba rada di edera ancora giovane, una piscina di marmo e più di venti ettari di prato e giardino. Era il palazzo di Gatsby. O meglio, siccome non conoscevo ancora il signor Gatsby, era un palazzo abitato da un signore di quel nome. Quanto alla mia casa, era un pugno in un occhio, ma un pugno tanto piccolo da essere trascurabile, così avevo il panorama sul mare, la vista parziale sul prato del mio vicino e la rassicurante prossimità di gente milionaria, tutto per ottanta dollari al mese.
Di là dalla baia gli edifici bianchi della mondanissima East Egg luccicavano lungo il filo dell'acqua, e la storia di quella estate incomincia praticamente con la sera che vi andai a cenare, in casa di Tom Buchanan. Daisy, sua moglie, era una mia cugina in seconda dal lato paterno e Tom lo avevo conosciuto all'università. Subito dopo la guerra passai due giorni con loro a Chicago.
Il marito di Daisy, tra le varie doti fisiche, aveva quella di essere una delle ali più potenti che mai avessero giocato al calcio a New Haven; era, per così dire, una figura nazionale, uno di quegli uomini che raggiungono a ventun anni una fama così ben definita che tutto ciò che fanno dopo perde al confronto ogni importanza. Apparteneva a una famiglia enormemente ricca -perfino all'università la disinvoltura con la quale spendeva quattrini era oggetto di biasimo -ma ora si era trasferito da Chicago nell'Est con un tono che quasi toglieva il fiato; per esempio, aveva portato con se da Lake Forrest una mandria di cavallini da polo. Era difficile rendersi conto che un uomo della mia generazione fosse abbastanza ricco da poterlo fare. Perché fossero venuti nell'Est, non lo so. Avevano passato un anno in Francia senza motivi particolari, e poi erano stati sospinti qua e là, irrequieti, dovunque qualcuno giocasse al polo e fosse ricco. Questa era una sistemazione definitiva, disse Daisy al telefono, ma io non ci credevo: non sapevo leggere nel cuore di Daisy, ma sapevo che Tom sarebbe rimasto eternamente in moto, alla nostalgica ricerca di qualche squadra di calcio, drammaticamente compromessa nel campionato e di cui potesse rialzare le sorti.
E così accadde che una calda sera piena di vento andai a East Egg a trovare due vecchi amici che conoscevo a malapena. La loro casa era perfino più complicata di quanto mi aspettassi: si trattava di un giocondo palazzo coloniale georgiano bianco e rosso che dominava la baia. Il prato incominciava sulla spiaggia e si stendeva per mezzo chilometro fino all'ingresso principale della casa, scavalcando meridiane e sentieri lastricati di mattoni e giardini fiammeggianti per innalzarsi poi, giunto alla fine, quasi sotto la spinta della corsa, in rampicanti vivaci. La facciata era spezzata da una fila di porte-finestre, ora rilucenti d'oro riflesso e spalancate al vento caldo del pomeriggio, e Tom Buchanan, vestito da cavallerizzo, era in piedi a gambe divaricate,sulla veranda.
Era cambiato, dai tempi di New Haven. Adesso era un uomo sui trent'anni, biondo-paglia, massiccio, dalla bocca dura e dai modi altezzosi. Due occhi lucidi e arroganti gli avevano stampato in viso la capacità di dominio e gli davano l'aria di sporgersi continuamente in avanti con fare aggressivo. Neanche l'eleganza effeminata degli abiti da cavallerizzo riusciva a celare la forza enorme di quel corpo: pareva che Tom stipasse gli stivali lucenti fino a forzarne i lacci e quando muoveva la spalla sotto la giacca leggera era visibile un gran fascio di muscoli. Era un corpo poderoso, dalla forza enorme: un corpo crudele.
Quando parlava, la voce un po' aspra e rauca accresceva l'impressione di prepotenza che emanava da lui. Vi era in quella voce un tocco di disprezzo paterno, anche per le persone alle quali voleva bene; e a New Haven vi era gente che detestava la sua aggressività.
"Ma non credere che il mio parere sia definitivo in questa faccenda" pareva dire "soltanto perché sono più forte e più in gamba di te." Eravamo iscritti alla stessa associazione studentesca "degli anziani", e per quanto non fossimo mai stati intimi ebbi sempre l'impressione che mi stimasse e desiderasse riuscirmi simpatico con una sua premura rozza e provocante.


 

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