Da "Le figurine" di Giovanni Faldella


CARLUCCIO

Ad Antonio Galateo, poeta, oratore ed avvocato, il piú lirico fra i miei amici, cosí lirico da imparare questa bagattella a memoria e farla conoscere, - prima che fosse pubblicata, - al suo pubblico gentile.

Carluccio, búttero di un paesello in riva alla Sesia, conduceva tutti i giorni mezza serqua di giovenche e un paio di capre al pascolo; e, quando passava davanti la casa del pievano, soleva aggrapparsi alle inferriate di una finestra al piano terreno a fine di vedere le scansie alte e polverose della libreria parrocchiale.
Allorché poi sedeva coccoloni nel prato colle gambe incrociate intento a stracciare la tiglia da alcuni fusti di canapa e poi a intrecciarla per farne un frustino villereccio che sapeva schioccare benissimo ritornando nel villaggio, - egli spesso almanaccava intorno a quei libri che egli non sarebbe stato buono mai a leggere, e il poverino si beccava il cervello e tutto si ammattiva per la bramosia di conoscere che diavolo potessero contenere. Era il pomeriggio di un giovedí di giugno. Come due pezze di tela stendevansi per le vie del paese i due ordini della processione del Corpus Domini. Passavano gli stendardi, passavano le croci. Sfilavano con la testa ritta i Confratelli o battuti di S. Bonaventura imbacuccati in un saio bianco, sfilavano le vecchie catarrose della Compagnia della Misericordia impappaficate nei loro sacchi di tela bigia, come le dipinse Federico Pastoris nel suo verissimo quadro: Incamminiamoci.
Il sole profondava la sua luce quel giorno calda fino alla indiscrezione, gialla come lo zafferano e sinistra come il soffiare della civetta. Non sentivasi l'aliare di un moscerino. Zittivano persino quegli urloni di ramarri soliti a governare le processioni collo sfiondare delle loro bestemmie e con il picchiare dei loro randelli pastorali. Regnava una calma, un'afa, un silenzio che faceva presentire qualche cosa di molto brutto.
Comparvero le donzellette del villaggio nei loro veli azzurri. Era la ridente Compagnia di Sant'Orsola. Carluccio che badava alla processione ritto davanti alla bottega di una fruttivendola, fattosi di foco e poi di ghiaccio, andò subito a cercare con gli occhi la sua Maiotta, una madonnina di campagna, unica cosa in questo mondo valevole a tener su quell'anima eletta imprigionata nella rozza veste di un campagnuolo. La sua ganza passò con gli occhi bassi e con un libriccino in mano; e a Carluccio si rimescolò il sangue nelle vene, perché i raggi tristi di quel sole indorarono cupamente il volto della fanciulla, mentre Ettore, l'educato sor Contino, il don Giovanni del villaggio, le susurrava ai fianchi due parolacce da ciacco. Carluccio sentí gorgogliare nella strozza alcuni accenti di sdegno, ma li strimizzí dentro; perché egli era umiliato davanti a quell'azzimato bellimbusto, egli nella sua giacchettina di fustagno tagliata dal sagrestano, egli che non sapeva seder a tavola con garbo, che si sarebbe ficcata la forchetta negli occhi, se non avesse dovuto adoperarla con la mano sinistra, che compitava appena il primo libro di lettura, quando lo zerbinotto, se ci si metteva, in tre mesi avrebbe letto magari da capo a fondo un romanzo grosso e grasso di Paolo Kock.
Di lí a qualche ora, mentre suonava l'avemmaria, si sparse per il paese una notizia che mozzava il fiato in bocca a tutti. C'è il colèra... Lo scarno fantasma, che spadroneggiò nel cinquantaquattro e portò via il padre e la madre di Carluccio, ora s'è visto di nuovo... Guizzò nel villaggio sulla coda degli ultimi raggi del sole... trovò una porticina lasciata socchiusa... e vi scivolò dentro... lui... il colèra... salí in due salti una scaletta di legno, fece due passi sopra un pavimento di assicelle che scricchiolarono; in un subito fu vicino ad un letticciuolo bianco e turchino posato sopra due cavalletti: - là dormicchiava un sonno affannoso Maiotta, la bionda villanella e agitava le braccia e aveva le tempie madide di sudore... La guatò il tristazzuolo e poi le schioccò due baci di fuoco sulla bocca, due lunghi baci che vi rimasero stampati.
