Da "La signora col cagnolino" di Anton Cechov, Edizioni e/o, 1994

    

Correva voce che sul lungomare fosse comparso un nuovo personaggio: la signora col cagnolino. Dmitrij Dmitric Gurov, che si trovava a Jalta già da due settimane e vi si era ormai ambientato, cominciò anch'egli a interessarsi ai nuovi venuti. Seduto alla terrazza del caffè Vernet aveva visto passare sul lungomare una giovane signora bionda di piccola statura, con in capo un cappellino, dietro la quale trotterellava un volpino bianco.
In seguito l'aveva incontrata nel parco cittadino e nel giardino pubblico diverse volte al giorno. Passeggiava da sola, indossando sempre lo stesso cappellino, con il volpino bianco. Nessuno sapeva chi fosse e la chiamavano semplicemente così, la signora col cagnolino.
"Se è qui senza marito e senza conoscenti" pensava Gurov, "varrebbe forse la pena di farne la conoscenza".
Sebbene non ancora quarantenne, egli aveva già una figlia di dodici anni e due figli ginnasiali. Lo avevano fatto sposare presto, quando era ancora studente del secondo corso, e adesso sua moglie sembrava di vent'anni più vecchia di lui. Era una donna alta, dalle sopracciglia scure, diritta, grave e austera, una donna, come ella stessa amava definirsi, pensante. Leggeva molto, nello scrivere non usava il "segno duro", non chiamava il marito Dmitrij, bensì Dimitrij, ma nel profondo dell'animo lui la considerava limitata, gretta, inelegante, la temeva e non stava volentieri in casa. Aveva cominciato ormai da tempo a tradirla, e lo faceva spesso; per questo probabilmente diceva quasi sempre male delle donne, e quando in sua presenza si parlava di loro le definiva così:
-Razza inferiore!
Gli sembrava che le amare esperienze vissute lo avessero reso abbastanza esperto da fargliele chiamare come più gli piaceva, e tuttavia senza la "razza inferiore" non avrebbe potuto vivere neanche due giorni. In compagnia degli uomini si annoiava, era a disagio, taciturno e freddo mentre quando si trovava in mezzo alle donne si sentiva libero, sapeva di cosa parlare e come comportarsi; e perfino tacere gli riusciva facile con loro. Nel suo aspetto, nel carattere, in tutta la sua natura c'era un che di seducente, di inafferrabile che rendeva le donne ben disposte nei suoi confronti e le attraeva; egli ne era consapevole, ed era a sua volta sospinto da non so quale forza verso di loro.
Una reiterata esperienza, in verità un'amara esperienza, gli aveva insegnato da tempo che ogni relazione, che sulle prime rende così gradevolmente varia la vita e si presenta come un'avventura facile e piacevole, per le persone ammodo -soprattutto i moscoviti, difficili all'entusiasmo, indecisi, -si trasforma inevitabilmente in un vero e proprio problema assai complesso e tale da rendere in definitiva penosa la situazione. Ma ad ogni nuovo incontro con una donna interessante questa esperienza si dileguava chissà come dalla memoria, si aveva voglia di vivere e tutto sembrava semplice e divertente.
Ed ecco che una volta, verso sera, mentre stava pranzando nel parco, la signora col cappellino si avvicinò lentamente andando a occupare il tavolo accanto al suo. La sua espressione, il portamento, l'abito, la pettinatura, tutto gli diceva che apparteneva alla buona società, era sposata, si trovava a Jalta per la prima volta, sola, e che vi si annoiava... Nei racconti sull'immoralità dei costumi locali c'era molto di falso, egli li disprezzava e sapeva che erano per lo più inventati da persone che avrebbero peccato anch'esse volentieri, se solo ne fossero state capaci; ma quando la signora si sedette al tavolo accanto, a tre passi da lui, quei racconti di facili conquiste, di gite sui monti, gli tornarono alla mente, e d'un tratto il pensiero allettante di una relazione rapida e fugace, di un'avventura con una donna sconosciuta di cui si ignora perfino il nome e il cognome, si impadronì di lui.
Con un gesto affettuoso chiamò a se il volpino e quando gli si fu avvicinato lo minacciò col dito. Il volpino cominciò a ringhiare. Gurov lo minacciò di nuovo. La signora si volse a guardarlo e subito abbassò gli occhi.
-Non morde, -disse, e arrossì.
-Gli si può dare un osso? -E al cenno affermativo di lei, le chiese affabilmente: -Siete arrivata a Jalta da molto?
-All'incirca da cinque giorni.
-lo invece sono qui ormai da due settimane.
Rimasero un po' in silenzio.
-Il tempo passa in fretta, ma intanto qui è una tale noia! -disse lei senza guardarlo.
-È soltanto un'abitudine dire che qui ci si annoia. Il borghesuccio che vive chissà dove, a Belevo o a Zizdra, quando è a casa sua non si annoia, ma appena arriva qui: "Ah, che noia! Ah, questa polvere!". Lo si crederebbe giunto da Granada.
Lei si mise a ridere. Quindi continuarono entrambi a mangiare in silenzio, come sconosciuti; dopo pranzo, però, si avviarono uno accanto all'altra ed ebbe inizio una conversazione scherzosa, leggera, come suole avvenire tra persone libere, soddisfatte, alle quali è assolutamente indifferente dove andare o di che parlare. Passeggiavano e parlavano della strana luce del mare; l'acqua era di un colore lilla così tenue e caldo, percorsa da una striscia dorata gettata dalla luna. Parlavano dell'afa lasciata dalla giornata calda. Gurov raccontò che era di Mosca, che aveva studiato filologia ma lavorava in banca; che un tempo si era preparato per cantare in un teatro d'opera privato, ma aveva abbandonato, che a Mosca aveva due case... E da lei venne a sapere che era cresciuta a Pietroburgo ma si era sposata a S., dove viveva ormai da due anni, che avrebbe soggiornato a Jalta ancora un mese circa, e forse sarebbe stata raggiunta dal marito, che voleva anch'egli riposare un po'. Non seppe spiegargli in alcun modo dove lavorasse il marito, se alla direzione provinciale o alla giunta provinciale dello zemstvol, cosa che parve ridicola anche a lei. Gurov venne inoltre a sapere che si chiamava Anna Sergeevna.
Poi, una volta nella sua stanza, egli pensò a lei e a come il giorno seguente l'avrebbe probabilmente incontrata. Doveva essere così. Mentre si coricava ricordò che solo poco tempo prima ella era una collegiale e studiava, esattamente come sua figlia adesso, ricordò quanta timidezza e quanto imbarazzo vi fosse ancora nel suo riso, nel suo modo di conversare con uno sconosciuto; doveva essere la prima volta in vita sua che si trovava sola in un simile frangente, con qualcuno che la corteggiava, la guardava, le parlava con un unico fine segreto che lei non poteva non indovinare. Ricordò il suo collo sottile, fragile, gli occhi belli, grigi.
"Tuttavia c'è in lei qualcosa che suscita compassione" pensò, e cominciò a prender sonno.

Anton Cechov


 
 

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