| Da "La stanza del vescovo" di Piero Chiara, Mondadori, 1976 |
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Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate del 1946
arrivavo, al timone di una grossa barca a vela, nel
porto di Oggebbio sul Lago Maggiore. L 'inverna,
il vento che nella buona stagione si alza ogni giorno
dalla pianura lombarda e risale il lago per tutta la
sua lunghezza, mi aveva sospinto, tra le dodici e le
diciotto, non più in su di quel piccolo abitato lacustre, dove decisi di pernottare. Trovandomi, come quasi sempre, solo a bordo, lavorai una mezz'ora per ormeggiare la barca in buona posizione, incappare le vele e prepararmi la cuccetta per la notte, sempre sotto gli occhi di un signore di mezza età, che fin da quando aveva gettato l'ancora nella melma del porticciolo aveva preso come passatempo lo spettacolo del mio arrivo. Cosa solita a quel tempo nei nostri porti, dove spesso sostavano villeggianti o padroni di ville annoiati. per i quali l'arrivo di una barca mai vista, d'un battello o d'una draga, bastava a dissolvere la malinconia di quel loro stare sul lago, dove speravano di trovare distensione e diletto, finendo invece col raccogliervi rompi mento infinito di scatole se proprietari, depredamento d'albergatori se semplici soggiornanti, e tutti, verso sera, struggimento di cuore al pensiero delle spiagge marine, che tra bunker e fortini appena smantellati andavano già riempiendosi di nudi femminili, di friggitorie di pesce, di dancings e di cinematografi. Il signore che mi guardava dall'alto del molo, appoggiato come un capitano di nave alla sbarra di ferro del parapetto, non poteva tuttavia venir assegnato a nessuna di quelle categorie di scontenti del lago che si accorgono, troppo tardi, di aver sbagliato scelta. Aveva l'aria di starci con gusto nel paese e di godere il silenzio che aveva alle spalle, dove le poche case lungo la riva, il ristorante, la tabaccheria e il botteghino sempre chiuso della Navigazione parevano dipinti su un telone, tanto erano privi di vita e di un qualsivoglia movimento di persone o di merci. Dietro le case, una parete di lauri, magnolie, pini, acacie, canfore, e più sopra castagni e querce, incombeva sull'acqua dove stavo trafficando, rendendola cupa e verde come il fondo di uno stagno. Sempre sotto lo sguardo pacifico del terraiolo che stava affacciato al parapetto, tirai sopra la barca il telo impermeabile col quale la coprivo di notte, poi feci forza sul cavo di ormeggio per approssimarmi con la poppa al terrapieno del porto. Mollai il cavo e con un salto fui a terra. Arrivato in cima alla scaletta di granito che portava sul molo, mi trovai così vicino all'unico testimone del mio arrivo, che fu naturale per entrambi salutarci con un cenno del capo e un" buona sera " a mezza voce, come si usa per civiltà e buona creanza anche fra estranei in montagna e in mare o comunque per acqua, quando si viaggia e si incontrano altri viaggiatori. « Scusi » mi sentii chiedere quando già puntavo verso il Ristorante Vittoria « posso rivolgerle una preghiera ? » « Certamente » risposi voltandomi. Senza ombra di sfottimento; il signore mi domandò: « A che tipo appartiene la sua barca? È un brigantino, una goletta, uno sloop oppure uno schooner? » . Non era la prima volta che mi venivano fatte domande simili nei porti del lago, perché in effetti la mia barca aveva l'aspetto pesante di una baleniera o d'un bragozzo e non era catalogabile fra le stazze riconosciute. « È una barca da diporto con fiocco e randa a piccò» risposi « progettata e costruita prima della guerra dall'ingegner Vittorio Quaglino di Intra, che l'aveva concepita per la pesca sportiva in mare e avrebbe voluto farla