Il giorno dopo Maiotta era morta, ed un telegramma del Sindaco partecipava al Prefetto il primo caso di colèra. Carluccio, Carluccio, non hai piú né padre, né madre, non sai leggere nei libracci del Priore, porti la giacchettina tagliata grottescamente dalle forbici del sagrestano, hai perso Maiotta, quella sola che non ti lasciava arrossire dei tuoi panni e della tua ignoranza... Non ti resta piú nulla... Sei uno di piú sulla terra... Vieni, povero Carluccio!... Mettiti a cavalcione del ponte della Sesia... Senti dolce brezza e fragranza che ti manda l'acqua a rinfrescarti la fronte e a profumarti i capegli... Sola tua amica è quest'acqua... Su! Spicca un salto, Carluccio: e da' un tuffo in quelle onde... Proverai per aria il capogiro, proverai anche tu una volta l'ebbrezza, che si procaccia ogni sera il Contino, ubbriacandosi nel vino di Marsala.
Passò di là il Dottore, che tornava da un casolare, dove aveva visitato una donna e due fanciulli ammalati di colèra. Aveva in testa un cappello di paglia di larga tesa, teneva sulle spalle all'abbandonata un vecchio ombrello bianco, la cravatta snodata, sbottonata la camicia. Il poveretto ansava e trafelava dalla stanchezza e dal caldo, perché si era alzato alle quattro del mattino, aveva corso tutto il dí peggio di un barbero, ed ora gli pareva mill'anni di poter rifiatare e levarsi la sete. Come egli fu dall'altra parte del ponte, calò alla riva del fiume, e, riempita d'acqua torbida una sua navicella di cuoio, vi poppò dentro lungamente, come volesse suggervi un secolo di vita. A quello spettacolo Carluccio..., gli si gonfiarono gli occhi e pianse dirottamente. Egli poltrone farabutto voleva annegare là dentro i suoi sedici anni ed il dottore vi attingeva lena per la sua vecchia carcassa che poi strapazzava senza riguardo a benefizio del prossimo. Carluccio si ritrasse con orrore dal cornicione di quel ponte e si ritrasse altro giovane da quello che egli era prima. Come fanno pro' certe lezioni di morale date con un atto e con un esempio!
Finché infuriò il colèra nel villaggio, egli fu colà l'anima della pietà cristiana, tuttodí nell'assistere gli infermi, nell'accompagnare il viatico ai moribondi, nel vegghiare i morti, nello imbiancare le case e nello abbruciare i pagliaricci dei colerosi. Poi, dileguato il malore, nessuno piú lo vide nel paese, fino alla festa patronale due anni dopo. E non si minchiona! Come vi si fece vedere! Aveva una giacchettina di velluto che gli pareva colata addosso, una cravattina rossa, che bisognava osservarla per forza, il suo bravo solino alla Shakespeare colle sue brave punte triangolari che gli coprivano mezzo il panciotto, un bel cappello di velluto nero alla foggia del deputato Lobbia con una lunghissima penna di struzzo da disgradarne quella di Ernani.
