Da "Il borgo" di William Faulkner, trad. di C. Pavese, Oscar Mondadori, 1980

    

Il Gomito del Francese era un tratto di ricco terreno alluvionale, venti miglia a sud-est di ]efferson. Remoto in seno alle colline, ben definito e pur privo di confini, a cavalcioni di due contee ma da nessuna dipendente, esso era stato concessione e sito originario di una mostruosa piantagione prima della Guerra Civile, e i ruderi di questa -il guscio sventrato di una casa enorme, dalle scuderie e dai quartieri rustici crollanti, dai giardini, dalle terrazze e dai passeggi invasi d'erba -si chiamavano tuttora il Vecchio Francese, sebbene il tracciato originario esistesse ormai soltanto su vecchie carte ingiallite nell'ufficio della Cancelleria presso il tribunale di contea a ]efferson, e qualcuno dei campi una volta tanto fertili fosse da tempo ricaduto nello stato vergine di canneto sparso di cipressi, donde il suo primo padrone l'aveva strappato con l'accetta.
Questi era stato con molta probabilità uno straniero, benché non necessariamente francese, dato che per la gente venuta dopo, la quale aveva quasi del tutto cancellato le tracce del suo soggiorno, chiunque parlasse con accento straniero o avesse una presenza o anche soltanto un'occupazione un po' insolita, non poteva essere se non francese, a dispetto di ogni sua protesta, allo stesso modo che per i suoi piu inciviliti coetanei (se, per esempio, avesse scelto di stabilirsi a ]efferson) sarebbe stato olandese. Ma attualmente nessuno sapeva come fosse finito, nemmeno Will Varner che aveva sessant'anni ed era proprietario di gran parte della vecchia concessione, compreso il sito del maniero in rovina. Giacché ora lo straniero, il Francese, era scomparso, con la famiglia, con gli schiavi, con tutta la sua magnificenza. Quella distesa di campagna ch'era stata il suo sogno, era adesso scompartita in tanti piccoli poderi ipotecati e miserabili, che facevano litigare i direttori delle banche di ]efferson e finivano proprietà di Will Varner. Tutto ciò che restava di quell'uomo era il letto del fiume, che i suoi negri avevano raddrizzato per quasi dieci miglia onde proteggere il terreno dalle inondazioni, e lo scheletro della casa mostruosa, che ormai da trent'anni i suoi eredi in senso lato avevano abbattuto e spaccato -colonnette e ringhiere a chiocciola in legno di noce, palchetti di quercia che cinquant'anni dopo sarebbero diventati inestimabili, e persino le assicelle del tetto- come legna da ardere. Anche il suo nome era dimenticato, e il suo orgoglio ridotto alla leggenda di una terra da lui strappata alla giungla e domata, quale monumento alla denominazione che gli uomini venuti dopo, su carri sconquassati, a dorso di mulo e persino a piedi, con fucili a selce e i cani e i bambini e rustici alambicchi per il whisky e il salterio protestante, non avrebbero nemmeno saputo leggere, figurarsi se pronunciare. La sua terra ora non aveva più nulla a che fare con nessun uomo del passato -il suo sogno e il suo orgoglio erano polverizzati con la polvere defunta delle sue ossa senza nome, la sua leggenda divenuta la semplice tenace storia del denaro da lui sepolto chi sa dove in quel terreno quando il generale Grant aveva corso il paese alla volta di Vicksburg.
La gente sua erede veniva dal Nord-Est, passando per le montagne del Tennessee, dove ciascuna tappa era stata contrassegnata dalla nascita e crescita di una generazione. Venivano dalla costa atlantica, e prima ancora dall'Inghilterra e dalle frontiere della Scozia e del Galles, come certuni dei loro nomi dicevano -Turpin, Haley e Whittington; McCallum, Murray, Leonard e Littlejohn- altri, come Riddup, Armstid e Doshey, venivano da chi sa dove, poiché chi avrebbe voluto scegliere deliberatamente per se uno di questi nomi? Con se non portavano schiavi né servitori; in verità, ciò che portavano la maggior parte poteva tenerselo in mano -e così faceva. Occuparono terreni e costruirono