Da "Falk" di Joseph Conrad, Classici Bompiani, 2001


Un pomeriggio -i superstiti giacevano sul ponte di poppa -il carpentiere, un uomo alto con una barba nera, parlò dell'ultimo sacrificio. A bordo non era rimasto più nulla da mangiare. Nessuno disse una parola; la compagnia si sciolse in fretta, egli spettri deboli e vacillanti sparirono uno dopo l'altro per andare a nascondersi. Falk e il carpentiere rimasero insieme sul ponte. A Falk quel colosso era simpatico. Era stato il migliore del gruppo, servizievole e solerte fino a quando c' era stato qualche cosa da fare; più di ogni altro aveva conservato la speranza e mantenuto sino alla fine vigore e risolutezza.
Non si parlarono. Da allora in poi non si sarebbe più udita alcuna voce conversare tristemente a bordo. Dopo un poco il carpentiere si allontanò barcollando. Falk, che a sua volta si era mosso per bere alla pompa dell'acqua dolce, ebbe l'ispirazione di volgere il capo. Senza rumore, il carpentiere gli si era avvicinato e, raccogliendo ogni forza, si preparava a colpirlo alla nuca con una sbarra. Balzando di fianco, Falk poté evitarlo e correre in cabina. Mentre caricava la pistola, udì risuonare sul ponte di comando dei colpi violenti. Le serrature della sala nautica erano poco resistenti, l'uscio si apri e il carpentiere, impadronitosi della rivoltella del comandante, tirò un colpo di sfida.
Falk era sul punto di salire in coperta e di farla finita, quando notò che un oblò della sua cabina dominava la pompa dell'acqua dolce. Invece di uscire rimase dentro, dopo aver sbarrato la porta. "Sopravviverà il migliore", disse a se stesso; l'altro, pensò, deve andare a bere. Quegli uomini affamati bevevano spesso per eludere i morsi della fame. Ma anche il carpentiere aveva dovuto notare la posizione dell'oblò. Per tutta la notte rimase in agguato. Era buio e una volta udì un lieve rumore; ma era sicuro che nessuno si era potuto avvicinare alla pompa. Questa si trovava a sinistra dell'oblò che dava sul ponte e lui non i avrebbe potuto fare a meno di vedere un uomo, poiché la notte era chiara e stellata. Non vide nulla; il mattino, un altro debole rumore lo insospettì. Risoluto e silenzioso disserrò l'uscio. Non aveva dormito e non si era abbandonato all'orrore della situazione. Voleva vivere. Ma durante la notte il carpentiere, senza neppur tentare di accostarsi alla pompa, era strisciato senza rumore lungo la murata di dritta; e senza essere veduto si era rimpiattato proprio sotto l'oblò di Falk. Quando sorse il giorno si alzò di scatto e, guardando nell'interno, passò il braccio attraverso il cerchio di ottone per sparare a bruciapelo su Falk. Lo mancò. Falk, invece di afferrare il pugno che stringeva l'arma, aprì di colpo la porta e, con la canna della rivoltella che quasi sfiorava il fianco dell'uomo, lo abbatté.
Il migliore era sopravvissuto. Entrambi possedevano all'inizio forza sufficiente per stare in piedi, entrambi avevano fatto mostra di spietata risolutezza, sopportazione, astuzia e coraggio -tutte le qualità del classico eroismo.
Subito Falk gettò fuori bordo la rivoltella del comandante. Era un monopolizzatore nato. Dopo quei colpi, seguiti da un profondo silenzio, nell'alba cruda e fredda dell'Antartide, strisciarono fuori da diversi nascondigli, sul ponte di quella carcassa smantellata, sospesa su un mare grigio, dominata da una ferrea necessità e da un cuore di ghiaccio -strisciarono fuori uno per uno, lentamente, cautamente, avidi, gli occhi fissi, sordidi, una torma di lividi scheletri affamati. Falk li fronteggiò. Possedeva l'unica arma da fuoco esistente a bordo e il migliore uomo dopo di lui, il carpentiere, giaceva morto tra lui e loro. "Fu mangiato, naturalmente", dissi.
