Da "Il balordo" di Piero Chiara, Mondadori, 1967

Piero Chiara Piero Chiara nacque a Luino (Varese) il 23 marzo 1913 da Eugenio, siciliano immigrato al Nord come impiegato delle Regie Dogane, e Virginia Maffei. Coetaneo ed amico del compaesano Vittorio Sereni, Chiara studiò in diversi collegi, tra cui il San Luigi di Intra e il De Filippi di Arona (di fronte alla statua di San Carlo Borromeo, spesso rievocata nelle sue opere): in realtà il futuro scrittore rimase un autodidatta e, solo nel 1929, dopo una serie di disavventure scolastiche, ottenne il diploma di licenza complementare come privatista. Dopo aver compiuto vari mestieri viaggiando tra Italia (Roma, Napoli) e Francia meridionale (Nizza e Lione), Chiara vinse un concorso come aiutante di cancelleria e, come dipendente della magistratura, lavorò in numerose sedi, da Pontebba a Cividale, fino al trasferimento a Varese dove restò in carica fino al raggiungimento dell’età pensionabile. Al 1936 risale il matrimonio con Jula Scherb, dalla quale Chiara ebbe un figlio, Marco, ma il matrimonio naufragò presto. Nel 1940 lo scrittore venne richiamato alle armi ma venne congedato poco tempo dopo; nel 1944, in seguito ad un ordine di cattura emesso dal Tribunale Speciale Fascista, Chiara si rifugiò in Svizzera dove visse come internato in varie località tra cui Bellinzona, Lugano e Loverciano presso Mendrisio. Dopo essere stato liberato restò in Svizzera per qualche tempo insegnando storia e filosofia al liceo italiano dello Zugerberg: in Svizzera venne pubblicata la prima opera di Chiara, la raccolta di poesie Incantavi (1945) il cui titolo allude ai covoni di grano che vengono chiamati così nel dialetto luinese. Nel 1950 uscirono a Lugano le prose di Itinerario svizzero e nel 1959 venne pubblicato il volume Dolore del tempo che comprende prose e racconti. Tornato in Italia, Chiara si sposò una seconda volta (1955) e, da allora fino alla morte (31 dicembre 1986), si dedicò, oltre che alla letteratura, al giornalismo, collaborando alla terza pagina del «Corriere della Sera». Il suo primo romanzo, Il piatto piange (1962), venne pubblicato da Mondadori su proposta di Vittorio Sereni. Il libro, che rievoca la vita dei caffè luinesi negli anni Trenta, ottenne subito un grande consenso di pubblico e di critica e il successo venne confermato da La spartizione (1964, Premio Selezione Campiello) e Il balordo (1967, Premio Bagutta). Tra i due romanzi si collocano i racconti di Con la faccia per terra e altre storie (1965) dove il ricordo dell’autore si sofferma sulla Sicilia, terra d’origine del padre Eugenio. Tra i titoli narrativi più importanti: L’uovo al cianuro e altre storie (racconti, 1969), I giovedì della signora Giulia (1970, romanzo-sceneggiatura di un film per la Tv la cui prima stesura risale al 1962), Il pretore di Cuvio (romanzo, 1973), Sotto la Sua mano (racconti, 1974), La stanza del vescovo (romanzo, 1976), Le corna del diavolo (racconti, 1977), Il cappotto di astrakan (romanzo, 1978), Una spina nel cuore (romanzo, 1979), Le avventure di Pierino al mercato di Luino (racconti, 1980), Vedrò Singapore? (romanzo, 1981), Viva Migliavacca! e altri 12 racconti (1982), 40 storie di Piero Chiara negli elzeviri del «Corriere» (1983), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986), Saluti notturni dal passo della Cisa (romanzo, postumo 1987). Da ricordare, accanto all’attività di scrittore che è quasi sempre legata alla rievocazione di storie e personaggi di Luino e del Lago Maggiore, quella di saggista e curatore: dopo aver curato, con Luciano Erba, l’antologia poetica Quarta generazione (1954), Chiara si occupò di Casanova curandone la Storia della mia vita (1964-65, poi ritradotta insieme a F. Roncoroni e pubblicata in 3 volumi nel 1983) e l’Epistolario (1969), e curò le Poesie di Giorgio Baffo (1974) tanto da essere ben presto riconosciuto come uno dei massimi esperti del Settecento veneziano. Intenso anche il rapporto con Boccaccio che Chiara riconobbe sempre come uno dei suoi modelli maggiori: il commento al Decameron è del 1976 mentre la Vita di Gabriele D’Annunzio risale al 1978. Nel 1985 venne pubblicato il volume Una storia italiana. Il caso Leone, mentre postumi sono usciti, tra gli altri, il volume di prose varie Gli anni e i giorni (1988) e, nello stesso anno, i racconti riuniti sotto il titolo Di casa in casa, la vita. (da © Italialibri.net: http://www.italialibri.net/autori/chiarap.html )
 
 
Il Bordigoni uscì invece di camera la mattina dopo, verso le undici, coi pantaloni completamente sbottonati. Lo aspettava il Comitato, nel salotto dove era preparata la prima colazione che gli fu servita dalle figlie del Cacciamali.