baracche di una o due stanze né si sognarono di verniciarle; si sposarono tra loro, misero al mondo bambini, a una a una aggiunsero altre stanze alle primitive baracche e nemmeno queste le verniciarono. Altro non fecero. I loro discendenti continuarono a piantar cotone nel fondo-valle, e granturco sulle alture. Col granturco, nei cantucci segreti delle colline fabbricavano il whisky, e quello che non bevevano lo vendevano. Ogni tanto un agente federale andava nella campagna e spariva. Accadeva che qualche indumento dello scomparso -un cappello di feltro, una giubba di panno, un paio di scarpe cittadine o addirittura la pistola- facessero bella mostra su un bimbo, su un vecchio, su una donna. Gli agenti di contea non davano nessuna noia a questa gente, tranne nei mesi che seguivano le elezioni. Questa gente manteneva le proprie chiese e scuole, si sposavano e tra loro commettevano qualche volta adulteri, più spesso omicidi; fungevano essi stessi da giudici e da carnefici. Erano protestanti e democratici e prolifici assai; non c'era un solo proprietario negro in tutta la zona. I negri forestieri non volevano saperne di passarci dopo il tramonto.
Will Varner, l'attuale padrone del Vecchio Francese, era l'uomo più importante del luogo. Era il massimo latifondista e capo-distretto di una contea, il giudice di pace dell'altra, in entrambe era commissario alle elezioni, e quindi la fonte, se non del diritto, certo del consiglio e della prudenza tra gente che, se mai avesse sentita la parola costituzione, certo l'avrebbe ripudiata, e che veniva a scomodarlo come chi chiede non Che devo fare ma Che pensate che vi piacerebbe facessi se foste in grado di farmelo fare. Era un agricoltore, un usuraio, un veterinario; di lui disse il giudice Benbow di ]efferson che mai mula venne salassata né urna imbottita di voti da uomo più mellifluo. Possedeva lui la maggior parte del terreno buono e teneva ipoteche su quasi tutto il resto. Possedeva nel villaggio l'emporio, la sgranatrice, il mulino e la fucina associati, e che un uomo del luogo facesse acquisti, sgranasse il cotone, macinasse il grano o ferrasse i cavalli altrove, era ritenuta un'idea, a dir poco, infelice. Era sottile come un palo di steccato e suppergiù della medesima lunghezza, con capelli e baffi rosso-grigi, e azzurri occhietti duri e lustri dall'aria innocente: pareva il sovrintendente di una scuola domenicale metodista che nei giorni feriali facesse il capo di un treno-viaggiatori o viceversa, e fosse il padrone della chiesa o della ferrovia o magari di entrambe. Era uomo scaltro, segreto e giulivo, di disposizioni rabelaisiane e con ogni probabilità tuttora sessualmente vigoroso (aveva avuto dalla moglie sedici figli, sebbene in casa non ne rimanessero che due: gli altri erano sparsi, accasati o sepolti, da El Paso alla frontiera dell'Alabama) come dimostrava il suo ciuffo di capelli che ancora a sessant'anni era più rosso che grigio. Era insieme attivo e indolente, e (lasciando al figlio gli affari di famiglia) spendeva tutto il suo tempo in far nulla; prima ancora che il figlio scendesse a colazione spariva di casa, nessuno sapeva per dove, salvo che in qualunque momento poteva capitare di vedere dovunque entro il raggio di dieci miglia lui e il suo vecchio cavallone bianco; e almeno una volta al mese, durante la primavera, l'estate e il primo autunno, legato il vecchio cavallo a un vicino palo di steccato, capitava che qualcuno lo vedesse seduto su una rustica seggiola nel prato inselvatichito del sito del Vecchio Francese. La sedia gliel'aveva fatta il suo fabbro segando per la metà un barile da farina vuoto, adattandovi spalliere e inchiodandovi un sedile. Qui Varner , ciccando o fumando la pipa di pannocchia, gettando ai passanti brusche parole di saluto che per quanto gaie non incoraggiavano alla compagnia, sedeva davanti al suo sfondo di decaduto splendor baronale. Tutti quanti (quelli che lo vedevano