Oh, non restava piú mortificato davanti a quell'acciuga elegantissima del Contino, sempre dagli occhi spenti e dalle guance pallide e aride come l'ésca, egli, Carluccio, che raggiava gioia dagli occhi ed aveva la pelle di un bel rosso abbronzato. O come ciò? si domandavano l'un l'altro i terrazzani, sbarrando gli occhi come se vedessero qualche nuovo uccello. Nacque che Carluccio fu a Torino, dove dapprima trascinó una vitaccia di stenti, essendo gaia per lui quando si buscava pochi centini con il portare dallo scalo ad una cameretta al quarto piano la valigia di uno studente di ritorno dalle vacanze. Poi a furia di supplicare e di sberrettarsi riuscí a rannicchiarsi presso un tornio nell'officina dell'arsenale, e come di giorno era l'ultimo ad abbandonare i lavori meccanici, la sera era il primo a pigliar posto nelle scuole tecniche di piazza San Carlo. Divenuto valente nel disegno, cominciò a guadagnare due, poscia tre, poscia cinque lire al giorno, fino a che divenuto valentissimo piantò il governo e il suo arsenale e si allogò a Lione in qualità di direttore di un grosso opifizio collo stipendio di quattrocento lirette al mese. Ecco la ragione di quel colletto alla Shakespeare e di quel cappello alla Lobbia, intorno a cui girava però, chi bene avesse osservato, una fettuccia di garza bruna per ricordo del duolo di Maiotta. Oh, quanta pena a dimenticare il cuore ben fatto di un popolano!
Nella primavera del milleottocentosessantanove, Carluccio è tornato un'altra volta in paese, non più Carluccio, ma sor Carlo; tutto vestito nobilmente di nero, il cappello a cilindro, intorno a cui si avrebbe cercato indarno la trina funerea, e tenendo a braccetto una signorina, che spirava gaiezza dal volto, dal portamento e persino dagli abiti fatti tutti di nuovo e di una bella seta verde. È facile indovinare chi fosse: era la figliuola del ricco fabbricante di Lione, che aveva detto di sí a Carluccio, cioè a sor Carlo.
Una di quelle sere i due sposi andavano a spasso sulla stradicciuola, che mette al ponte sulla Sesia; dovevano proprio avere la pace nel cuore, perché ogni tanto si correvano dietro ruzzando con la spensieratezza fanciullesca della luna di miele; essa poi ogni due parole che bisbigliava mezzo italiane e mezzo francesi faceva uno stiantino di riso che era una carezza a vederla; per cui senza accorgersene si trovarono in riva al fiume. Allora a un tratto sor Carlo venne scuro scuro in volto; poi, serio serio, diramò da un cespo alcune vergelle di ontano, le ripulí, le raddrizzò, ne aguzzò la punta e ne spaccò la testa con un coltello da tasca, ficcando dei tritoli di carta fra le labbra degli spacchi; indi piantatele qua e là in terra a giusta distanza si pose a squadrarle come fa il livellatore con le sue biffe e con i suoi paletti. Dopo estrasse di saccoccia il suo taccuino e si mise a farvi alcuni ghirigori, che parevano cifre e parevano disegni.
La sposina gli fissava in volto i suoi occhioni azzuri, quasi per leggervi senza disturbarlo ciò che non poteva capire. «To' Emma,» disse finalmente Carlo «magnifica cascata d'acqua che si può combinare! C'è da trarvi una forza di trenta cavalli. Andiamo a casa.»
La sera stessa mandò una lunghissima lettera al suo suocero e principale a Lione, e nella state dell'anno medesimo in gran numero erano già affaccendati a tirar su presso al ponte della Sesia un grandioso casamento, dove si allestí una fabbrica di aratri e di pigiatoi meccanici, che diede lavoro e pane a centinaia di artigiani del paese. Il giorno in cui s'inaugurò la medesima, venne imbandito un grosso banchetto nello stanzone piú ampio del nuovo palazzo, proprio là di faccia al torrente.
In capo di tavola fu collocato il Dottore, il quale, quando comparvero le frutta, sfoderò quattro brindisi vigorosi al Re, al Pretore del Mandamento, ai fondatori dello stabilimento e al generale Garibaldi. Dopo lui sor Carlo sciorinò una diceria breve e succosa, in cui toccò della povera Maiotta e poi discorse delle acque della Sesia, le quali, senza del Dottore sarebbero state per lui le acque della morte ed invece diventarono per molti le acque della vita.

© 
Giovanni Faldella 


 

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