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Il Gomito del Francese era un tratto di ricco terreno
alluvionale, venti miglia a sud-est di ]efferson. Remoto
in seno alle colline, ben definito e pur privo di confini,
a cavalcioni di due contee ma da nessuna dipendente,
esso era stato concessione e sito originario di una mostruosa piantagione prima della Guerra Civile, e i ruderi
di questa -il guscio sventrato di una casa enorme, dalle
scuderie e dai quartieri rustici crollanti, dai giardini, dalle
terrazze e dai passeggi invasi d'erba -si chiamavano tuttora il Vecchio Francese, sebbene il tracciato originario
esistesse ormai soltanto su vecchie carte ingiallite nell'ufficio della Cancelleria presso il tribunale di contea a
]efferson, e qualcuno dei campi una volta tanto fertili
fosse da tempo ricaduto nello stato vergine di canneto
sparso di cipressi, donde il suo primo padrone l'aveva
strappato con l'accetta.
Questi era stato con molta probabilità uno straniero,
benché non necessariamente francese, dato che per la
gente venuta dopo, la quale aveva quasi del tutto cancellato le tracce del suo soggiorno, chiunque parlasse con accento straniero o avesse una presenza o anche soltanto
un'occupazione un po' insolita, non poteva essere se non
francese, a dispetto di ogni sua protesta, allo stesso modo
che per i suoi piu inciviliti coetanei (se, per esempio,
avesse scelto di stabilirsi a ]efferson) sarebbe stato olandese. Ma attualmente nessuno sapeva come fosse finito,
nemmeno Will Varner che aveva sessant'anni ed era proprietario di gran parte della vecchia concessione, compreso il sito del maniero in rovina. Giacché ora lo straniero, il Francese, era scomparso, con la famiglia, con
gli schiavi, con tutta la sua magnificenza. Quella distesa
di campagna ch'era stata il suo sogno, era adesso scompartita in tanti piccoli poderi ipotecati e miserabili, che
facevano litigare i direttori delle banche di ]efferson e
finivano proprietà di Will Varner. Tutto ciò che restava
di quell'uomo era il letto del fiume, che i suoi negri avevano raddrizzato per quasi dieci miglia onde proteggere
il terreno dalle inondazioni, e lo scheletro della casa
mostruosa, che ormai da trent'anni i suoi eredi in senso
lato avevano abbattuto e spaccato -colonnette e ringhiere a chiocciola in legno di noce, palchetti di quercia
che cinquant'anni dopo sarebbero diventati inestimabili,
e persino le assicelle del tetto- come legna da ardere.
Anche il suo nome era dimenticato, e il suo orgoglio
ridotto alla leggenda di una terra da lui strappata alla
giungla e domata, quale monumento alla denominazione
che gli uomini venuti dopo, su carri sconquassati, a dorso
di mulo e persino a piedi, con fucili a selce e i cani e i
bambini e rustici alambicchi per il whisky e il salterio
protestante, non avrebbero nemmeno saputo leggere, figurarsi se pronunciare. La sua terra ora non aveva più
nulla a che fare con nessun uomo del passato -il suo
sogno e il suo orgoglio erano polverizzati con la polvere
defunta delle sue ossa senza nome, la sua leggenda divenuta la semplice tenace storia del denaro da lui sepolto
chi sa dove in quel terreno quando il generale Grant
aveva corso il paese alla volta di Vicksburg.
La gente sua erede veniva dal Nord-Est, passando per
le montagne del Tennessee, dove ciascuna tappa era
stata contrassegnata dalla nascita e crescita di una generazione. Venivano dalla costa atlantica, e prima ancora
dall'Inghilterra e dalle frontiere della Scozia e del Galles,
come certuni dei loro nomi dicevano -Turpin, Haley e
Whittington; McCallum, Murray, Leonard e Littlejohn-
altri, come Riddup, Armstid e Doshey, venivano da
chi sa dove, poiché chi avrebbe voluto scegliere deliberatamente per se uno di questi nomi? Con se non portavano schiavi né servitori; in verità, ciò che portavano la
maggior parte poteva tenerselo in mano -e così faceva.