costruire in serie. Non è bella, ma è spaziosa, comoda e di buon comando, tanto che posso governarla da solo. Dentro ha due cuccette e un cucinino. » Non del tutto soddisfatto, il rispettabile signore che mi aveva interpellato mi chiese perché la mia barca si chiamasse Tinca, come aveva letto sullo specchio di poppa. « Forse perché è panciuta e tozza come la tinca » risposi « È il nome che le aveva dato l'ingegner Quaglino. Non è di mio gusto, ma mi ci sono abituato. Avrei potuto trovarne uno migliore: mi sarebbe piaciuto Tortuga, ma pare che porti sfortuna cambiar nome alle barche e alle navi in genere. » « Lei non pesca? » domandò ancora, avviandosi al mio fianco verso il paese. « No, non pesco. Vado in giro per il lago, dietro i venti. Alla sera mi fermo in uno di questi piccoli porti, faccio quattro passi, vado a mangiare in qualche osteria, poi torno in barca e vado a dormire sotto coperta o anche sopra, se fa caldo, al riparo del telone. » « Bella vita » commentò. E ormai interessato più a me che alla barca, mi offrì da bere nel caffè che avevamo di fronte: un localetto da gazzose e gelati, che forse d'inverno spacciava anche qualche ponce e qualche grappino, quando i pochi viaggiatori dei battelli mattutini aspettano infreddoliti la corsa discendente o quella ascendente. Prima di sedersi su una delle due sedie di paglia fuori del caffè si presentò: « Dottor Orimbelli ». Dissi anch'io, di fretta, il mio cognome, poi gli sedetti accanto, davanti al lago ormai in ombra. Sembravamo due vecchi conoscenti del paese che fanno l'ora di cena in compagnia, senza molto discorrere e solo guardando insieme il mondo. « Salute » disse alzando il bicchiere del bitter. « Salute » risposi, e lo guardai. Beveva con gli occhi nel bicchiere e il viso intento, come un prete dopo l'offertorio. Era un uomo sui quarant'anni, piuttosto piccolo, robusto, dal collo largo, con la testa a pera, da brachicefalo, coperta da una piantata molto rada di capelli scuri, ben pareggiati a spazzola. Pareva un giapponese e comunque un mongolo, dagli occhi a mandorla ma con gli angoli esterni verso il basso. Occhi d'un colore indefinibile, uno diverso dall'altro nell'espressione, cosi da farlo parere strabico sebbene non lo fosse. Sorrideva spesso, anche senza ragione, per mostrarsi condiscendente, ma con stanchezza, da signore o da uomo che abbia molto vissuto. Aveva una voce un po' nasale, ma per nulla affettata. Al dito mignolo portava un anello d'oro e al polso un cronometro di pregio, di quelli che segnano, oltre le ore, il giorno e il mese. Che fosse persona di una certa raffinatezza si capiva subito, ma non era facile stabilire a quale rango appartenesse. Non era, evidentemente, un commerciante o un industriale. Forse un medico, un notaio o soltanto un ricco fannullone insediato sul lago da prima della guerra, che metteva fuori la testa dopo la passata degli eserciti per sentire che vento tirasse. Per appagare la mia curiosità, che stava nascendo sopra la sua, ripresi a parlare della mia barca e di me, colla speranza di avere in cambio le sue confidenze. « La barca mi serve » dissi « per andare in giro, di porto in porto. Tocco le isole, sbarco talvolta ai Castelli di Cannero, vado ad ormeggiarmi sotto la rupe di Santa Caterina o nei vecchi porti abbandonati, come al Sasso Carmine o alla Gabella di Maccagno. Ogni. tanto torno nel mio porto di base, che è Luino, dove ho casa. » Ascoltava, ma evidentemente conosceva poco il lago, perche il nome di quei luoghi non gli diceva un gran che. « Vado in giro » ripresi « qualche volta con un amico, o un'amica, per passare il tempo. Sono tornato un anno fa dalla Svizzera dove ho vissuto dal quarantatre al quarantacinque