seduto là e quelli che ne sentivano parlare) erano convinti che se ne stesse a meditare, così solo, il suo prossimo incameramento d'ipoteca, dato che di spiegazioni egli ne forniva soltanto a un piazzista girovago di macchine da cucire, certo Ratliff -un uomo che non aveva la metà dei suoi anni. "Mi piace starci seduto" diceva. "Cerco di capire come doveva sentirsi quello scemo che aveva bisogno di tanta roba" -non si muoveva, non faceva tanto da indicare alle sue spalle col capo il cumulo di vecchi mattoni e di passeggi ostruiti, sovrastato dal gran rudere a colonne - "solo per mangiare e dormirci dentro". Poi diceva -e non dava a Ratliff altro indizio della verità- : "Per un po' tutto faceva pensare che me ne sarei liberato, che non l'avrei più veduto. Ma perdio la gente è adesso cosi infingarda che non vogliono nemmeno appoggiare una scala per portar via il resto delle assi. Sembra che preferiscano andare nei boschi e buttar giù un albero, piuttosto che cercare più in su delle loro orecchie un pezzo di pino da bruciare. Tutto sommato, ho idea che mi terrò quanto resta, così, per ricordare l'unico sbaglio che ho fatto. È la sola cosa comprata in vita mia che non son mai riuscito a vendere".
Suo figlio, Jody, era un uomo sulla trentina, florido e gonfio, leggermente tiroidico, e non soltanto era scapolo ma emanava un'invincibile e inviolabile atmosfera di celibato, così come certa gente passa per esalare l'odore della santità o della spiritualità. Un omone costui, che già prometteva una pancia considerevole entro i prossimi dodici anni, sebbene per il momento riuscisse ancora ad arrogarsi un che di attillato e speditamente dongiovannesco. Portava, estate e inverno (salvo che nella bella stagione faceva a meno della giacca), domenica e giorni feriali, una camicia bianca lucida, senza colletto, chiusa alla gola con un grosso bottone d'oro, e sopra un abito di buon panno nero. Indossava quest'abito il giorno stesso che lo riceveva dal sarto di ]efferson e lo portava di seguito ogni giorno e con ogni tempo finche non lo rivendeva a uno dei dipendenti negri della famiglia, sostituendolo immediatamente col successivo. Sicché la sera di qualunque domenica ci si poteva imbattere -subito riconoscendolo- in un suo vecchio completo o in qualcuno dei suoi pezzi, a passeggio per le strade estive. In contrasto con le invariabili tute degli uomini tra cui viveva, egli aveva un aspetto non proprio funereo ma di cerimonia -e ciò per via di quella sua invincibile aria di celibato: sicché guardandolo era dato scorgere, sotto la flaccidezza e la massa opaca, il perenne e immortale Amico Scapolo, l'apoteosi dell'Isolato maschio, allo stesso modo che sotto gli idropici tessuti di un terzino classe 1909 ci si raffigura lo sparuto e vigoroso fantasma che un giorno ha maneggiato un pallone. Egli era il nono dei sedici figli di suo padre. Dirigeva l'emporio di cui suo padre era tuttora titolare e dove  si trafficava specialmente in ipoteche incamerate; dirigeva la sgranatrice; e sovrintendeva agli sparsi poderi che, suo padre dapprima e poi entrambi in società, erano andati acquistando negli ultimi quarant'anni.
Un pomeriggio si trovava nell'emporio, intento a tagliare pezzi di fune da un rocchetto di corda nuova di cotone e inanellarli in regolari nodi scorsoi alla marinara sopra una serie di chiodi sulla parete, quando un rumore alle spalle lo fece voltare, e vide, sagomato nel vuoto della porta, un uomo più basso del normale, dal gran cappello e dalla giacca per lui troppo larga, piantato con una curiosa sorta di rigidezza. "Varner?" disse costui, con una voce non esattamente aspra o almeno non tanto volutamente aspra quanto rugginosa per l'uso infrequente.
"Sono uno dei Varner" disse ]ody, con la sua voce garbata, blanda e dura. "Che cosa volete?"
"Mi chiamo Snopes. Ho sentito che avete un podere da affittare."

William Faulkner


 
 

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