Occuparono terreni e costruirono baracche di una o due
stanze né si sognarono di verniciarle; si sposarono tra
loro, misero al mondo bambini, a una a una aggiunsero
altre stanze alle primitive baracche e nemmeno queste le
verniciarono. Altro non fecero. I loro discendenti continuarono a piantar cotone nel fondo-valle, e granturco
sulle alture. Col granturco, nei cantucci segreti delle colline fabbricavano il whisky, e quello che non bevevano
lo vendevano. Ogni tanto un agente federale andava nella
campagna e spariva. Accadeva che qualche indumento
dello scomparso -un cappello di feltro, una giubba di
panno, un paio di scarpe cittadine o addirittura la pistola- facessero bella mostra su un bimbo, su un vecchio,
su una donna. Gli agenti di contea non davano nessuna
noia a questa gente, tranne nei mesi che seguivano le
elezioni. Questa gente manteneva le proprie chiese e scuole, si sposavano e tra loro commettevano qualche volta
adulteri, più spesso omicidi; fungevano essi stessi da
giudici e da carnefici. Erano protestanti e democratici
e prolifici assai; non c'era un solo proprietario negro
in tutta la zona. I negri forestieri non volevano saperne
di passarci dopo il tramonto.
Will Varner, l'attuale padrone del Vecchio Francese,
era l'uomo più importante del luogo. Era il massimo latifondista e capo-distretto di una contea, il giudice di pace dell'altra, in entrambe era commissario alle elezioni,
e quindi la fonte, se non del diritto, certo del consiglio e della prudenza tra gente che, se mai avesse sentita la parola costituzione, certo l'avrebbe ripudiata, e che veniva
a scomodarlo come chi chiede non Che devo fare ma
Che pensate che vi piacerebbe facessi se foste in grado di
farmelo fare. Era un agricoltore, un usuraio, un veterinario; di lui disse il giudice Benbow di ]efferson che
mai mula venne salassata né urna imbottita di voti da
uomo più mellifluo. Possedeva lui la maggior parte del
terreno buono e teneva ipoteche su quasi tutto il resto.
Possedeva nel villaggio l'emporio, la sgranatrice, il mulino e la fucina associati, e che un uomo del luogo facesse
acquisti, sgranasse il cotone, macinasse il grano o ferrasse i cavalli altrove, era ritenuta un'idea, a dir poco,
infelice. Era sottile come un palo di steccato e suppergiù
della medesima lunghezza, con capelli e baffi rosso-grigi,
e azzurri occhietti duri e lustri dall'aria innocente: pareva il sovrintendente di una scuola domenicale metodista
che nei giorni feriali facesse il capo di un treno-viaggiatori o viceversa, e fosse il padrone della chiesa o della
ferrovia o magari di entrambe. Era uomo scaltro, segreto
e giulivo, di disposizioni rabelaisiane e con ogni probabilità tuttora sessualmente vigoroso (aveva avuto dalla
moglie sedici figli, sebbene in casa non ne rimanessero
che due: gli altri erano sparsi, accasati o sepolti, da El
Paso alla frontiera dell'Alabama) come dimostrava il suo
ciuffo di capelli che ancora a sessant'anni era più rosso
che grigio. Era insieme attivo e indolente, e (lasciando al
figlio gli affari di famiglia) spendeva tutto il suo tempo
in far nulla; prima ancora che il figlio scendesse a colazione spariva di casa, nessuno sapeva per dove, salvo
che in qualunque momento poteva capitare di vedere dovunque entro il raggio di dieci miglia lui e il suo vecchio
cavallone bianco; e almeno una volta al mese, durante
la primavera, l'estate e il primo autunno, legato il vecchio
cavallo a un vicino palo di steccato, capitava che qualcuno lo vedesse seduto su una rustica seggiola nel prato
inselvatichito del sito del Vecchio Francese. La sedia
gliel'aveva fatta il suo fabbro segando per la metà un
barile da farina vuoto, adattandovi spalliere e inchiodandovi un sedile. Qui Varner , ciccando o fumando la pipa
di pannocchia, gettando ai passanti brusche parole di saluto che per quanto gaie non incoraggiavano alla compagnia, sedeva davanti al suo sfondo di decaduto splendor
