Da "Il caso dello scrittore tormentato" di John Fante, Marcos y Marcos 2000

    

Tre anni fa ce ne andammo da Los Angeles e comprammo una casa a Roseville, cittadina sulla ferrovia vicino a Sacramento. Sulle prime, per motivi che poi spiegherò, a mia moglie quella casa non piacque. Però eravamo stanchi di cercare, il prezzo era alla nostra portata, e a me il posto piaceva pure.
Una domanda sorge spontanea: primo, che accidenti ci facevamo a Roseville, dal momento che è un posto così rumoroso? A diciotto miglia dalla capitale dello Stato, Roseville è il principale snodo ferroviario della Southern Pacific Railroad. La popolazione è di circa dodicimila unità e ci sono più vagoni che persone. Lo scalo ferroviario è il più grande della costa d cI Pacifico, anche più di quello di Los Angeles. Giorno e notte, la cittadina è martellata da un gran fracasso: locomotive che sbuffano, freni che stridono, e un incessante urtarsi di vagoni rimorchiati allo scalo.
Erano due le ragioni del nostro trasferimento a Roseville, e la prima è così contraddittoria che esito a spiegarla; insomma, volevamo andare a stare in un posto tranquillo in campagna. Roseville non è un posto tranquillo, e non è nemmeno in campagna. La seconda ragione erano i nostri parenti. La madre di mia moglie ci abitava, e così pure il mio vecchio e mia mamma.
E insomma ecco qua questa casa: il tipico posto che una società di costruzioni potrebbe scegliere a emblema dello stile di vita americano, un accogliente bungalow bianco posato su un tappeto di prato verde e cinto dagli eucalipti. Era un edificio a due piani con una vistosa veranda che trasudava l'Orgoglio-di-essere-proprietari. Si trovava in una zona chiamata Sunshine Heights, e questo era l'indirizzo completo: 1515 Harmony Lane. C'era tutto quello che serviva.
Prima di comprarla avevo chiesto al mio vecchio di darle un ' occhiata. E benché lui di mestiere faccia il muratore, questo fu un errore. Con il sigaro in bocca, il mio vecchio fece una rapida ispezione delle stanze vuote. Non ne fu impressionato. Poi scese nell'ampio seminterrato in cemento. Ci passò molto tempo, e infine ne riemerse avvolto di ragnatele e di entusiasmo. Il che era perfettamente naturale, dal momento che casa sua non possedeva un locale simile e per anni lui aveva sentito il bisogno di un bel posto fresco dove far invecchiare un duecento galloni di chiaretto della Valle di Sacramento. «Bella casa» disse. «Una delle migliori di tutta la città. Bella e solida. Il seminterrato è molto bello. Comprala». Mia moglie frenava. Da bambina aveva conosciuto la famiglia infelice che un tempo aveva vissuto in quella casa. Significativamente, di nome facevano Coffin e lei non non poteva dimenticarsi che due di loro erano morti al 1515 di Harmony Lane. La signora Coffin aveva dovuto soccombere a un attacco cardiaco nella camera da letto che dava sulla strada, mentre suo figlio Edward era morto di polio nella camera da letto sul retro. Questi tristi avvenimenti di quindici anni prima non avevano alcun effetto su di me. E fui sorpreso del fatto che a mia moglie venissero in mente associazioni così malinconiche.
«Proprio tu» le dissi.
«Sei sicuro che sarai felice, qui?»
«Per tutta la vita ho cercato questo posto» le dissi, «è come se ci fossi già stato in sogno».
Questa non era proprio la verità, ma il pensiero di un altro agente immobiliare era una cosa che destava in me istinti omicidi. Andammo in banca e firmammo le carte. La casa fu nostra. Pagammo una cifra pazzesca per i mobili e traslocammo. Dietro casa c' era un' altra veranda che dava su un folto di eucalipti e su una recinzione ricoperta di edera screziata. Quella veranda sarebbe stata il mio studio. Mia moglie ci mise qualche tenda, un paio di stampe di Van Gogh, e i soliti ammennicoli che uno scrittore ha bisogno di vedersi intorno. Però era un bello studio. C'era sole, spazio, aria fresca. Qui, pensavo, c'è la pace; qui mi verranno le parole e le pagine cresceranno una dopo l'altra. E cominciai a credere a quello che avevo detto fin dal primo momento: che quella casa l'avessi davvero già vista nei miei sogni.