Quando fu pronto, il presidente lo avverti con discrezione della incompletezza del suo abbigliamento, poi gli disse:
"Le autorità la aspettano in Municipio. Tutta la cittadinanza vuole dimostrarle la gioia che prova nel rivederla qui, dove ha goduto tanta stima nel popolo e dove un regime per fortuna scomparso, le ha fatto patire una grande ingiustizia."
Il Bordigoni si alzò e si tenne eretto, quasi sull'attenti, come quando sul podio voleva richiamare l'attenzione dei suonatori; poi dondolò un poco la testa e si avviò.
Usciti di casa trovarono un gruppo di cittadini che sostava da un paio d'ore nella piazza e che subito diede voce ad altri più lontani. Una folla, come la sera prima, segui il Bordigoni che camminò staccato dalla massa fino al Municipio. Nell'ingresso lo attendevano il pretore, il comandante della polizia, il prevosto, il direttore dell'ospedale, il capo dei vigili, il direttore delle scuole, il presidente della banca e il segretario comunale che lo accompagnarono sul balcone.
Nella piazza, c'era tutto il paese.
"Bordiga, Bordiga!" si gridava da ogni parte.
Le autorità si ritirarono e lo lasciarono solo alla balaustra pensando che volesse rivolgere la parola alla folla. Infatti si affacciò, scorse con lo sguardo fino allo sbocco delle strade dalle quali sopraggiungeva altra gente, ma non parlò. Stava per ritirarsi quando da un angolo della piazza si alzò un grido:
"Vogliamo il Bordiga sindaco!"
La folla che sembrava attendere quel grido come un segnale, lo ripeté in coro, alternandolo con evviva e urli di giubilo:
"Viva il sindaco Bordiga! Bordiga sei il nostro sindaco! Vogliamo sindaco il Bordiga!"
Il dottor Cacciamali, che stava con le autorità nel salone d'onore, vedendo che il Bordigoni non si decideva a parlare al pubblico, si affacciò al balcone, poggiò le mani sulla balaustra e prese la parola:
"Cittadini, il maggiore Anselmo Bordigoni è dei nostri. Voi lo conoscete da un pezzo e ora sapete che fu un eroico combattente dopo essere stato una vittima del fascismo; come tutti noi. Il Comitato è lieto di proporvelo come sindaco provvisorio, e a mezzo mio prende impegno di aiutarlo nel suo non facile compito. La città ha bisogno di strade, di servizi pubblici, di scuole, di lavoro, di libero svolgimento del commercio. Noi cercheremo di darvi tutto questo e il maggiore Bordigoni avrà tutto il nostro appoggio per realizzare le vostre giuste aspirazioni. Viva la libertà, viva il maggiore Bordigoni!"
La folla non applaudì fin quando il Cacciamali non si fu ritirato, poi proruppe in un grande evviva. Le donne alzavano in alto i bambini che avevano in braccio, gli uomini sventolavano i cappelli e alle finestre delle case che circondavano la piazza comparvero le bandiere.
Il Bordigoni era sindaco, a furor di popolo: l'unico sindaco possibile, il più imprevisto e il più imprevedibile e perciò il più desiderato.
Ora pareva che volesse parlare al pubblico, perché posava anche lui le mani sulla balaustra e guardava in basso, ai più vicini e rumorosi. Quando più nessuno fiatò e tutti gli sguardi furono rivolti in alto, si tolse dal capo il berrettino, passò una mano tra i pochi capelli grigi che gli rimanevano, poi lentamente allungò un braccio, come il papa, e salutò o benedisse tutta l'assemblea, restando a lungo col braccio teso che sporgeva dal balcone e si stendeva sopra la testa dei cittadini.