come internato... » « Anch'io » m'interruppe « sono tornato un anno fa, dalla guerra. O meglio dalla lontananza alla quale mi aveva obbligato la guerra. » Mi accorsi che ormai l'avevo innescato e che presto avrei saputo tutto sul suo conto. « Sono tornato dalla Puglia » disse « anzi da Napoli, dove ero rimasto ad aspettare la liberazione del nord Italia per poter rientrare in famiglia, a Milano, da mia moglie, che avevo lasciato nel trentasei, quando partii per la campagna d'Etiopia, senza immaginare che le cose sarebbero andate così per le lunghe. » « Ma nell'ottobre del trentasei la guerra d' Africa era già finita » osservai. « Sì, certo » rispose. « Ma dovetti rimanere. Fui trattenuto. Nel quarantuno, per non finire prigioniero degli inglesi, rientrai in Italia. Arrivato a Napoli mi fermai per curarmi la salute. Avevo avuto l'ameba in Africa. All'ospedale militare conobbi un ufficiale pugliese che m'invitò a casa sua. Passa un giorno, passa un mese, lei sa come sono le cose della vita, tra una cosa e l'altra venne lo sbarco degli Alleati. Conveniva aspettare. Tornai a Napoli, dove per vivere mi diedi al commercio, poi mi fermai un po' a Roma. L'anno scorso finalmente, dopo la liberazione, sono tornato a Milano. Mia moglie era sfollata qui, nella nostra villa. La raggiunsi e ora, da quasi un anno, sto sul lago. Non abbiamo figli e ci annoiamo un po'. Forse, con l'inverno. torneremo a Milano. » Mi aveva raccontata mezza la sua vita senza che potessi cavarci nulla di utile per conoscerlo. C'era il fatto di quel suo star lontano dalla moglie, forse non del tutto involontariamente, ma il suo aspetto di persona seria, posata e riflessiva, mi portava ad escluderlo dalla categoria degli avventurieri, giramondo e tiracampare. Intanto aveva una villa, una di quelle che si affacciavano dai vicini promontori, dove viveva certamente del suo, da quel signore che m'era sembrato fin da quando l'avevo adocchiato entrando in porto. « Pranza al Vittoria questa sera? » mi chiese. « Sì » risposi « perché quel Cavallini che tiene l'albergo lo conosco. Ci venivo anche nel quarantadue prima di scappare in Svizzera. Era dei pochi che, rischiando la galera, riuscisse a servire un vero pranzo nonostante il razionamento. » « Era dura la vita in quegli anni, da queste parti? » chiese. « Dura per chi non sapeva organizzarsi. Ma dandosi da fare si trovava tutto. I macellai ammazzavano i vitelli nei boschi e i panettieri di notte impastavano michette e filoncini dI tarma bianca. Si trovava anche il caffè. Pensi che si esportava burro e riso in Svizzera, di contrabbando, attraverso le montagne, perché anche là c'era il razionamento. Certo, non bisognava guardare ai prezzi. » « Comunque, brutti tempi » concluse. « Brutti tempi » ammIsi. « Ma in Svizzera » riprese « come si stava da internati? » « A seconda » risposi. « Chi aveva denaro poteva vivere semi-Iibero e stava bene. Chi non ne aveva andava nei campi di lavoro e, se non era in grado di lavorare, in certe case di riposo che parevano manicomi, ma dove non mancava il necessario. » « Senta » mi interruppe convinto che in Svizzera dovevo essere stato tra quelli che avevano denari « potrei avere il piacere d'invitarla da me in villa? Non mangerà come dal Cavallini, ma faremo quattro chiacchiere. Capita così di raro in questo paese! Vado un salto ad avvertire il personale, e soprattutto la mia signora. » Non mi diede neppure il tempo di far complimenti. Si alzò e andò verso la villa. Camminava spedito ma composto, coi pantaloni un po' molli sul di dietro, forse maltagliati, o confezionati prima che andasse in Etiopia e diventati troppo larghi in dieci anni. Mi chiesi se non fosse un ex ufficiale di carriera, un colonnello