Le parole non vennero, e nemmeno le idee. Vennero invece i pittori, e i falegnami, perché mia moglie voleva cambiare la casa dentro e fuori, per cancellare ogni traccia del passato.
La casa era stata costruita nei primi anni Venti. Le pareti del salotto erano a pannelli di ottimo noce verniciato per metterne in risalto le venature. Parevano conferire alla stanza un che di antico e un po' di calore, ma mia moglie si mise in testa che incupivano l'ambiente. Volle che il legno fosse tinto di bianco, e che il resto del muro fosse ricoperto con una carta da parati verde decorata a motivi di felci. Questo cambiamento dette luce alla stanza, solo che adesso somigliava a quegli appartamenti di Hollywood che avevamo appena lasciato. C'era in quella stanza una grande stufa panciuta che mi faceva venire il desiderio di notti fredde e di un gran fuoco acceso. Ma dopo quella tinteggiatura di bianco e quella carta da parati a felci verdi, la povera stufa fu rimossa, e al suo posto venne installato un caminetto. Questo implicò un gran lavoro di demolizione e di martellamento, e tanti soldi. La mia serenità subì gravi intrusioni. Non riuscivo a scrivere. Seduto alla scrivania, ascoltavo i rumori e pensavo a quanto avrei dovuto sborsare.
Nel frattempo, i pittori si erano arrampicati sulla casa dall'esterno, ed era tutto uno scrostare e livellare in vista di due belle passate di color grigio nave da guerra. Il signor Smitters, l'imbianchino, se ne stava sulla sua scala a pioli e mi guardava mentre cercavo di lavorare. Aveva grandi denti bianchi ed era sempre di un irritante buonumore che gli faceva dire le solite sciocchezze sulla bella vita che facevano gli scrittori. Mi venne in mente che sarei potuto uscire emettermi a guardarlo come lui faceva con me, e fare qualche osservazione scortese sulla sua professione. Tutte queste interruzioni si mangiavano l'orologio, e i giorni passavano sterili. Eravamo in quella casa da un mese, e non avevo messo niente su carta, a parte certi conti da cui risultava che l'inverno seguente saremmo morti di fame.
Fu allora che venne il vecchio con il suo camioncino e con quattro botti da cinquanta galloni di vino rosso. In retromarcia, scese per il viale fino all'ingresso del seminterrato. Per due giorni martellò, segò e cantò giusto sotto di me. Costruì gli appoggi per le botti e riparò certi mobili rotti che s'erano accumulati là dentro. Non gli andava come erano sistemate le luci e un giorno, per otto ore, tolse la corrente e portò certi cavi misteriosi dal garage fin giù nel seminterrato. Di elettricità non ne sapeva niente: stava provandoci, ma i suoi sforzi si risolsero in una confusione di cavi e, alla fine della giornata, in un'oscurità completa. Dovemmo chiamare un elettricista per sbrogliare quel casino.
Quando il vecchio era arrivato con le botti, avevamo pensato che volesse soltanto mettere il vino in quel posto fresco, per farlo invecchiare in un' atmosfera tranquilla e salutare. Ma avevamo sottostimato le sue risorse. Il vino veniva dalle vigne di un paesano di fuori città. Lui lo aveva comprato a venti centesimi il gallone, trasportandoselo sul camion per sette perigliose miglia di scossoni. Quel viaggio aveva fatto arrabbiare il vino, e ne aveva intorbidito il colore. Il vecchio stava davanti alle botti come un dottore al capezzale di un moribondo: fumava il sigaro e aggrottava le ciglia. Spillava un po' di vino in un bicchiere che poi sollevava alla luce. Si muoveva a passettini e mormorava qualcosa. Dopo una settimana snervante e senza respiro, nel corso della quale tutti noi dovemmo prender parte a quella storia, annunciò che la pozione era salva: era un bel chiaretto rubino, e non aceto.
Avendo salvato la vita del paziente, ora poteva bersela. E arrivò coi paesani delle osterie di Roseville, muratori e falegnami e scaricatori.
...


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