Da alcuni, che vollero vedere l'indice e il medio della mano staccati dal pugno come nella statua del san Carlone di Arona, il gesto fu ritenuto una benedizione. Altri, i quali affermavano di aver visto solo l'indice e il mignolo, dicevano che si trattava di uno scongiuro davanti ai pericoli della carica che aveva accettato. Tre o quattro sostenevano con osti nazione che nessun dito aveva fatto capolino dal pugno, il quale era rimasto chiuso, un po' mollemente, ma chiuso; mentre il braccio, piegato ad angolo ottuso, era stato visto vibrare due o tre volte, come quello di un maestro di musica quando vuol far entrare "con forza" uno o più strumenti nell'insieme. Costoro, avendo contro un gruppetto che pretendeva di avergli visto addirittura la mano aperta e tesa come in un saluto fascista, furono indotti ad esagerare e diffusero la voce che il Bordiga avesse minacciato la cittadinanza, promettendo ritorsioni.
La maggioranza ebbe l'impressione che quel gesto volesse dire soltanto: "Vi saluto. Sono qui, dopo tanti anni. Mi avete voluto sindaco e a qualche maniera lo sarò".
Quando scese tra la folla una decina di uomini gli si mise sotto e tra le gambe, riuscendo a issarlo in alto. Fu portato in trionfo a fare il giro della piazza e nuovamente deposto davanti al portone del Municipio perché prendesse formalmente possesso del palazzo e degli uffici.
Mentre la folla si disperdeva al suono del mezzogiorno che si diffondeva dal campanile vicino, il Bordigoni si separò dai membri del Comitato e dalle Autorità ed entrò nel palazzo, chiudendo il portone dietro di sé.
Il custode se lo trovò in cucina seduto a tavola e lo servì, aiutato dalla moglie, dando fondo alle scorte di una settimana.
Nel pomeriggio, dopo aver riposato nel letto matrimoniale del custode, chiese che gli sistemassero un letto di uguale ampiezza nel salone d'onore, sotto l'affresco del Càsnedi che rappresenta l'Abbondanza e di fronte alla parete dov'era murata la lapide col bollettino della Vittoria del 1918.
L'arrivo del Bordigoni, o meglio la sua riapparizione, aveva trovato il paese in un momento di stanchezza della libertà. Finita da cinque mesi la guerra, ognuno avvertiva la necessità di ridare ordine alla vita pubblica, di ricominciare a pagare le tasse, ad avere delle proibizioni, a ricevere delle multe; ma sentiva anche il bisogno di trovare qualcuno a cui rivolgersi per le occorrenze del commercio. del lavoro, del vivere, che è naturalmente disciplina e servizio.
Al momento del crollo delle armate tedesche e della Repubblica Sociale fascista, il Comitato aveva supplito alla improvvisa scomparsa dei pubblici poteri, ma era chiaro che qualcuno doveva assumere autorità e responsabilità più dirette, personali, e diventare simbolo del comando, col nome in fronte, e sulla faccia quell'espressione attenta e preoccupata che promette al cittadino l'impegno dell'uomo pubblico.
Il Comitato aveva intenzione di amministrare il Comune fino alle elezioni che venivano annunciate per l'anno prossimo; e il presidente, cioè il dottor Cacciamali, dottore in agraria, che aveva assunto le funzioni di capo del paese, era persuaso di essere destinato a diventare il primo sindaco, dopo la lunga serie dei podestà e dei commissari prefettizi. Venuto con la famiglia a stabilirsi nel paese a seguito, si diceva, della distruzione della sua casa di Milano, in poco più di un anno poteva dirsi diventato l'uomo nuovo al quale tutti avrebbero finito col sottomettersi, perché aveva subito dimostrato autorità, moderazione e capacità organizzativa. Ma per istinto, o per antipatia verso chi cova segretamente l'uovo del potere, i cittadini lo odoravano con diffidenza; e quando apparve il Bordigoni, sentirono che era giunto chi li avrebbe liberati da una scelta quasi obbligata. Capivano che il Cacciamali sarebbe stato un pessimo amministratore, magari anche interessato e fazioso, come si intuiva dalla sua abilità nel lasciar credere che non desiderava cariche e dal suo eccessivo rispetto per l'opinione altrui.