di quelli che una volta congedati non riescono più a portar bene gli abiti civili. Dopo dieci minuti tornò. Forse aveva avuto qualche difficoltà, ma era uscito vittorioso dal conflitto con la moglie o col personale, perché m'invitò a seguirlo. La villa era a qualche minuto di strada, nascosta da un parco rigoglioso. Su uno dei pilastri del cancello lessi, scritte in nero, le parole: Villa Cleofe. Prima di presentarmi la moglie, mi fece fare il giro dei viali. Notai che la costruzione aveva incorporata una darsena con a fianco un piccolo porto. Mi fermai a studiare quelle opere e a misurarle con l'occhio. Il dottor Orimbelli dovette capire la ragione del mio interesse, perché quasi rispondendo a una richiesta che mi sarei guardato bene dall'avanzare, disse: « Sicuro. Se passando di qui vuol ricoverare per la notte la sua barca nella nostra darsena, approfitti pure. È vuota. » Finalmente mi fece varcare la soglia di casa, che era verso la strada, sotto una tettoia a vetri col bordo di lamiera traforato come un pizzo. Dentro c'era un corridoio pieno di stampe con tre porte a destra e tre a sinistra. Sul fondo partiva la prima rampa di una scala, con la passatoia rossa come negli alberghi. Tra la ringhiera e la parete, nell'ombra del pianterreno appena diradata dalla luce che proveniva da una vetrata rossa e blu, si intravedeva una statua di bronzo: una pastorella col cestino al braccio, su un piedistallo di marmo nero. Il dottor Orimbelli aprì la prima porta a destra e mi fece passare in un salotto quasi buio. Sedute su di un divano, nella luce incerta che veniva dal varco, c'erano due donne. « La mia signora » disse indicandomi la prima. Mi inchinai profondamente. « Mia cognata Matilde Scrosati vedova Berlusconi » disse poi indicando la seconda, che era di molto più giovane della prima. Mi inchinai non meno profondamente, in omaggio alla vedovanza, che doveva essere recente perché la signora indossava un vestito nero di chiffon. « Il signore » spiegò alle donne « è proprietario di un bel cutter arrivato in porto un'ora fa, come vi avevo detto. » Le signore annuirono con un mezzo sorriso. « È uno sportivo » continuò « un navigatore solitario che gira tutto il lago per diletto. » « Milanese? » chiese la signora Orimbelli. « No » dissi « qui del lago, o almeno nato sul lago... » La conversazione non aveva l'aria di avviarsi, ma per fortuna si aprì una porta e comparve una specie di governante in grembiulino bianco. La cena era servita. Si vedeva infatti, dietro la cameriera, un salone da pranzo con la tavola imbandita. A tavola, con tutte le luci accese benché non fosse ancora notte, potei osservare le due signore, mentre l'anziana cameriera ci serviva lentamente, prima di un gran risotto, poi di un fritto misto, insalate, formaggio, frutta e caffè. Il vino lo versava il dottor Orimbelli, a me e a lui, perché le donne bevevano acqua. La signora Orimbelli, che mi sedeva di fronte, una magrona autoritaria e sdegnosa, era di almeno dieci anni più anziana del marito, col viso secco e pieno di grinze, i capelli grigi astri divisi in mezzo al capo, il busto diritto e liscio come quello di un uomo. Guardava in silenzio, tra un boccone e l'altro, ora me ora il marito, cercando di capire perché mi avesse portato in casa e forse sospettando che c'era stata tra di noi un'intesa, e l'incontro casuale nel porto fosse una menzogna, studiata da lui per dar ricetto a qualche suo poco raccomandabile compagno d'Africa o di Napoli. La cognata, vedova d'un fratello della signora, pareva invece contenta di avere un po' di compagnia a tavola. Era una giovane donna prosperosa, bionda, pallida, con gli occhi grandi e innocenti, un po' flaccida all'apparenza, ma