Abbassò adagio il capo, fremette appena, passandosi le mani sul viso e disse: "Non avevo mai avuto la più piccola discussione con quell'uomo. Ma c'erano di mezzo le nostre vite fra lui e me".
Perché continuare la storia di questa nave, una storia a paragone della quale, con la sua pompa dell'acqua dolce come fonte di morte, quest'uomo con la sua arma, il mare obbediente ad una ferrea necessità, la sua torma di spettri dominata dal terrore e dalla speranza, il suo cielo muto e sordo -a paragone della quale la favola del Vascello Fantasma, con i suoi crimini convenzionali e il suo castigo sentimentale impallidisce come una graziosa ghirlanda, come un brandello di candida nebbia? Cosa aggiungere ancora? Ognuno di noi potrebbe indovinarlo. Credo che Falk incominciò a percorrere la nave con la pistola in pugno per impadronirsi di tutti i fiammiferi. Quei disgraziati famelici erano pieni di fiammiferi! Non voleva davvero che la nave gli bruciasse sotto i piedi, incendiata per odio o per disperazione. vIsse all'aperto, accampato sul ponte di comando, dominando tutto il ponte di poppa e l'unico accesso alla pompa. Visse! Sopravvissero anche altri, occultati, pieni d'angoscia, levandosi uno per uno dalle cuccette al seducente rumore di uno sparo: e lui non era egoista. Divisero in parti uguali, ma tre soli di loro erano vivi quando una baleniera di ritorno dalla sua crociera poco mancò non speronasse la carcassa del Borgmester Dahl; che, sembra, da ultimo faceva acqua in entrambe le stive, ma con il suo carico di abeti non poteva affondare.
"Morirono tutti" disse Falk. "Anche quei tre, in seguito. Ma io non volli morire. Morirono tutti, tutti! A causa di quella tremenda disgrazia. Anch'io dovevo sacrificare la mia vita? Potevo? Mi dica, capitano. Ero solo, solo esattamente come gli altri. Ognuno era solo. Dovevo cedere la rivoltella? A chi? O dovevo gettarla in mare? A chi avrebbe servito? Sarebbe sopravvissuto solo il migliore. Fu una grande, terribile, crudele disgrazia!"
Lui era sopravvissuto. Lo vedevo davanti a me come se fosse stato conservato per comprovare la possente verità di un principio eterno e infallibile. Grosse gocce di sudore gli imperlavano la fronte. D'un tratto sentii un gran picchio sulla tavola, mentre nel medesimo tempo Falk cadeva in avanti con le mani tese.
"E questo è peggio!" gridò. "È una pena maggiore. Più terribile." La profonda convinzione del suo grido mi trapassò il cuore. E dopo che mi ebbe lasciato solo, richiamai alla memoria l'immagine della ragazza che piangeva silenziosamente, abbondantemente, pazientemente, -e per così dire, irresistibilmente. Pensai alla sua chioma fulva. Pensai che sciolta, l'avrebbe coperta tutta sino ai fianchi, come la chioma di una sirena. Lo aveva stregato. Immaginate un uomo che aveva saputo difendere la propria vita con l'inflessibilità di un destino spietato e inesorabile, un uomo simile arrivava a rimpiangere che una spranga non l'avesse colpito alla nuca! Le sirene cantano e trascinano verso la morte; questa invece aveva pianto sommessamente sulla vita di quell'uomo. Era la sirena tenera e muta di que11o sbalorditivo navigatore. Lui voleva vivere intera la sua concezione della vita: non c' era altro da fare. E anche lei era un'ancella di quella vita che, dal centro della morte, fa appello gridando ai nostri sensi. Sembrava eminentemente destinata a interpretare per lui la parte femminile. E, a suo modo, con la sua profusione di sensibili attrattive, anche lei sembrava illustrare la verità eterna d'un principio infallibile.


 
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