Arrivato in una luce di leggenda, il Bordigoni poteva essere il Messia venuto a soddisfare un'attesa di pace e di giustizia che si era fatta acuta; e il popolo, che aveva perso tanti figli in guerra, si senti disposto a credere che il Cielo, improvvisamente benigno, stesse per largirgli un padre. I cittadini sapevano di avere ormai il sindaco, e cominciarono a pensare ai fatti loro, sicuri che il Bordigoni avrebbe pensato a quelli della collettività. E non sbagliarono, perché il giorno dopo egli cominciò a compiere i primi atti del suo governo. Andò in via Mercanti, nella bottega del calzolaio Fulgenzio, e lo nominò assessore ai Lavori Pubblici; poi in quella del pasticcere Domenico, pochi passi più avanti, e lo nominò assessore all'Igiene e Sanità. Alle Finanze volle il portalettere Majocchi e a dirigere i Servizi Pubblici e la Polizia Urbana, cioè i vigili egli accalappiacani, chiamò il signor Scaccabarozzi, capostazione a riposo.
I cittadini notarono che il sindaco, senza conoscere quelli che andava scegliendo per collaboratori, aveva messo l'occhio su individui ritenuti dei balordi come Domenico, dei disgraziati come Fulgenzio al quale era fuggita cinque o sei volte di casa la moglie, o dei tonti come lo Scaccabarozzi che si credeva comproprietario delle Ferrovie dello Stato.
Tutte le altre cariche, a cominciare da quella di Giudice Conciliatore, il sindaco le tenne per sé. La spontanea sottomissione dei dipendenti comunali e l'adesione dei cittadini, gli assicurarono il funzionamento di ogni branca dell'amministrazione. Tutti facevano del loro meglio e i più sfaccendati erano i vigili che non avevano infrazioni da rilevare, tanto era sentito l'obbligo di rispettare le leggi anche senza che il Bordigoni mostrasse la minima autorità.
Il sindaco teneva consiglio ogni sera nella sua camera, cioè nel salone d'onore che restava aperto al pubblico fin quando la seduta veniva sciolta e il custode toglieva la coperta dal letto, in segno che tutti dovevano andarsene.
Il fatto che il Bordigoni si fosse fatto collocare il letto nel salone, veniva variamente interpretato. Alcuni dicevano per pigrizia e difficoltà a muoversi, altri sostenevano che la ragione era da ricercarsi in un suo malessere o stato di malattia che lo consigliava a tenersi sempre il letto a portata di mano; qualcuno riteneva che con quella singolare innovazione volesse introdurre il concetto di amministrazione orizzontale.
Le sedute non somigliavano per nulla alle normali riunioni di consiglio. Il Bordigoni si sdraiava sulla sponda del letto o si appoggiava ai montanti rivolto verso il pubblico, posando la mano destra sulla spalla del calzolaio Fulgenzio che sedeva ai suoi piedi insieme agli altri assessori.
I membri del Comitato, o il loro stesso presidente, proponevano l'argomento o il problema da risolvere, sul quale si esprimeva per primo l'assessore preposto, infilando spropositi e corbellerie che divertivano il pubblico. Dopo, ognuno poteva esporre il proprio pensiero e suggerire delle soluzioni. Quando tutti avevano parlato il Bordigoni indicava uno dopo l'altro col dito quelli che avevano fatto le varie proposte e aspettava che l'urlo dei presenti indicasse l'opinione da accettare. Il segretario ne prendeva nota e subito si passava a un nuovo argomento. Gli effetti di un tal governo non tardarono a farsi sentire. Il commercio prosperava, le opere pubbliche si avviavano e l'ordine regnava dovunque. Vecchie controversie che si trascinavano da anni, furono risolte dal Bordigoni con lo stesso sistema. Faceva venire i due contendenti davanti a se nella seduta serale e lasciava che ognuno dei due esponesse le sue ragioni. Poi con un cenno chiedeva ai presenti come avrebbero risolto la questione. Ognuno diceva la sua e il Bordigoni, in fine, adottava l'idea che era sembrata migliore alla maggioranza o metteva insieme il meglio di due o tre opinioni diverse. I cittadini finirono col prender gusto a quel sistema che estendeva a loro l'onore delle decisioni, impegnandoli, senza che se ne avvedessero, in una responsabilità che poteva essere l'essenza di quella democrazia di cui tanto si parlava e che pochi riuscivano a capire in cosa consistesse. Ogni sera gremivano la sala andando a gara nel prospettare le soluzioni, felici quando il sindaco, stando seduto sulla sponda del letto o appoggiato alla spalliera, sanzionava con la sua approvazione una proposta o un suggerimento.