ben piantata sopra un torso a fuso dal qua]e prorompevano, sotto il velo di chiffon che la paludava, due seni da battaglia, a popone per colpa di un reggipetto mal sagomato, ma una volta liberi certamente a pera spadona, da tanto che s'impennavano quando alzava il busto per bere e per dar fiato ai polmoni. Un fiore di magnolia, pensai, una tuberosa grassa e delicata, con chissà quale bulbo nascosto. Un po' linfatica forse, con una bocca dolce-amara e lo sguardo atterrito, ma per vaghezza, o per finto timore di quei nemici che dovevano essere diventati per lei gli uomini, dopo la perdita certo crudele e precoce dell'unico e insostituibile che le era toccato. Nascosta nei suoi veli funebri e compressa nelle sue invisibili biancherie, stava di fianco alla cognata come una figlia, in atteggiamento di rispetto e insieme di sicurezza, tanto era chiaro che accanto a una signora di quel carattere e di quel cipiglio le sue bellezze non avrebbero, purtroppo, mai corso pericoli. Il dottor Orimbelli non la degnava di uno sguardo. E quando parlò di lei, per debito di ospite e anche per riparare all'indecoroso silenzio delle due signore, la accennò appena senza guardarla. E fu per dirmi che la signora Matilde poteva venir considerata vedova di guerra, essendo suo marito scomparso nella battaglia del lago Ascianghi, disperso, per usare un pietoso eufemismo, cioè non recuperato o irriconoscibile, al pari di tanti altri colpiti da granate o da proiettili d'artiglieria. La vedova, quasi che il cognato parlasse di cosa a lei estranea o già troppe volte udita, mangiava tranquillamente guardando ogni tanto la cognata che aveva di fianco, la quale sembrava addirittura indignata da quei discorsi. Solo verso la fine del pranzo, guardandomi di sfuggita, mi chiese: « Caffè? ». Al caffè, servito da una giovane donna mai comparsa prima, la signora Orimbelli parlò, mettendo in mostra i suoi denti gialli, per completare e in parte correggere le informazioni che suo marito aveva creduto di darmi. « Sì » disse indurendo il collo come un tacchino « abbiamo passato dieci anni da sole, fino al quarantuno a Milano e da cinque anni qui, in questa villa che era di mio padre e ora è mia. Quel signore lì era in giro, in Puglia, a Napoli o chissà dove. Mio fratello Angelo, poveretto, è rimasto laggiù, disperso, morto. Non se ne è saputo nulla. Se fosse ancora al mondo, si sarebbe fatto vivo a quest'ora. » L'Orimbelli taceva. Aveva acceso un sigaro e fumava silenziosamente, guardando ora la tavola ora il soffitto. Credetti giunto il momento di congedarmi. Il dottore voleva accompagnarmi fino al porto, ma non glielo permisi, e dopo aver promesso di ritornare presto, me ne andai lungo la strada nazionale, sulla quale allora passavano poche macchine, specialmente di notte. La Tinca mi aspettava immobile nelle acque ferme del porto. M'infilai sotto coperta senza neppure accendere il lume a petrolio e cinque minuti dopo dormivo. L'indomani, prima delle otto avevo già alzato le vele. Sfilai davanti a Villa Cleofe per prendere il largo e vidi che tutte le finestre verso il lago erano ancora chiuse. Ero passato chissà quante volte in barca davanti a quella villa senza farci caso, come davanti a tante altre, grandi e piccole, che si spingono coi loro parchi nel lago, sull'una e sull'altra sponda. Vecchie, signorili dimore, coi giardini gonfi di verzura, le darsene coperte di glicini o di viti del Canadà, tutte con le facciate verso il lago, la gran parte chiuse e silenziose. "Quanti amori " pensai "quante vicende dietro quelle nobili fronti." E diedi volta alle vele, per cogliere il primo soffio di tramontana che sbucava dal promontorio di Cannero. © Piero Chiara, 1976, Ed. Mondadori |