baronale. Tutti quanti (quelli che lo vedevano seduto là
e quelli che ne sentivano parlare) erano convinti che
se ne stesse a meditare, così solo, il suo prossimo incameramento d'ipoteca, dato che di spiegazioni egli ne forniva soltanto a un piazzista girovago di macchine da cucire, certo Ratliff -un uomo che non aveva la metà dei
suoi anni. "Mi piace starci seduto" diceva. "Cerco di
capire come doveva sentirsi quello scemo che aveva bisogno di tanta roba" -non si muoveva, non faceva tanto
da indicare alle sue spalle col capo il cumulo di vecchi
mattoni e di passeggi ostruiti, sovrastato dal gran rudere
a colonne - "solo per mangiare e dormirci dentro". Poi
diceva -e non dava a Ratliff altro indizio della verità- :
"Per un po' tutto faceva pensare che me ne sarei liberato, che non l'avrei più veduto. Ma perdio la gente è
adesso cosi infingarda che non vogliono nemmeno appoggiare una scala per portar via il resto delle assi. Sembra
che preferiscano andare nei boschi e buttar giù un albero,
piuttosto che cercare più in su delle loro orecchie un pezzo di pino da bruciare. Tutto sommato, ho idea che mi
terrò quanto resta, così, per ricordare l'unico sbaglio che
ho fatto. È la sola cosa comprata in vita mia che non son
mai riuscito a vendere".
Suo figlio, Jody, era un uomo sulla trentina, florido e
gonfio, leggermente tiroidico, e non soltanto era scapolo
ma emanava un'invincibile e inviolabile atmosfera di celibato, così come certa gente passa per esalare l'odore
della santità o della spiritualità. Un omone costui, che
già prometteva una pancia considerevole entro i prossimi
dodici anni, sebbene per il momento riuscisse ancora ad
arrogarsi un che di attillato e speditamente dongiovannesco. Portava, estate e inverno (salvo che nella bella stagione faceva a meno della giacca), domenica e giorni feriali, una camicia bianca lucida, senza colletto, chiusa alla gola con un grosso bottone d'oro, e sopra un abito di
buon panno nero. Indossava quest'abito il giorno stesso
che lo riceveva dal sarto di ]efferson e lo portava di seguito ogni giorno e con ogni tempo finche non lo rivendeva a uno dei dipendenti negri della famiglia, sostituendolo immediatamente col successivo. Sicché la sera
di qualunque domenica ci si poteva imbattere -subito
riconoscendolo- in un suo vecchio completo o in qualcuno dei suoi pezzi, a passeggio per le strade estive. In
contrasto con le invariabili tute degli uomini tra cui viveva, egli aveva un aspetto non proprio funereo ma di cerimonia -e ciò per via di quella sua invincibile aria di
celibato: sicché guardandolo era dato scorgere, sotto la
flaccidezza e la massa opaca, il perenne e immortale
Amico Scapolo, l'apoteosi dell'Isolato maschio, allo stesso modo che sotto gli idropici tessuti di un terzino classe
1909 ci si raffigura lo sparuto e vigoroso fantasma che
un giorno ha maneggiato un pallone. Egli era il nono
dei sedici figli di suo padre. Dirigeva l'emporio di cui
suo padre era tuttora titolare e dove si trafficava specialmente in ipoteche incamerate; dirigeva la sgranatrice; e
sovrintendeva agli sparsi poderi che, suo padre dapprima e poi entrambi in società, erano andati acquistando
negli ultimi quarant'anni.
Un pomeriggio si trovava nell'emporio, intento a tagliare pezzi di fune da un rocchetto di corda nuova di
cotone e inanellarli in regolari nodi scorsoi alla marinara
sopra una serie di chiodi sulla parete, quando un rumore
alle spalle lo fece voltare, e vide, sagomato nel vuoto della porta, un uomo
più basso del normale, dal gran cappello e dalla giacca per lui troppo larga, piantato con una
curiosa sorta di rigidezza. "Varner?" disse costui, con
una voce non esattamente aspra o almeno non tanto volutamente aspra quanto rugginosa per l'uso infrequente.
"Sono uno dei Varner" disse ]ody, con la sua voce
garbata, blanda e dura. "Che cosa volete?"
"Mi chiamo Snopes. Ho sentito che avete un podere
da affittare."
William Faulkner |