Il segretario comunale aveva il compito di annotare i nomi di coloro che avevano suggerito le soluzioni accettate; e quando risultò che il commerciante Sottocorno aveva dato il maggior numero di buoni pareri, il Bordigoni lo nominò vice sindaco posandogli una mano sulla testa e dandogli contemporaneamente una ginocchiata in fondo alla schiena. L'unico a non trovar giusto e neppure dignitoso il sistema, era il presidente del Comitato. Avrebbe voluto opporsi, ma non riusciva ad assicurarsi l'appoggio dei membri suoi colleghi per l'azione che intendeva muovere contro il sindaco. Pensò allora di inviare un ricorso al prefetto e di sporgere nel contempo denunzia alla Procura, esponendo un fatto incontrovertibile: il Bordigoni emetteva sentenze e ne promuoveva l'esecuzione, senza essere stato regolarmente nominato alla carica di giudice conciliatore dall'Autorità Giudiziaria, come prescritto dalla legge. Tutte le sentenze da lui pronunziate erano quindi da ritenersi nulle, e fondate sopra un vero e proprio abuso di potere. Inoltre, da quattro mesi si comperava i "toscani" coi soldi del Comune. Il dottor Cacciamali aveva capito che per altri versi il Bordigoni era inattaccabile e scelse l'arma della legalità, la sola che può atterrare qualunque galantuomo.
Mentre attendeva lo scoppio della mina che aveva preparato, un maresciallo di Pubblica Sicurezza in pensione, al quale quando era sicuro di diventare sindaco aveva promesso un impiego in Municipio, gli rivelò un grosso segreto: il Bordigoni, dodici anni prima, non era stato mandato al confino per ragioni politiche, ma per aver tenuto una condotta contraria all'ordine morale e civile.
"Adesso viene il bello!" disse fra sé il Cacciamali; e andò difilato al capoluogo per parlare col questore e col prefetto.
Capitò come la lepre in cucina, perché sul tavolo del questore era arrivato in quel momento un telegramma nel quale si chiedeva l'immediato arresto del sedicente dottor Ermete Cacciamali.
Venne subito passato alle Carceri Giudiziarie, mentre arrivava e si spargeva dovunque la notizia che il Cacciamali non era altri che un ex segretario federale di Ascoli Piceno, resosi irreperibile da anni. Della denunzia contro il sindaco non si parlò più. Ed anzi, col nuovo anno, il prefetto venne a fargli visita e a studiare da vicino il fenomeno amministrativo che si era verificato nella sua provincia. In poco più di quattro mesi, e mentre in tante altre città perdurava il marasma degli uffici comunali e la deficienza delle amministrazioni, il Bordigoni aveva compiuto un miracolo. Il Comune era senza debiti, la popolazione contenta, e nonostante l'irregolarità di ogni procedura, nessuna esclusa, non c'era affare che non fosse correttamente condotto.
Il prefetto in quell'occasione aveva anche una comunicazione riservata da fare al sindaco Bordigoni; e quando fu solo con lui gliela fece, presentandogli nel contempo una somma di danaro.
"Da tempo" gli disse "eravate ricercato dalle questure su richiesta del governo americano. Quando ho comunicato che eravate qui, nella mia giurisdizione, e con funzioni di sindaco, mi vennero fatti pervenire questi assegni con l'incarico di consegnarveli. Nella lettera accompagnatoria si dice che la somma è costituita in piccola parte da arretrati di stipendio e nella maggior parte da una liquidazione sostitutiva della pensione per la ferita da voi riportata in guerra."
"Posate lì" disse il beneficiato.
Partito il prefetto, il Bordigoni passò la somma al segretario del Comune perché pagasse al custode i pasti che aveva consumato in casa sua per quattro mesi e i sigari che si era fatto comperare ogni giorno, tenendo il resto a copertura delle spese cui avrebbe dato luogo in seguito.

Piero Chiara


 
 

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